mercoledì 17 febbraio 2010

L’eccezione e il sovrano. Quando l’emergenza diventa ordinaria amministrazione


di Gaetano Azzariti


Montesquieu meglio di ogni altro spiega le disavventure giudiziarie di Bertolaso. Sin dal 1748 il teorico della divisione dei poteri ci ha, infatti, chiarito che “solo il potere arresta il potere”, mentre il sistema della protezione civile si fonda sull’opposto principio del potere libero di intervenire senza assoggettarsi o essere limitato da altri. Perché, allora, stupirsi se ora si verifica che questo è stato esercitato senza freni? Ci si è affidati agli uomini (della protezione civile) e non alle leggi vigenti: ma è ben noto che ciò comporta il rischio dell’assolutismo. I caratteri delle persone - la loro lealtà e correttezza ovvero la loro propensione a delinquere - in questo caso c’entrano poco o nulla. Un potere senza controllo non può che fuoriuscire dalla legalità normativa.

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domenica 14 febbraio 2010

Un bando da peracottari per vendere terreni comunali con varianti urbanistiche illegittime





Come se niente fosse, sul sito web del Comune di Limbiate, continua a campeggiare un “Bando pubblico incanto per la vendita degli immobili inseriti nel piano delle valorizzazioni e alienazioni del Comune di Limbiate. Terreni edificabili per insediamenti produttivi nelle aree di via Garibaldi - Rettificato”. [click qui ]

Sulle “rettifiche” si dovrebbero fare alcune osservazioni, ma prima spieghiamo perché “come se niente fosse”: perché si tratta di terreni la cui destinazione urbanistica è stata variata seguendo una procedura che era illegittima. Il bando dice:

“con l’approvazione del Piano delle valorizzazioni e alienazioni del Comune di Limbiate (MI), ai sensi dell’art. 58 del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, convertito con legge n. 133 del 6 agosto 2008”, la destinazione urbanistica del PRG vigente degli immobili in oggetto è stata variata in ZONA D per l’insediamento di attività artigiane-produttive”,

ma la sentenza della Corte Costituzionale n. 340 del 16-12-2009 ha dichiarato che dell’articolo 58 era illegittima proprio la parte del comma 2 che diceva:

«la deliberazione del consiglio comunale di approvazione del piano delle alienazioni e valorizzazioni costituisce variante allo strumento urbanistico generale. Tale variante, in quanto relativa a singoli immobili, non necessita di verifiche di conformità agli eventuali atti di pianificazione sovra-ordinata di competenza delle Province e delle Regioni. La verifica di conformità è comunque richiesta e deve essere effettuata entro un termine perentorio di trenta giorni dalla data di ricevimento della richiesta, nei casi di varianti relative a terreni classificati come agricoli dallo strumento urbanistico generale vigente, ovvero nei casi che comportano variazioni volumetriche superiori al 10 per cento dei volumi previsti dal medesimo strumento urbanistico vigente».

La sentenza è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 7 gennaio 2010 e quindi dal giorno successivo la parte riportata del comma ha perso ogni efficacia e, per conseguenza, le varianti approvate non sono più valide, perché sono state approvate sulla base di una norma statale che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima con le seguenti argomentazioni:

“ai sensi dell’art. 117, terzo comma, ultimo periodo, Cost., in tali materie lo Stato ha soltanto il potere di fissare i principi fondamentali, spettando alle Regioni il potere di emanare la normativa di dettaglio. La relazione tra normativa di principio e normativa di dettaglio va intesa nel senso che alla prima spetta prescrivere criteri ed obiettivi, essendo riservata alla seconda l’individuazione degli strumenti concreti da utilizzare per raggiungere detti obiettivi (…)

“Orbene la norma in esame, stabilendo l’effetto di variante … ed escludendo che la variante stessa debba essere sottoposta a verifiche di conformità, con l’eccezione dei casi previsti nell’ultima parte della disposizione (la quale pure contempla percentuali volumetriche e termini specifici), introduce una disciplina che non è finalizzata a prescrivere criteri ed obiettivi, ma si risolve in una normativa dettagliata che non lascia spazi d’intervento al legislatore regionale, ponendosi così in contrasto con il menzionato parametro costituzionale” [il grassetto è mio, ndr]. [click qui]

Dunque nell’approvare i piani comunali e le loro varianti non è possibile derogare dalle norme dei piani provinciali e regionali, poiché per i piani comunali, come è noto, le leggi urbanistiche regionali stabiliscono contenuti precisi (che cosa i piani devono stabilire, su quali studi devono essere basati ecc.) e procedure di garanzia che consentano, tra l’altro, la pubblicità delle scelte e la partecipazione dei cittadini.

Invece l’inserimento nell’elenco dei singoli immobili “non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni” non solo aveva reso vendibile ogni singolo bene trasferito al “patrimonio disponibile”, ma ne aveva immediatamente cambiato, anche, la “destinazione urbanistica”. La norma abrogata, in effetti, consentiva varianti automatiche del piano urbanistico comunale che non erano subordinate alla verifica di conformità con le disposizioni dei piani provinciali e regionali, cioè al rispetto di questi. L’inclusione di un immobile nel “piano delle alienazioni” nei fatti autorizzava (anche) scelte urbanistiche non fondate su studi e valutazioni approfondite e/o non stabilite con procedure trasparenti.

I piani comunali e le loro varianti sono subordinati alle scelte della pianificazione “sovra-ordinata”, vale a dire alle prescrizioni dei piani provinciali e regionali che, tra l’altro, prescrivono – quando sono fatti correttamente - le tutele dei beni culturali e i vincoli paesaggistici, confermano le decisioni relative alla difesa del suolo e delle acque, dettano norme per ridurre il consumo di suolo e tengono conto di esigenze di carattere sovra-comunale, particolarmente importanti nella zona di Limbiate, dove si registra il massimo, a livello provinciale e regionale, di integrazione e congestione urbanistica fra diversi comuni. Le “varianti automatiche” derivate dall’inclusione degli immobili nel “piano delle alienazioni” che non rispettano la pianificazione sovra-ordinata inevitabilmente provocano pesanti devastazioni del territorio e rischi per i suoi abitanti.

Ovviamente il Comune può inserire gli immobili nel “piano delle alienazioni” e decidere qual è la nuova destinazione urbanistica, ma questa deve essere stabilita non solo espressamente, ma anche seguendo le regole dettate dalle leggi regionali e provinciali, poiché l’inserimento nel piano e la previsione della destinazione urbanistica non determinano immediatamente una variante allo strumento urbanistico generale: “la destinazione urbanistica – ribadisce infatti la sentenza della Consulta - va ovviamente determinata nel rispetto delle disposizioni e delle procedure stabilite dalle norme vigenti”. Pertanto, la verifica di conformità con i piani provinciali e regionali va fatta sempre e comunque.

Per effetto della sentenza della Consulta, le varianti approvate dal Consiglio Comunale di Limbiate con la delibera di approvazione del Bilancio previsionale 2009 non sono più valide, e ciascun immobile ha riacquisito la destinazione urbanistica che aveva prima. I bandi ancora non espletati non sono più validi, poiché l’art. 136 della Costituzione stabilisce che

“Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”;

e l’art. 30 della Legge 11 marzo 1953 n. 87 disciplina ulteriormente gli effetti della pronuncia di illegittimità costituzionale. La Cassazione, a sua volta, ha più volte ribadito che

"Le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, inficiando fin dall'origine la validità e l'efficacia della norma dichiarata contraria alla Costituzione, salvo il limite delle situazioni giuridiche "consolidate" per effetto di eventi che l'ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto, quali le sentenze passate in giudicato, l'atto amministrativo non più impugnabile, la prescrizione e la decadenza” [i grassetti sono miei, ndr]

Pertanto fra quelle relative ai bandi già espletati restano valide solo le transazioni già consolidate anteriormente all’8 gennaio 2010 (data nella quale la sentenza è divenuta pienamente efficace). Tutte le altre devono essere annullate, e gli oneri che ne dovessero conseguire devono essere addebitati a chi ha continuato ad ignorare la sentenza della Corte Costituzionale.

Per quanto riguarda il bando dal quale siamo partiti, il geniale Dott. Giuseppe Cogliati, che lo ha firmato, imperterrito lo ha ripubblicato il 21 gennaio 2010 con la dicitura, come dicevamo, “rettificato”. Il bando, supponiamo, sarà stato redatto, o visto prima della pubblicazione, dall’adamantino Segretario Generale Dr. Gennaro Cambria, dall’autorevole Arch. Enrico Galbiati, dal ferratissimo Avv. Micaela, nonché dal rubizzo Geom. Cadei (che sulle “rettifiche” ai documenti urbanistici ha costruito la sua fama di tecnico “che mette a posto le cose, anche alzando la voce”), ed era stato pubblicato già due volte, nel giugno e nell’ottobre del 2009. La terza edizione, tuttavia, continua a riportare gli stessi errori, poiché le rettifiche sono state, sostanzialmente, alcuni adeguamenti dei “pezzi” da vendere (con il primo bando un unico lotto, poi due lotti, e da ultimo quattro lotti, uno dei quali a sua volta diviso in tre appezzamenti) e l’eliminazione di alcune permute tra gli acquirenti privati e il Comune, che i primi hanno considerato troppo onerose anche se erano quasi un regalo: e come avrebbe mai potuto, il “Comune” (scilicet: la banda di procacciatori d’affari – composta da “politici” e da funzionari - che spadroneggia nel Municipio), non prendere per ordini certi desideri?

Ma, nonostante le ripetute rettifiche, la squadra di alesatori provetti capeggiata dal condannato per tangenti (e anche per danno all’immagine della pubblica amministrazione) Segretario Generale Dr. Cambria, e composta dal Dr. Cogliati, dal Dr. Galbiati, dall’Avv. Micaela e dal Geom. Cadei, ha continuato a produrre un bando in cui si dice che:

- “sono oggetto della vendita i terreni edificabili per INSEDIAMENTI PRODUTTIVI (Zona D - art. 18 NTA) … individuati catastalmente al fg 13 mapp. 96-97-98-99-102-103-107”;

- “complessivamente di mq. 49.110 catastali”;

- “al prezzo di base d’asta di euro 6.011.064,00”;

- “la destinazione urbanistica del PRG vigente degli immobili in oggetto è stata variata in ZONA D per l’insediamento di attività artigiane-produttive”

L’autorevolezza dei funzionari sunnominati è tale che non per niente noi spendiamo circa 350.000 euro all’anno per pagarli, ma questo non ci autorizza affatto a pretendere che, prima di pubblicare un bando, essi facciano anche alcune elementari verifiche; sarebbe davvero una pretesa infantile. Certe incombenze da “vile meccanico” i cittadini devono rassegnarsi ad accollarsele per intero, con il solo ausilio dei documenti che le suddette autorità graziosamente mettono a disposizione sul sito web del Comune. Tuttavia, anche i “vili meccanici” possono ottenere un certo compenso, seppure non monetario, perché già con una semplice occhiata alla tavola con fotografie aeree e planimetrie che accompagna il bando [click qui] si può notare che:

- fra i mappali elencati nel bando e rappresentati nella tavola, il n. 98 (di 2.309 mq) sembra corrispondere alla già esistente via Isonzo, che quindi non dovrebbe essere compresa nella superficie totale (49.110 mq) dei lotti posti in vendita (o la banda suddetta vuole vendere la strada ai privati?); 

- dei mappali n. 97 e n. 99 restano inedificate solo alcune aiuole stradali, e non sembra che le loro misure corrispondano effettivamente a quelle indicate nella scheda E2 allegata al “Piano delle valorizzazioni e alienazioni” (rispettivamente mq 900 e mq 540) [click qui];

- il mappale n. 96 (compreso nell’elenco del bando) è occupato per più di un terzo da un parcheggio già costruito, e quindi la parte ancora non edificata non può avere la misura di 4.826 mq indicata nella scheda E2;

- i mappali n. 104 (335 mq), n. 105 (11.245 mq!) e n. 106 (340 mq) non sono elencati nel bando, ma solo sommando la superficie totale di questi mappali (11.920 mq) a quella dei mappali indicati nel bando (37.190 mq) si può ottenere la misura di 49.110 mq di terreno comunale messi all’asta.

L’individuazione degli immobili da vendere è stata fatta come dice il comma 1 dell’articolo 58 del D. lgs 112/2008:

“ciascun ente con delibera dell’organo di governo individua, redigendo apposito elenco, sulla base e nei limiti della documentazione esistente presso i propri archivi e uffici, i singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione”

E dunque con determina S02/30 del 27/01/2009 (un venerdì), per “Predisposizione piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari nonché consulenza ed assistenza nel procedimento di ricognizione e valorizzazione del patrimonio immobiliare del Comune” è stato incaricato un esimio Architetto esterno, Giuseppe Brollo, che è stato compensato con una cifra (22.464 euro) oltraggiosamente irrisoria, se si considera che la fantastica alacrità del “team” capitanato da costui ha fatto sì che dopo soli sei giorni l’”organo di governo” del Comune fosse in grado di proclamare:

“il competente settore dell’amministrazione ha proceduto alla ricognizione del patrimonio dell’ente, sulla base della documentazione presente negli archivi e negli uffici, predisponendo il Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari unitamente all’allegato elenco di immobili (terreni e fabbricati) suscettibili di valorizzazione e/o dismissione, non strumentali all’esercizio delle funzioni istituzionali” [click qui]

Secondo l’”organo di governo” tale era il grado di scientifica esattezza del “Piano” e dell’”Elenco” (sostanzialmente la stessa cosa) che, sottoposti al vaglio dell'acribia filologica delle “commissioni comunali”, ne sono usciti indenni:

“di seguito ad alcune osservazioni sono state apportate delle rettifiche marginali e delle correzioni di errori materiali nelle intestazioni che non modificano il contenuto del piano adottato” (il grassetto è mio, ndr) [click qui]

Ma se qualcuno, sprovvisto dell’autorevolezza istituzionale dei membri delle “commissioni comunali”, esamina quei documenti, anche senza acribia ma aiutandosi con qualche brandello di memoria del territorio, trova che le carte del “piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari” danno una rappresentazione del territorio vecchia di alcuni decenni; su questa rappresentazione sono stati semplicemente appiccicati alcuni “aggiornamenti”, ma il territorio rappresentato non solo non corrisponde, in molti casi, alla situazione reale di oggi, ma nemmeno a quella rappresentata dalla cartografia aerofotogrammetrica del 2004. E per quanto riguarda gli esempi citati, essi dimostrano che non sono state fatte nemmeno le opportune verifiche della corrispondenza tra i dati catastali e la situazione reale degli immobili da mettere all’asta.

Dovrebbe essere chiaro, allora, che la sentenza della Corte Costituzionale obbliga il Comune a riapprovare il “Piano delle valorizzazioni e alienazioni” dei beni patrimoniali, ma questa volta rispettando le procedure pubbliche, ripristinate dalla sentenza, capaci di garantire una reale trasparenza; le varianti eventualmente approvate dovranno essere sottoposte al giudizio di conformità con i piani provinciali e regionali. Vale a dire che tutto il “Piano” deve essere riesaminato dall’inizio, ma sulla base di documenti redatti con abilità superiori a quelle dei peracottari!

Ma sicuramente la banda di procacciatori d’affari tenterà tutti gli escamotages possibili ed immaginabili per non fare né l’una né l’altra cosa. Né vi sono speranze da riporre nell’”opposizione”, poiché, come questo episodio dimostra per l’ennesima volta, essa è costituita da ciarlatani e da inetti, che inoltre sono conniventi con il malaffare edilizio (ma, per raccogliere voti, blaterano di “mafia a Limbiate”!). Quanto al “Comitato delle pacciade” guidato da quell’intrepido e ferratissimo angelo sterminatore della speculazione edilizia di nome Mauro Varisco, sul piano di alienazione degli immobili comunali non solo non ha avuto nulla da dire quando è stata posta in vendita un'area standard situata a 250 m da via M.te Sabotino, ma ancor meno sa dire qualcosa adesso, dopo il knock-out della recente sentenza del T.A.R. che ha bocciato il primo dei due ricorsi sul piano di recupero della Villa Medolago. Passato direttamente dalla sonnolenza post-prandiale allo stato semi-comatoso, se e quando si risveglierà avrà un grande appetito e sarà assorbito dall'organizzazione dell'ennesima mangiata.

giovedì 4 febbraio 2010

[Il popolo è veramente libero solo quando la burocrazia, trincerata dietro la muraglia della procedura e dei regolamenti, è sbattuta fuori]


Giulio Preti, filosofo e partigiano (1911-1972)


L’epurazione va adagio, troppo adagio, e mentre il popolo si sollazza a tonsurare e insultare ragazzette cretine, i maggiori responsabili (che non sono soltanto gli alti papaveri dell’ex-Repubblica Sociale Italiana) restano, con vari pretesti, ai loro posti, conservano troppi dei loro privilegi di fatto. Lo dirò francamente: si sta rivelando in molti settori responsabili una mentalità reazionaria, o per lo meno conservatrice, troppo conservatrice. La burocrazia italiana si era resa insostituibile creando nelle questioni più semplici un macchinoso apparato procedurale, che rende difficile a chi non è un tecnico la più semplice delle pratiche; eppure, in fin dei conti, tutto si potrebbe risolvere con molto buon senso e un pochino di pratica. Non sarebbe ora di iniziare un nuovo costume, proprio in questi giorni dell’insurrezione popolare? Il popolo non è veramente libero se non quando la burocrazia, trincerata dietro la muraglia inespugnabile della procedura e dei regolamenti, è sbattuta fuori e l’esecuzione della legge si svolge nella maniera il meno complicata possibile.


[Da L’esperienza insegna…, “La Provincia Pavese", anno I, n. 20, venerdì 4 maggio 1945, ora in Giulio Preti, L’esperienza insegna… Scritti civili del 1945 sulla Resistenza, a cura e con saggio introduttivo di Fabio Minazzi, Manni Editori, Lecce 2003, pp. 89-94]

mercoledì 3 febbraio 2010

[«Rubare» significa prosciugare, con l’aiuto delle leggi, le tasche a milioni di uomini e donne, in modo che essi non se ne accorgano]


Gaetano Salvemini (1873-1957)


«Rubare» nel linguaggio di Ernesto Rossi, come in quello di Luigi Einaudi, che, con scandalo dei ben pensanti, tirò giù dalla soffitta questo comandamento qualche tempo fa, non vuol dire mettere brutalmente le mani nella tasca del vicino per alleggerirla del portafoglio: operazione della quale il vicino subito si avvede, e si mette a strillare, e chi la tenta può finire al fresco. «Rubare» significa prosciugare, con l’aiuto delle leggi, le tasche a milioni di uomini e donne, in modo che essi non se ne accorgano. Questa operazione avviene continuamente, e per vie infinite come quelle della provvidenza, grazie ai provvedimenti che ministri, deputati e senatori approvano, spesso senza averli neppure letti, e grazie a funzionari sconosciuti, i quali — in combutta con chi è interessato al sullodato prosciugamento — inventano quei provvedimenti, aspettano che siano approvati dai ministri, deputati e senatori, e poi li applicano, facendo magari dir loro tutto il contrario di quanto si supponeva che dicessero.


[Da Settimo, non rubare, in “Critica sociale”, 1952, 8, pp. 466-468, poi in Opere, VIII, Scritti vari (1900-1957), a cura di Giorgio Agosti e Alessandro Galante Garrone, Feltrinelli, Milano 1969, pp. 372-377 (il brano riportato è a p. 373, ed è parte di un articolo su uno dei libri più belli di Ernesto Rossi (1897-1967), Settimo: non rubare, Laterza, Bari 1952)]


Ernesto Rossi. Nota biografica

lunedì 11 gennaio 2010

Chi usa gli ultimi della Terra


di Gad Lerner

da "La Repubblica", 9 gennaio 2010


Viviamo a Rosarno una pagina oscura della storia italiana. Le ronde criminali scatenate nell´assalto agli africani, le sprangate in testa e le fucilate alle gambe degli immigrati, rappresentano una vergogna di fronte a cui possiamo solo sperare in un moto collettivo di ripulsa morale.

Di quale tolleranza, "troppa tolleranza", parla il ministro Maroni? Ignora forse che da trent´anni l´agricoltura del Mezzogiorno d´Italia si regge economicamente sull´impiego di manodopera maschile immigrata, sospinta al nomadismo stagionale fra Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, con paghe di sussistenza alla giornata, ricoveri di fortuna in edifici fatiscenti, criteri d´assunzione malavitosi, senza la minima tutela sanitaria e sindacale? Ora non li vogliono più, s´illudono di espellerli come un corpo estraneo dopo che li avevano convocati alla raccolta degli agrumi. Ma è dal 1980 che le colture specializzate meridionali non possono fare a meno delle migliaia di ragazzi africani trattati né più né meno come bestiame. E al tramonto, se la mandria non fa ritorno disciplinato nei recinti abusivi delle aree industriali dismesse, non trova certo istituzioni disponibili a riconoscerne l´umanità. Gli italiani con cui entrano in contatto questi lavoratori senza diritti sono solo di due tipi: i caporali spesso affiliati alla criminalità organizzata; e i volontari di Libera, della Caritas e di Medici senza frontiere. Le forze dell´ordine si sono limitate finora a un blando presidio territoriale per evitare frizioni pericolose con la popolazione locale. Ma l´importante era che il ciclo produttivo non si interrompesse: la mattina dopo il reclutamento ai bordi della strada non subiva intralci.

Chi ha tollerato che cosa, ministro Maroni?

Rosarno era teatro da anni di una conflittualità quotidiana, pestaggi isolati, sfide tra giovanissimi divisi dal colore della pelle ma accomunati da una miseria culturale che li induce a viversi come nemici. Dopo i colpi di fucile che hanno ferito due immigrati, giovedì la furia degli immigrati ha colpito indiscriminatamente la popolazione calabrese. Ieri, per rappresaglia, è scattata la "caccia al nero": disordini razziali che evocano scenari di un´America d´altri tempi. Di nuovo sparatorie a casaccio per terrorizzare i miserabili che hanno osato ribellarsi, insanguinando la Piana di Gioia Tauro dove governano ben altre autorità che non lo Stato democratico.

La riconversione legale dell´agricoltura del Sud implicherebbe, accanto agli investimenti economici, un´opera di civilizzazione che mal si concilia con l´offensiva propagandistica imperniata sulla criminalizzazione del clandestino. Non solo i mass media ma anche i portavoce della destra governativa hanno eccitato, legittimato sentimenti d´ostilità da cui oggi scaturiscono comportamenti barbari, indegni di un paese civile.

Se a Castelvolturno, nel settembre 2008, fu la camorra a sterminare sei braccianti africani, a Rosarno assistiamo a un degrado ulteriore: settori di cittadinanza coinvolti in un´azione di repulisti inconsulta. La chiamata alle armi contro i dannati della terra che certo non potevano garantire – con la sola forza disciplinata delle loro braccia - il benessere di un´area rimasta povera.

Vi sono probabilmente motivazioni sotterranee, indicibili, alla base di questo conflitto. Non tutti i 25 euro di paga giornaliera finiscono nelle tasche dei braccianti illegali. Pare che debbano versare due euro e mezzo agli autisti dei pulmini che li trasportano nelle piantagioni. Si vocifera addirittura di una odiosa "tassa di soggiorno" di 5 euro pretesa dalla ´ndrangheta. Di certo non sono associazioni legali quelle che pattuiscono le prestazioni di lavoro. Ma soprattutto è chiaro che una relazione trasparente con la manodopera immigrata viene ostacolata, resa pressoché impossibile dalla legislazione vigente.Altro che pericolo islamico: qui la religione non c´entra un bel nulla. L´Italia dell´economia illegale, non solo al Sud, lucra sulla farraginosità normativa che sottomette il lavoratore immigrato a procedure arbitrarie sia in materia contrattuale, sia nel rilascio del permesso di soggiorno. Quando Angelo Panebianco, sul "Corriere della Sera", asserisce che affrontare il tema della cittadinanza significherebbe "partire dalla coda anziché dalla testa", ignora che restiamo l´unico paese europeo in cui le procedure di regolarizzazione e di naturalizzazione non contemplano alcuna certezza di tempi e requisiti. Assecondando, di fatto, un´informalità di relazioni per cui ai doveri non corrispondono mai i diritti.

Sulla scia di un´analoga iniziativa francese, circola fra gli stranieri residenti in Italia l´idea di dare vita a marzo a una iniziativa forse velleitaria ma dal forte significato simbolico: "24h senza di noi". Che cosa succederebbe se per un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro? Quanto reggerebbe il nostro sistema di vita senza il loro apporto? Farebbero bene, i sindacati, a prendere in seria considerazione questa iniziativa, contribuendo con la loro forza organizzativa al moto spontaneo. Ma prima ancora è l´intero arco delle forze politiche, culturali e religiose che rifiutano la contrapposizione incivile fra italiani e stranieri a doversi mobilitare: l´inciviltà dei pogrom è contagiosa.

Craxi, il più grande illusionista del ‘900


di Antonio Tabucchi, da Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2010


Dieci anni fa moriva Bettino Craxi nella sua residenza tunisina. Fuggiasco, con due mandati di cattura sul capo e due condanne definitive a dieci anni per corruzione e finanziamento illecito: miliardi di lire imboscati in conti esteri. Oggi i suoi fan lo commemorano: ogni categoria ha il suo santo patrono. Il Pride ideato dalla signora sindaco di Milano partirà da quella città diretto al Senato della Repubblica. E intanto giungono i "messaggi".

Il ministro Frattini dichiara che si deve "lasciare ai professionisti delle manette la prospettiva di seminare odio e inimicizia". Dove per "professionisti delle manette" altro non si può intendere che le forze dell’ordine (carabinieri, polizia, guardia di finanza) cui lo Stato affida il compito di arrestare i professionisti del crimine. Ma se arrestare criminali pare sconveniente al ministro, è strano che faccia sapere al presidente della Repubblica che nella sua prossima visita ufficiale in alcuni paesi africani non potrà esimersi dal fare una deviazione in Tunisia per sostare in raccoglimento sulla tomba di Craxi.

Non si capisce perché un nostro ministro in carica si rechi in un paese come la Tunisia che il Consiglio d’Europa ha più volte censurato per le torture e le feroci repressioni del dittatore Ben Ali.

Altri messaggi provengono da Gianni De Michelis, già pluricondannato per corruzione (tangenti autostradali nel Veneto e scandalo Enimont), con pene sospese con la condizionale. In America un rottamato del governo Nixon non scriverebbe neppure su un giornalino dello Iowa. In Italia De Michelis merita l’attenzione della grande stampa. Cito: "La stragrande maggioranza degli italiani riconosce il ruolo politico di Craxi, cioè del più grande statista della fine del Ventesimo secolo. Grillo, Travaglio, Di Pietro rappresentano una minoranza molto esigua che esiste in tutte le società del mondo". (Repubblica, 31/12/09). Non si capisce bene con quali motivazioni De Michelis affermi che le persone da lui indicate esprimano una minoranza.

È esattamente il contrario. Nonostante la sua frequentazione delle aule di giustizia, si è dimenticato che i tribunali della Repubblica pronunciano le sentenze in nome del popolo italiano. Ma se vuole una revisione del processo a Craxi può portare le prove.

Ma a De Michelis interessano soprattutto gli statisti. Si veda la sua opera, purtroppo l’unica finora pubblicata, Dove andiamo a ballare stasera? Guida a 250 discoteche italiane, Mondadori 1988, un esemplare trattato per diventare statisti, politici e ministri. Craxi ne fu entusiasta e la preferì al socialismo liberale di Norberto Bobbio, un filosofo che gli pareva troppo scomodo e che definì fuori di testa. Forse De Michelis voleva dire un grande statistico: e infatti Craxi i 150 miliardi di introiti illeciti li suddivise con un fine senso della statistica in conti personali sparsi fra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed estremo oriente, e nel ‘98, quando la Cassazione ne dispose il sequestro, i soldi erano spariti.

Ma finalmente De Michelis esplicita i tre motivi per cui lo considera un grande statista: "Penso a come prese di petto la vicenda di Sigonella. Penso al viaggio sulla tomba di Allende nel Cile di Pinochet: in quel cimitero gli prudevano davvero le mani. Penso ai soldi dati ai movimenti di liberazione, senza andare troppo per il sottile, come fu per l’Olp di Arafat” (Repubblica, cit.).

La vicenda di Sigonella Craxi la prese di petto, eccome. Il signor Leon Klinghoffer, l’ebreo americano in carrozzella che i terroristi buttarono a mare, la prese in un altro modo. Il fatto è che per la prima volta nel dopoguerra Craxi impose alla comunità internazionale l’idea che un atto di terrorismo possa essere considerato lecito. Quanto al prurito alle mani in Cile, resta il mistero. Gli durò a lungo? Come se lo fece passare? Su un evento biografico così importante De Michelis purtroppo tace.

E infine i soldi che elargiva all’Olp di Arafat "senza andare troppo per il sottile". Viene spontanea una domanda: ma chi glielo aveva ordinato, a Bettino Craxi, di dare soldi sottobanco all’Olp di Arafat? Se fossero stati soldi di famiglia sarebbe solo un problema politico, ma dato che erano soldi di tangenti, cioè denaro sporco, la faccenda si complica. E poi: il grande statista lo sapeva che anche Arafat, i soldi, invece di usarli per la sua organizzazione li imboscava come lui su conti personali in Svizzera e in Francia?

Ma De Michelis dimentica le imprese che fanno del Nostro uno statista sui generis: per esempio la sua amicizia con Siad Barre, un sanguinario dittatore che con un colpo di Stato, dopo aver fatto fucilare intellettuali, giornalisti e oppositori, aveva instaurato dal 1969 una feroce dittatura in Somalia e che ricevette da Craxi montagne di denaro. Era la cosiddetta "cooperazione italiana". Per il solo quadriennio 1981-84, Craxi stanziò per la dittatura di Barre 310 miliardi di lire. Tralascio le armi italiane alla Somalia, oltre agli aiuti "tecnici" e le magnifiche autostrade costruite nel deserto.

Del grande statista il suo devoto dimentica poi la legge Mammì, la revisione del Concordato del 1984 con l’attribuzione dell’8 per mille alla Chiesa, il debito pubblico che da 400 mila passò a 1 milione di miliardi di lire, l’Alfa Romeo regalata alla Fiat e sottratta alla Ford che l’avrebbe pagata, le amicizie con Licio Gelli, le parole di sostegno ai generali argentini contro la Gran Bretagna durante la crisi delle Falkland. E infine la Tunisia.

Craxi la scelse come punto di fuga nel 1994. In quel paese dal 1987, con un colpo di Stato sostenuto dal nostro Sismi, aveva preso il potere un certo Zine El-Abidine Ben Ali, instaurando un regime di terrore dove sparizioni, omicidi e torture erano all’ordine del giorno. Evidentemente a Craxi piaceva, non gli prudevano le mani. Ben Ali, si noti, è "presidente" della Tunisia da 21 anni, perché "ama il suo popolo e ne è riamato", come dice la sua propaganda.

Il devoto del grande statista conclude con un messaggino al presidente della Repubblica: "Alle elezioni del ’92 cominciammo ad ospitare nelle liste del Psi alcuni miglioristi: Borghini, Minopoli, Francese. Altri, più vicini a Napolitano, saltarono solo per un’esitazione dell’ultimo secondo. Poi, venne Mani Pulite (…) Non gli tiro la giacca, il capo dello Stato sa cosa fare. Avrà un grande ruolo, perché Bettino offre a tutti una grande occasione…". Bettino offre a tutti una grande occasione. Meglio girar la testa dall’altra parte e fare finta di non avere sentito.

Ma c’è una cosa che De Michelis non può dire, ed è una cosa che fa di Craxi a suo modo un "grande". Non certo il più grande statista della fine del secolo, ma il più grande illusionista della fine del secolo. Perché Craxi, con l’aiuto dei suoi fidi, la fine del secolo è riuscito a farla sparire, come i miliardi dalle banche. Non ha imboscato solo i soldi delle tangenti, ha imboscato anche il Tempo. Dove abbia nascosto la fine del secolo, in quale remoto conto off-shore o in quale Buco Nero dell’universo non si sa, ma è sparita.

Il Novecento è finito e il nuovo secolo (anzi il nuovo millennio) si è portato via il vecchio, con la sua storia e i suoi detriti, che in occidente sono volati via dappertutto, in America come in Europa. Meno che in Italia, che probabilmente non appartiene all’Europa. Gli italiani non sono nel Duemila, sono ancora nel millennio scorso: ci sono ancora i comunisti (lo dice Berlusconi), c’è ancora il Sillabo, ci sono ancora i Servizi deviati, c’è ancora la mafia che lavora coi politici e i politici che lavorano con la mafia, c’è ancora il conflitto d’interessi, c’è ancora senza esserci l’Alitalia, c’è ancora Porta a Porta, c’è ancora D’Alema e soprattutto c’è ancora Bettino Craxi, e dunque c’è Berlusconi.

Voi siete (noi siamo) ancora negli anni Ottanta, cari connazionali, quando c’era la Democrazia cristiana, la P2, la Milano da bere e De Michelis componeva la sua fondamentale opera sulle discoteche italiane. È la notte dei morti viventi. E per fortuna siamo agli anni Ottanta, perché se va avanti (anzi indietro) così, domani potremmo leggere sui giornali: "Individuati i responsabili della bomba al tribunale o alla questura tal dei tali. Si chiamano Pietro Valpedra e Giuseppe Pinelli".

Una strada intitolata a Craxi? Ma che gli diano pure un vialone. Purché l’eventuale via che Ilaria Alpi meriterebbe ne sia a debita distanza. Dove andiamo a ballare stasera? Ma al Senato, tesoro.


lunedì 4 gennaio 2010

Peggio del giovane Sindona. La proposta della Premiata Agenzia Immobiliare dell’“opposizione” per l’area di via F.lli Cairoli




Alta tensione e sonnolenza postprandiale

Sono passati più di due mesi dall’epica marcia di duecento metri “per la salvaguardia del Parco delle Groane” [v. i primi paragrafi de Il magliaro illusionista], e sono stati, ci rivela un “comunicato stampa” [Via Cairoli: Le proposte dell’opposizione (questo post, che si trovava sul sito web del PD di Limbiate, è stato convenientemente rimosso, per i motivi che risulteranno chiari se si avrà la pazienza di andare avanti nella lettura, dopo la pubblicazione del mio post], mesi durante i quali “è stata alta la tensione relativa al dibattito sul futuro della grande area”. In realtà nessuno se n’era accorto, ma non se ne può dubitare: le asinerie, le farneticazioni e le falsità con le quali è farcito questo ennesimo “comunicato” sgrammaticato testimoniano che la “tensione” è stata tanto alta da ridurre in cenere il cervello di chi lo ha scritto. Oltre alla cenere, però, è rimasto dell’altro. Il comunicato, infatti, serve per lanciare una proposta che esprime con chiarezza la natura vera di questa gente che dice di essere l’”opposizione”, ma in realtà è stabilmente a servizio presso alcuni degli speculatori limbiatesi che, anche se non sono del tutto identificabili con la maggioranza politica del Comune, partecipano pro-quota (anzi: pro-lotto!) al saccheggio di Limbiate. Mentre la banda di Romeo e soci procaccia affari per il gruppo degli speculatori attualmente vincente sul mercato, l’"opposizione" cura gli affari della parte minoritaria dei pescecani (come li avrebbe chiamati Giuseppe Scalarini). In sostanza, abbiamo a che fare con un’altra agenzia di affari immobiliari, diversa dalle altre solo perché sulla sua vetrina sono esposti un ambientalismo urbano d’accatto e alcuni progetti “scientifici” ormai svaniti nel nulla.

L’area di via F.lli Cairoli, sulla quale si vorrebbe costruire una sessantina di appartamenti e un vasto parcheggio, è stata definita dagli organizzatori della marcetta “la porta del Parco delle Groane”, “il limite della ragione e della capacità di urbanizzare in modo consapevole e sostenibile”, ma la brevissima passeggiata è stata organizzata in modo estemporaneo, quando la variante proposta dal Comune era già stata adottata da mesi, e dopo la scadenza del termine per presentare le osservazioni, che sono state presentate ma non divulgate. Già la considerazione di queste circostanze portava a formulare qualche interrogativo. Tuttavia ci si aspettava che dopo la marcia fosse organizzato innanzitutto un grande lavoro di raccolta, analisi e diffusione delle informazioni, per argomentare compiutamente e sostenere meglio quelle affermazioni tanto roboanti, e poi altri episodi di contestazione degli scellerati progetti della banda guidata dal Tecoppa sub-aspromontano. Ma (ne vedremo più avanti le ragioni) niente di ciò è stato fatto dal gruppetto di inetti che, per aver ottenuto qualche “X” sul proprio nome, credono di essere in grado di fare i rappresentanti popolari e di essere i padroni di tutto il campo dell’opposizione al centro-destra limbiatese. Questo lavoro non è stato fatto né dagli ectoplasmi dell’Asinistra, né dalla più importante Agenzia Immobiliare di Limbiate, coordinata da Ti-che-te-tarchett-i-ball, né dall’armata Brancaleone che vanta fra i suoi armigeri un magliaro illusionista e uno statista postelegrafonico. Non lo ha fatto nemmeno un architetto che, segato a suo tempo da Romeo e Mestrone, è ai margini del mercato edilizio limbiatese da troppi anni, ormai, per non avere la smania di rientrarvi, e si guarda bene dall’infastidire davvero i padroni del vapore (intanto fa il consigliere comunale di una lista il cui nome più appropriato sarebbe “Città Morta”). Non lo ha fatto, infine, nemmeno un sedicente “comitato” che ha promesso di “vigilare” e di organizzare i cittadini contro “la cementificazione”, ma si dedica, più che ad altro, ad organizzare riffe e pacciade (e se ne comprende facilmente la ragione: i pensieri e i movimenti dei quattro - cinque del “comitato”, guidati da quel ferratissimo leader, da quel militante civico dalla consumata abilità, da quell’uomo dall’incondizionata lealtà e dalla limpidissima franchezza che si chiama Mauro Varisco, sono rallentati, oltre che dall’insipienza e dalla stolidità, anche dalla sonnolenza post-prandiale).

Una bonaccia da Mar dei Sargassi
 
Ti-che-te-tarchett-i-ball & C. parlano di “alta tensione”, ma per due mesi abbiamo ascoltato, invece, solo un placido russare in una bonaccia da Mar dei Sargassi. L’esatto contrario del lavorìo che si riscontra, in tutto il mondo (anche in favelas di città brasiliane e in poverissime municipalità indigene dell’altopiano boliviano), quando i gruppi politici locali e i comitati di cittadini si organizzano per difendersi dai predoni del territorio e combattere la speculazione edilizia! A nulla sono valsi alcuni tentativi di increspare, almeno, questa calma piatta, fatti da me ben prima che la variante fosse approvata definitivamente dal Parco delle Groane, con ripetute sollecitazioni ad approfondire la conoscenza della questione. Queste sollecitazioni, rivolte ad un giovane adepto dell’Asinistra, il cui spirito, evidentemente, ormai è stato troppo guastato dalla frequentazione di vecchie cariatidi perché abbia voglia di mettersi a pensare con la sua testa, e ad una consigliera senaghese di Rifondazione Comunista, ma rappresentante la Provincia di Milano nel Consiglio di Amministrazione del Parco delle Groane, sono cadute nel vuoto.

Tanti vincoli, nessuna opposizione

Il sospetto che il vero obbiettivo della marcetta non fosse la “difesa del verde” era stato rafforzato, infatti, dall’esame delle caratteristiche di quell’area e dei vincoli che vi sono posti da una serie impressionante di documenti normativi: il PRG vigente del Comune di Limbiate; lo stesso Piano Territoriale di Coordinamento del Parco; il P.T.C. della Provincia di Milano, con il quale, essendone ancora sprovvista la Provincia di Monza, devono conformarsi e il Parco e la nuova Provincia; il sistema dei vincoli territoriali della Regione Lombardia e quelli che lo Stato pone sulle aree ai lati dei fiumi e dei cimiteri. La semplice lettura della cartografia reperibile sul web metteva, infatti, e mette a disposizione di chi voglia organizzare davvero l’opposizione alla variante al P.T.C. del Parco delle Groane una tale quantità di ragioni forti (poiché sono corroborate da norme pubbliche) che ne risulta uno iato stridente con la miseria delle argomentazioni “ambientaliste” della marcetta e con l’assenza di reazioni alle sollecitazioni di cui parlavo prima. Certo, si era trattato dell’ennesima, per quanto sporadica, attività di modestissima manutenzione di un consenso elettorale che per qualcuno si assottiglia sempre di più, e per altri è ridotto ormai ai minimi termini, ma la povertà dei suoi contenuti, e il silenzio che ne è seguito, era troppo povera l’una e troppo assordante l’altro per non chiedersi quale fosse il vero obiettivo per il quale la marcetta era stata organizzata.

Spartizione del mercato edilizio limbiatese

Ora tutto è (più) chiaro: la “variante” per l’area di via F.lli Cairoli in realtà è (e non poteva essere diversamente!) un’operazione mirata e concordata che permetterebbe a una serie di soggetti (ma non alla collettività, come sarà chiaro fra poco) di raggiungere ciascuno i propri obbiettivi. L’operazione serve sia a coloro che occupano il mercato dell’edilizia, che a quelli che occupano il mercato della politica limbiatese, legato organicamente al primo. Serve alla banda di procacciatori d’affari che ha in mano il Comune e cura gli interessi di alcuni soggetti che non vogliono essere troppo disturbati mentre mangiano la parte più grande della torta edilizia di Limbiate, e sanno bene che per essere lasciati tranquilli devono cederne una parte ad altri (altrettanto) affamati di territorio. Serve all’Agenzia Immobiliare “Opposizione”, una sezione della quale è costituita dal “PD Limbiate”, che si occupa degli affari di palazzinari ai quali in questo periodo spetta, per ragioni elettorali, la parte minore della torta, mentre un’altra sezione è costituita dall’Asinistra, legata a palazzinari della stessa risma (dai quali spera di farsi pagare anche la prossima campagna elettorale). Serve all’architetto messo ai margini del mercato edilizio, che insieme all’Asinistra ha firmato un’”osservazione” alla variante al P.T.C. priva di qualsiasi vero contenuto, ma che aveva l’aria di essere solo un avvertimento alla giunta comunale: attenzione, dovete trattare anche con noi. Serve, infine, anche al Comitato delle pacciade che, a parte le abbuffate, riesce a dare segni di vita solo se qualcuno fa firmare a Mauro Varisco testi nei quali egli non ha messo nemmeno una virgola.

Qual è, infatti, ora che la variante è stata approvata (il 27 novembre, all’unanimità: quindi anche con il voto favorevole della consigliera di Rifondazione Comunista!), la proposta dell’”opposizione” per l’area di via F.lli Cairoli? Prima di richiamarla è necessario, per capirne il vero scopo, dire che quell’area, per i vincoli stabiliti dal P.T.C. della Provincia di Milano, dalla Regione Lombardia e dallo Stato (tutti prevalenti su qualsiasi norma del P.T.C. del Parco delle Groane) è in grandissima parte inedificabile, e lo è, in particolare, perché due di questi vincoli sono vincoli assoluti di inedificabilità: mi riferisco a quello che protegge l’area di rispetto del torrente Garbogera, che si estende fino a 150 metri dal piede dell’argine, e quello della zona di rispetto che si estende per 200 metri dal Cimitero Monumentalino (e qui, a differenza del P.L. di via Monza, almeno per il momento non vi sono pretesti per violarla).

Proteggere le aree dove gli speculatori guadagnerebbero pochissimo, ma far cementificare quelle (pubbliche) dove guadagnerebbero moltissimo

Omettendo qualsiasi riferimento alle caratteristiche morfologiche dell’area, che è ben più di un prato verde (che come semplice colore urbano significa pochissimo!), e trascurando i vincoli che vi sono posti per salvaguardarla, alcuni inetti (a fare l’opposizione), evidentemente manovrati per vie traverse da alcuni palazzinari, propongono non di far valere i vincoli di inedificabilità, bensì, poiché si tratta di rispettare il “limite della ragione e della capacità di urbanizzare in modo consapevole e sostenibile”, di spostare la cementificazione su un’altra area di proprietà pubblica! Questa, infatti, è la bella ponzata esposta, con le sgrammaticature usuali e tipiche di Ti-che-te-tarchett-i-ball, in un comunicato pieno di falsità e farneticazioni: si propone cioè che il Comune espropri l’area di via F.lli Cairoli e la permuti con un’area di pari estensione, ovviamente edificabile, del patrimonio immobiliare comunale!

La proposta di permuta, mistificata con il termine “esproprio”, significativamente non è stata fatta prima dell’approvazione della variante al P.T.C. del Parco (variante proposta dal Comune di Limbiate, si badi, già nel 2005), quando l’area era destinata ad usi agricoli, e non è stata fatta nemmeno al momento della marcia patetica, ma viene fatta adesso, quando ormai (almeno secondo il Parco delle Groane) quel terreno di oltre 41.000 mq è diventato per più della metà edificabile (“Pianificazione Comunale Orientata”) e per il resto “zona per servizi di interesse comunale”, e quando il suo valore non è più quello dei terreni agricoli, bensì (almeno sulla carta) quello delle aree destinate ad usi residenziali nella zona centrale di Limbiate.
Si considerino, ora, le caratteristiche e i vincoli di quell’area, che, se fatti valere, comunque impedirebbero l’edificazione residenziale, e anche i parcheggi, su tutta la parte che la variante ha destinato alla P.C.O. (circa 21.000 mq sul lato della via F.lli Cairoli), poiché questa parte è compresa per più della metà nell’area di rispetto del Garbogera, ed interamente nella zona di rispetto del Cimitero Monumentalino. Il primo vincolo impedirebbe anche di costruire il parcheggio su tutta la parte adiacente al torrente Garbogera, poiché ricade interamente (oltre che nell’area di rispetto cimiteriale) nell’area di rispetto del torrente, ed è definita ”area ad elevata vulnerabilità idraulica e per possibili casse di colmata” dallo stesso P.T.C. del Parco delle Groane. Pertanto, le possibilità di edificazione su quell’area sarebbero, in realtà, assai limitate. Per gli speculatori, tuttavia, le soluzioni che può offrire la “politica” sono infinite. Ed eccone una geniale: secondo la proposta folle (dal punto di vista dell’interesse pubblico, poiché dal punto di vista degli speculatori, invece, essa è del tutto “razionale”) di cui si sono fatti latori gli inetti, il privato dovrebbe essere “espropriato” di un’area sulla gran parte della quale, nonostante la variante del P.T.C. del Parco (che certo sarà poi inserita, se l’operazione non sarà bloccata, nel P.G.T. del Comune), potrebbe solo esercitare l’agricoltura; in cambio, la collettività dovrebbe dargli un’area del patrimonio comunale di pari estensione e non minore valore, ovviamente interamente edificabile per insediamenti residenziali. E si potrebbe scommettere, naturalmente, che in una simile operazione le aree standard dovute per le nuove costruzioni, tenendo conto della prassi della monetizzazione e/o compensazione al ribasso che il Comune continua a seguire (finché non interverrà la magistratura!), sarebbero compensate con l’area dell’ipotetico parcheggio di via F.lli Cairoli, il cui valore anche dopo la recente variante rimane ben inferiore a quello delle aree edificabili!
 

Peggio del giovane Sindona

Ecco a cosa serve la proposta della “permuta a compensazione di un esproprio”: a valorizzare al massimo una proprietà fondiaria che, restando lì dov’è, potrebbe essere valorizzata con costruzioni residenziali solo in minima parte! È necessario, quindi, il marchingegno nascosto nella “proposta dell’opposizione”: la proprietà privata di un’area assoggettata a diversi vincoli di inedificabilità, e pertanto solo modestamente valorizzabile, verrebbe “traslata” (per usare un termine del settore) su un’area del patrimonio pubblico priva di vincoli. Il privato potrebbe così ricavarne il massimo profitto!

Il famigerato criminale Michele Sindona, legato alla mafia siciliana e mandante dell’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, cominciò a costruire le sue fortune, tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta del novecento, acquistando per conto terzi terreni agricoli attorno a Milano che poi, corrompendo gli amministratori pubblici, riusciva a far trasformare in terreni edificabili; ne ricavava laute provvigioni ed appartamenti per sé. Con l’operazione che viene proposta per l’area di via F.lli Cairoli si farebbe assai peggio, poiché il Comune, cioè la collettività, non dovrebbe limitarsi a concedere un atto amministrativo (la dichiarazione di edificabilità di un terreno agricolo), ma addirittura dovrebbe cedere agli speculatori una proprietà pubblica! Che nessun cretino venga a blaterare sulle “contropartite”, poiché, ripeto, sull’area di via F.lli Cairoli vi sono già dei vincoli tali che, anche se restasse di proprietà privata, la destinerebbero a verde, e se il Comune la volesse espropriare il suo prezzo sarebbe quello di un terreno agricolo. Quanto, poi, alla proposta di costruzione di un parcheggio su un’”area ad elevata vulnerabilità idraulica e per possibili casse di colmata”, essa da sola basta a dileggiare la stoltezza di chi la fa.

Programmazione della speculazione e ambientalismo prostituito

Dicevo prima che ora tutto è (più) chiaro, poiché non si potrebbe trovare un esempio migliore per spiegare quanto sia appropriato usare il termine speculazione (ovviamente pervertendone il significato originario) quando si parla degli affari dell’edilizia, ed è chiaro, anche, che il termine “programmazione”, con il quale sproloquia continuamente Ti-che-te-tarchett-i-ball, deve essere inteso come sinonimo di "speculazione". Ovviamente l’origine della proposta non è da collocare esattamente nella scatola cranica di costui, bensì in quella di altri che, marpioni, l’hanno suggerita a lui e agli altri che l’hanno presentata alla stampa e si sono fatti fotografare in gruppo. Ma chi sono costoro? Sono solo dei cretini politici, più deleteri dei cretini semplici perché agiscono nell’arena pubblica, o sono dei venditori immobiliari? Corrono voci, infatti, che i veri proprietari dell’area siano noti costruttori ed immobiliaristi più vicini al PD che a Romeo. E guarda che caso: il gruppetto che appare sul “Giornale di Desio” del 22 dicembre è costituito per cinque sesti da eredi, compagni di partito e corresponsabili di chi ha cementificato Piazza della Repubblica!

In ogni caso, sia i tempi della proposta di variante, sia le modalità della marcetta in fa maggior, sia la proposta di “soluzione ragionevole” dimostrano che tutto era preparato da lunga pezza. La marcetta non era il primo episodio di una lotta (che infatti non c’è stata), ma solo un mezzo per creare nell’opinione pubblica contraria alla speculazione edilizia le condizioni affinché la successiva proposta apparisse “intelligente”, risolutiva ed “equa”. Creata la situazione propizia, i mentori occulti del coordinatore del PD e dell’Asinistra hanno suggerito la soluzione che potrebbe soddisfare, in un colpo solo: l’esigenza degli speculatori di trarre il massimo profitto da tutta l’area di via F.lli Cairoli (previa “traslazione” della proprietà su un’area pubblica priva di vincoli); la squallida vanagloria del benefattore dei bambini di Černobyl' (in quali mani!); le illusioni di rivalsa elettorale delle cariatidi dell’Asinistra; l’ansia di protagonismo degli organizzatori di pacciade. Ecco come la difesa dell’ambiente (“la porta del Parco delle Groane!”, “l’ultima grande risorsa per la città!”, “il “limite della ragione e della capacità di urbanizzare in modo consapevole e sostenibile!”) può essere prostituita e usata per soddisfare la libidine del massimo profitto dei palazzinari!

Un Piano di Lottizzazione a te, una Pianificazione Comunale Orientata a me
 
Questa operazione è stata contrattata, ovviamente, con la banda di procacciatori di affari che governa il Comune. In un contratto si dà e si riceve. Per l’appunto, sul cambio di destinazione dell’area di via F.lli Cairoli, l’”opposizione” non ha aperto bocca prima della scadenza del termine per fare le osservazioni, e quelle (inconsistenti) presentate pro-forma non sono state divulgate. Dopo la scadenza, l’”opposizione” ha approvato a scatola chiusa il Piano di Lottizzazione di via Monza [ampliamento di Euronics; aggiunta dell'1-5-2012 (n.d.r.)] e, anche per distogliere l’attenzione da questa bella porcheria, pochi giorni dopo è stata organizzata la patetica marcetta. Nei due mesi successivi nulla più è stato detto o fatto, né sull’area di via F.lli Cairoli, né sul P.L. di via Monza A proposito di questo piano, quasi in extremis e solo dopo che certi rilievi [vale a dire del sottoscritto ; aggiunta dell'1-5-2012 (n.d.r.)], evidentemente, erano giunti a qualcuno, è stata presentata un’osservazione manifestamente improvvisata, formalmente firmata da Mauro Varisco ma della quale sicuramente egli non ha pensato né scritto nemmeno una virgola (poiché, infatti, non è in grado, né mai lo sarà, di fare quel tipo di discorso). L’osservazione conteneva proposte di modifiche altrettanto illogiche di ciò che chiedeva di modificare, e non poteva che essere respinta. Anche per quanto riguarda i rilievi effettivamente critici degli interventi orali nel consiglio comunale del 29 dicembre 2009, in pratica sono stati utilizzati (malamente) solo quelli (certamente captati per interposta persona, ed esposti tutti solo fino al punto in cui erano stati captati) di qualcuno [vale a dire del sottoscritto; aggiunta dell'1-5-2012 (n.d.r.)] che, senza essere consigliere comunale, si prende la briga di andare in Municipio a gettare un’occhiata critica su certi documenti. Ma l’osservazione e i rilievi critici servivano solo per fare la recita dell’opposizione, poiché è nella categoria delle farse che deve essere collocato il voto del 29 dicembre contrario all’approvazione definitiva del P.L., dopo averne approvata l’adozione, alla metà di ottobre, senza aver formulato il benché minimo rilievo critico (infatti, erano solo causidiche e nient’affatto critiche le “migliorie” alla convenzione attuativa proposte da Terragni, che sono state accettate all’istante, senza alcuna discussione. Ti-che-te-tarchett-i-ball, invece, è stato accontentato con la vaga promessa di una pista ciclabile.

Do ut des: il P.L. di via Monza contro la Pianificazione Comunale Orientata di via F.lli Cairoli, da “traslare”, però, su un’area pubblica dove sia possibile realizzare il massimo profitto!


venerdì 1 gennaio 2010

Voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore


Capodanno


di Antonio Gramsci (1891-1937)


Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.


"Avanti!", a. XX, n. 1, 1° gennaio 1916, cronache torinesi, nella rubrica "Sotto la mole", ora in Cronache torinesi 1913-1917 , Giulio Einaudi editore, Torino 1980, pp. 47-48

mercoledì 9 dicembre 2009

Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra



Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele


Tra i primi firmatari: Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico - Paolo Beni, presidente Arci - Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente - Andrea Olivero, presidente ACLI - Guglielmo Epifani, segretario CGIL - Raffaele Bonanni, segretario generale CISL - Luigi Angeletti, segretario UIL - Francesco Miano, presidente Azione Cattolica - Filippo Fossati, presidente UISP - Marco Galdiolo - presidente US Acli - Marisa Ferro, Segreteria Nazionale ANPI - Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci - Giuseppe Politi, presidente CIA (Confederazione italiana agricoltori) - Aldo Soldi, Presidente di Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori - Elisabetta Laganà, presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia - Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace - Carlo Petrini, Presidente Onorario Slow Food Italia e Presidente Slow Food Internazionale - Roberto Burdese, Presidente di Slow Food Italia - Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" - Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) - Mani tese - Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil - Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl - Carla Cantone, segr. generale SPI-CGIL - Emilio Miceli, segretario nazionale SLC - C.G.I.L - Carlo Podda, segretario nazionale FP - CGIL - Michele Mangano, presidente Auser - Doriano Guerrieri, presidente nazionale CNGEI - Gianpiero Calzolari, Presidente di "Cooperare con Libera Terra" - Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco - Don Nandino Capovilla, coordinatore Pax Christi - Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova - Addiopizzo Palermo - Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci - Aurelio Mancuso, presidente Arcigay - Lucio Babolin, presidente CNCA - Fabio Salviato, presidente di Banca Etica - Mario Crosta, Direttore Generale di Banca Etica, Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl - Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, referente Link-coordinamento universitario, Antonio De Napoli, Forum Nazionale dei Giovani - Luca De Zolt, rete studenti medi - Sara Martini e Emanuele Bordello - presidenti FUCI, Giorgio Paterna, coordinatore Unione degli Universitari - Umberto Ronga, Movimento Eccesiale di Impegno Culturale. E inoltre: Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell'Olio, Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, Francesco Ferrante, Rita Ghedini, Petra Reski, Esmeralda Calabria, Vittorio Agnoletto, Vittorio Arrigoni, Giuseppe Carrisi, Jasmine Trinca, Yo Yo Mundi, Sergio Rubini, Modena City Ramblers, Gianmaria Testa, Libero De Rienzo, Livio Pepino, Elio Germano, Subsonica, Vauro, Claudio Gioè, Roberto Saviano, Daniele Biacchessi, Giulio Cavalli, Elisabetta Baldi Caponetto, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Giancarlo Caselli, Ascanio Celestini, Alberto Spampinato, Salvatore Borsellino, Federica Sciarelli, Haidi Giuliani, Fausto Raciti, Francesco Menditto, Antonello Ardituro, Benedetta Tobagi, Il Coro dei Minatori di Santa Fiora, Simone Cristicchi, Roberto Natale, Agnese Moro, Tana De Zuleta, Lella Costa, Armando Spataro, Maurizio Ascione, Nicola Tranfaglia, Franco Cassano, Marco Delgaudio, Carlo Lucarelli, Alex Zanotelli, Marcelle Padovani, Andrea Occhipinti, Johnny Palomba, Paolo Ferrero, Marianna Scalfaro, Natalia Aspesi, Mimmo Lucà, Luca Zingaretti, Renato Scarpa, Antonio Di Pietro, Titti De Simone, Giuseppe Lumia, Giuseppe Piccioni, Claudio Fava, Giorgio Bocca, Daniele Fichera, Gustavo Zagrebelsky, Ettore Scola ...

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giovedì 3 dicembre 2009

La madeleine della menzogna. Marcel-Terragni tanto gode nel farsi gabbare dalle frottole di Albertine-Cogliati sul bilancio, che le ripete


Nel 2006, Mario Terragni, vecchia cariatide della “politica” limbiatese, si rivolse al colto e all’inclita chiedendo di essere eletto sindaco. Parlò, pare, soprattutto di alcune cose che aveva fatto trent’anni prima. Non parlò di alcune altre cose che era meglio non mentovare, né delle molte altre che non aveva fatto (fra le quali: un vero Piano Regolatore Generale; denunciare l’ACNA per l’inquinamento della falda acquifera). Non omise, però, di esibire un vezzo del quale egli si è sempre compiaciuto, quello di épater les naïfs et les ignorants (visto l’argomento, il francese è obbligatorio) con un riferimento ad un’opera che, già solo a citarne il titolo, denota sublime statura intellettuale e gusti letterari sopraffini: À la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Non saprei dire a quale dei sette tomi che compongono l’opera, tutti con titoli diversi, egli si sia riferito. Io entrai nella sala dove egli aveva parlato solo dopo la fine del suo discorso, e la prima frase che udii fu pronunciata dal futuro consigliere Daniele Cenci che, pieno di ammirazione, stava esclamando: “Mi pare che stiamo volando alto!”. Ricordo che subito mi pervase la sensazione di un certo disorientamento, poiché era sì evidente che quell’assemblea non era propriamente una situazione terrena, ma non mi sembrava che fossimo ad un’altezza aeronautica. Prima di orientarmi un po’ dovetti sorbirmi alcuni altri interventi strampalati, fino a quando, finalmente, un povero fesso disse la frase stellare: “Con un candidato che cita Proust, abbiamo già vinto!”. Confesso di aver fatto, di nascosto, un gesto su un particolare anatomico maschile che è doppio. Poco dopo, un tizio più disinibito di me andò al microfono per dichiarare apertamente che aveva fatto lo stesso gesto, e seppi poi che anche altri si erano abbandonati alla medesima pratica apotropaica. Ma tutti quei riti non bastarono: una parte del centro-sinistra, quella che è sensibile solo alla madeleine degli affari edilizi, preferì votare e far votare per il centro-destra; la coalizione di centro-sinistra perse sedici punti della percentuale ottenuta alle elezioni politiche di un mese e mezzo prima - e noi siamo ancora qui a farci vessare dalla banda del Tecoppa sub-aspromontano.

In un’altra occasione, però, sono stato più fortunato, ed ho potuto ascoltare Marcel-Terragni mentre si serviva di quella che forse è la più famosa metafora della Recherche, quella della cattedrale, che egli ha mostrato di saper usare, con grande perizia, come un portentoso strumento ermeneutico per penetrare nella complessa, elaboratissima architettura del bilancio comunale, opera di quel geniale ragiunatt brianzolo che è il Dr. Giuseppe Cogliati. Fra questi e il nostro Marcel-Terragni sembra esservi, a proposito di entrate ed uscite di bilancio, un rapporto analogo a quello che legava Albertine all’io narrante della Recherche. Come sfuggire a questa potente impressione, quando si ascoltano le lodi carezzevoli e amorose che, appena può, Marcel-Terragni rivolge al ragiunatt nel Consiglio Comunale? Marcel-Terragni è presidente della Commissione Finanze del Consiglio Comunale, e fra i due vi è una tale corrispondenza di amorosi sensi ragionieristici, che ormai capita di assistere a questo: Marcel-Terragni avvia un certo discorso, che poi viene svolto e concluso con disinvoltura da Albertine-Cogliati.

L’architettura del bilancio comunale, però, è alquanto traballante, e forse una buona parte della fabbrica quest’anno non potrà essere completata. Albertine-Cogliati in modo asettico cerca di dimostrare che, per colpa della crisi economica, molte entrate previste sotto la voce “da concessioni edilizie” non sono… entrate e non entreranno – e per conseguenza devono essere cancellati investimenti e spese correnti. Tuttavia, ci assicura, con un pilastrino qua e un’impalcatura là, la parte già rabberciata della fabbrica potrebbe restare in piedi. Marcel-Terragni, amorevolmente sollecito, corre ad aiutare la sua Albertine: non si limita a lodarne le capacità architettoniche, ma, a più riprese, cerca di porre la cattedrale al riparo dagli atti vandalici di qualche casseur che si mettesse a gironzolare nei pressi. La colpa, protesta Marcel, certamente è della Giunta che ha puntato troppo sugli oneri di urbanizzazione, ma è anche dello Stato, che ci fa penare prima di “trasferire” i soldi che ci deve mandare per la fabbrica. “Mancano - vero, mia dolce Albertine? - quattro milioni e mezzo di euro di trasferimenti dallo Stato! Se ci fossero i soldi dell’I.C.I. sulla prima casa, dell’I.C.I. sui fabbricati rurali, dell’addizionale IRPEF, della restituzione dei costi della politica – soldi che lo Stato ci ha tolto e non ci rimborsa - la fabbrica sarebbe quasi salva!”.

Si sa che a Marcel Proust bastava il solo ricordo di un dolce chiamato madeleine per cadere quasi in un deliquio. Nel caso di Marcel-Terragni non sappiamo se si tratti della madeleine della copertura, lungamente praticata quand’era sindaco, di funzionari felloni e di affari loschi, o semplicemente di ignoranza bella e buona, o di entrambe le ragioni. Mentre l’altro Marcel, malato, è vissuto per anni sprofondato nel suo letto e ha scritto la Recherche, questo qui è vissuto sprofondato nell’amministrazione locale per alcuni decenni, ma, per quanto possa sembrare incredibile, dell’amministrazione come apparato non ha imparato quasi niente. Quando era sindaco si dedicava, per l’appunto, a fare il sindaco, l’uomo di rappresentanza, mentre l’amministrazione era appannaggio di qualche suo compagno di partito (il P.S.I. craxiano), che amministrava il Comune al suo posto (con la connivenza del PCI). La funzione del perennemente macerato Marcel limbiatese era piuttosto quella di coprire, ostentando “umanità” e “disponibilità”, un bel po’ di porcherie, anche nel settore edilizio. Chi volesse constatare il livello, che forse non è nemmeno elementare, delle sue conoscenze di leggi e di procedure amministrative, comunali e statali, e quanto l’abitudine di coprire funzionari felloni gli sia rimasta introiettata, fino ad essere ormai inestirpabile, nelle più lontane scaturigini della sua rappresentazione del mondo - dovrebbe ascoltarlo, vincendo lo sconforto, quelle poche volte in cui cerca di leggere e interpretare qualche documento. Per limitarci ad un esempio un po’ comico, poco tempo fa questo Marcel ha confessato che si sentiva devastato dall’angoscia dell’alinea, parola che trovava ripetuta ossessivamente nella convenzione attuativa di un piano di lottizzazione. Quindi, in pieno Consiglio Comunale, ha chiesto qualche sollievo ad un povero architetto comunale che in quella convenzione di suo non aveva messo nemmeno una virgola. Costui non è certo il tipo di funzionario che, dopo aver letto (ammesso che la legga davvero) una convenzione interamente scritta da altri, osa suggerire una modifica letterale (neppure la più insignificante): il suo compito (lautamente compensato) è solo quello di apporre firme in calce a documenti preparati da altri e che spesso non ha nemmeno letto. Quindi, poiché nemmeno lui, come Marcel-Terragni, aveva pensato di aprire un vocabolario per scoprire che alinea significa “capoverso”, “comma”, “paragrafo”, “passare ad una nuova riga”, e che, pur essendo un po’ desueto, in quel tipo di testo il termine non era affatto fuori posto - se la cavò rispondendo: “Non è un termine dell’architettura”. “Allora sia espunto”, implorò Marcel. Pronti: l’alinea è stato espunto.

Tornando al bilancio, Marcel-Terragni, o perché non lo sa, o perché una simile idea non può passargli nemmeno per l’anticamera del cervello, non dice che Albertine-Cogliati, anche se il suo incarico di dirigente vale solo pro-tempore (è un uomo di fiducia del sindaco), ha delle precise responsabilità per l’iscrizione in bilancio, ogni anno da almeno dieci, di entrate che sa bene che non saranno mai accertate. Queste previsioni vengono iscritte nel bilancio in aperta violazione di criteri, il cui rispetto sarebbe imposto dalla legge, fra i quali vi sono la veridicità delle previsioni e la loro determinazione sulla base di valutazioni storico-analitiche. Ora, se si da un’occhiata alle cifre dei bilanci preventivi e consuntivi pubblicate sul sito web del Ministero dell’Interno, si rileva una tale ricorrenza di entrate da concessioni edilizie iscritte nelle previsioni, ma poi in gran parte non accertate, che non solo risulta palese l’inosservanza dei due criteri richiamati, ma anche che essa non può essere casuale. Si direbbe, anzi, che il mancato accertamento della maggior parte delle entrate da concessioni edilizie sia una delle poche previsioni fondate.

In un prossimo articolo richiamerò le cifre che dimostrano e spiegano nel dettaglio quanto ho appena scritto; per il momento mi basta sottolineare che il richiamo delle cifre pubblicate nelle schede inviate dal Comune al Ministero dell’Interno ci consente di uscire dalle madeleines terragnicole e di cominciare a capire quali menzogne ci vengono ammannite a proposito del bilancio, e perché.

1) Con l’abolizione dell’I.C.I. sulla prima casa, il Comune non ha subito alcuno scippo (come sbraita un altro perennemente infinocchiato, Ti-che-te-tarchett-i-ball). Innanzitutto, l'abolizione dell'I.C.I. è stata solo l'ultimo passo di un cammino iniziato nel 2006 che, se non proprio a metà, era già arrivato almeno a due quinti dell'opera: il 40 per cento degli immobili individuati dalla Finanziaria 2008 approvata dal governo Prodi (cioè le «unità immobiliari adibite ad abitazione principale») era già uscito dall'obbligo del tributo per effetto della riduzione ordinaria (103,29 euro, che i Comuni avevano facoltà di innalzare fino a 200 euro) e dell’ulteriore detrazione dell'1,33 per mille dalla base imponibile prevista dall'allora ultima legge di bilancio. Il mancato introito causato dall’abolizione totale voluta dal governo Berlusconi è stato tempestivamente compensato dallo Stato. Tenendo conto che dai dati del bilancio consuntivo 2007 risulta che il Comune, per “accertamenti” e “riscossioni”, aveva iscritto rispettivamente 1.100.000 e 920.185 euro, lo Stato, come “Contributo compensativo minori introiti ICI prima abitazione”, ha già pagato nel 2008 più di quanto il Comune di Limbiate aveva riscosso nel 2007:

07-07-2008: 549.500,00 +
12-12-2008: 398.123,31 +
13-12-2008: 93.720,99 =
Totale: 1.041.344,30 > 920.185,00

Inoltre, questa cifra sarà elevata fino a 1.180.648,96 euro, sulla base dell’intesa siglata il 3 giugno 2009 nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie Locali.

Nella stessa conferenza è stata stabilita la spettanza per il 2009, che per il Comune di Limbiate è di 1.073.467,14 euro (nel Bilancio preventivo 2009 la cifra iscritta è 1.170.000 euro). Ebbene, lo Stato ha già pagato l’intera spettanza 2009:

15 giugno 2009: 549.500,00 euro
27 novembre 2009: 523.967,14 ”
Totale: 1.073.467,14 “


2 - L’I.C.I. sui fabbricati rurali non deve essere più pagata a partire dall’anno d’imposta 2007, ma i comuni non hanno perso nulla, perché i fabbricati rurali contribuiscono al reddito dominicale dei fondi, e quindi concorrono a formare l’I.C.I. dei terreni agricoli, e inoltre il Decreto-legge 23 novembre 2009, n. 168 ha stabilito che: “per l'anno 2009, fatti salvi eventuali conguagli, il Ministero dell'interno è autorizzato a corrispondere ad ogni singolo comune, a titolo di acconto, un contributo pari all'ottanta per cento della differenza tra l'importo certificato per l'anno 2007 e la corrispondente riduzione del contributo ordinario operata per il medesimo anno”. Infatti, il Comune ha già ricevuto l’”Acconto restituzione detrazione I.C.I. ex rurale (D.l 168/2009)”:

25 novembre 2009: 353.810,84 euro

Nota bene: il pagamento è stato effettuato il giorno prima che Marcel-Terragni, tacitamente assecondato dal sorrisino di Albertine-Cogliati, facesse l’ultima recita sui “mancati trasferimenti” dello Stato).

3) - L”Addizionale IRPEF” dal 2008 (anno d’imposta 2007) è ri-versata quasi immediatamente ai Comuni dopo il versamento dei contribuenti. La Finanziaria 2007 (legge n. 296/2006) al comma 143 dell’unico articolo, ha disposto che a partire dall’anno d’imposta 2007 (versata a saldo alla metà del 2008) i versamenti delle addizionali comunali all’Irpef, dovute tanto dai contribuenti per imposte proprie, quanto dai sostituti d’imposta per i soggetti sostituiti, venissero effettuati direttamente ai comuni attraverso appositi codici tributo attribuiti a ciascun comune. Lo stesso articolo ha rinviato per le modalità operative al decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 5 ottobre 2007, pubblicato sulla G.U. n. 247 del 23 ottobre 2007. Il decreto ha stabilito che, dal 1° gennaio 2008, i contribuenti (per le imposte proprie) e i sostituti d'imposta privati sono tenuti a versare l'acconto e il saldo dell'addizionale tramite modello F24, evidenziando mediante il codice catastale - sulla base del domicilio fiscale dei contribuenti al 1° gennaio dell'anno cui si riferisce l'addizionale - quanto dovuto a ciascun Comune.

Cosa è cambiato rispetto al passato?

Fino all'anno d'imposta 2006 la ripartizione tra i Comuni delle somme versate a titolo di addizionale era effettuata dal ministero dell'Interno, come stabilito dal decreto legislativo 360/1998, sulla base di dati forniti dal ministero delle Finanze, risultanti dalle dichiarazioni dei redditi e dei sostituti d'imposta. Il meccanismo era tanto lento che ai Comuni venivano accreditate in acconto delle somme solo successivamente sottoposte a conguaglio, con evidenti ritardi nella determinazione degli importi definitivamente spettanti.

Quindi, questa è la ragione vera del “ritardo” nel “trasferimento” dell’addizionale IRPEF 2007: è un “ritardo” che deriva dal meccanismo di calcolo delle spettanze del Comune previsto dalla legge. Tuttavia, per il 2007 le cose stanno così: nel bilancio preventivo 2007 erano stati iscritti 2.331.921 euro come “previsione”; nel consuntivo l’accertamento iscritto era 2.149.416 euro; per questo anno d’imposta, per il quale valgono le vecchie disposizioni del decreto legislativo 360/1998, le rate di acconto sono state le seguenti:

12 novembre 2007: per un imponibile di 358.236.040,00 euro: rata di acconto di 282.023,91 euro;
30 ottobre 2008: per un imponibile di 374.691.630 euro: rata di acconto di 112.937,54 euro.

Per il 2008 e il 2009: sul sito del Ministero dell’interno sono disponibili solo le cifre del Bilancio preventivo 2008 e 2009, e quindi troviamo la previsione di 2.331.921 euro di “addizionale IRPEF” 2008 e 2.447.277 per il 2009; non è disponibile la cifra del consuntivo 2008 (e, ovviamente, nemmeno quella del consuntivo 2009). Il comune, tuttavia, secondo il decreto del M.E.F del 5 ottobre 2007, dovrebbe aver già ricevuto direttamente l’addizionale IRPEF 2008 (già a novembre 2008 scadeva il termine per l’acconto, e il saldo a maggio 2009; l’addizionale IRPEF 2009 sarà ricevuta nel 2010). Perché il ragiunatt-Albertine, Dr. Giuseppe Cogliati, non rende pubblica la cifra che risulta già versata sul conto corrente postale del Comune?

4 – La “Restituzione costi della politica anno 2008 (art.2, c.32, legge 24 dicembre 2007 n. 244)” è già stata pagata. Dalle schede del Ministero dell’Interno risulta il seguente pagamento:

10 novembre 2009: 58.476,37 euro.

Anche in questo caso, il pagamento risulta effettuato prima dell’ultima recita dell’indignazione per i “mancati trasferimenti” dello Stato che Marcel-Terragni, confortato dal sorrisino ingannevole di Albertine-Cogliati, ha fatto nel Consiglio Comunale.

Come mai questa indignazione viene assecondata tanto prontamente non solo dal ragiunatt, ma anche dalla maggioranza di centro-destra e dallo stesso sindaco, fino al punto di accettare di inviare una vibrata protesta al governo nazionale? Per questa semplice ragione: il rallentamento del mercato edilizio, riducendo ulteriormente la quantità di oneri da concessioni edilizie che ogni anno vengono effettivamente accertati, mette allo scoperto la pratica, costante per almeno gli ultimi dieci anni, di iscrivere nelle previsioni grandi cifre, che poi in gran parte non sono accertate poiché sono lasciate nelle tasche dei palazzinari, i quali “compensano” gli oneri non versati con opere che costano la metà di quanto dichiarato nei computi metrici estimativi, che quasi sempre sono opere stradali, che quasi sempre sono inutili e quasi sempre sono sovradimensionate - ma che in ogni caso sono funzionali all’ulteriore valorizzazione delle loro palazzine. La causa principale dei mancati investimenti e della riduzione delle spese correnti sono questi mancati introiti, che ovviamente non possono figurare fra gli accertamenti, ma che assommati darebbero sicuramente diversi milioni di euro. Le opere, anche di semplice manutenzione, finora non realizzate sono innanzitutto il risultato di questo modo di gestire il bilancio. I pochi investimenti realizzati sono stati finanziati in gran parte con altre entrate.

La banda di affaristi che ha in mano il governo di Limbiate trova dei validissimi alleati in consiglieri come Terragni e come Archetti (che come il primo si beve avidamente le stesse frottole di Albertine, a cominciare da quella che la responsabilità di ciò che viene scritto nel bilancio è esclusivamente dei dirigenti politici del Comune!). Grazie a questi inetti la diffusione delle mistificazioni con le quali quella banda copre l’uso dell’amministrazione pubblica per fini privati non solo non è impedita, ma anzi è incrementata. L’inettitudine politica dell’uno e dell’altro (eletti con i voti di chi ha votato per la coalizione di centro-sinistra, fra i quali il sottoscritto) è evidenziata dalla loro totale dipendenza dalle interessate (dis)informazioni che (a loro richiesta!) gli vengono rifilate, anche nel Consiglio Comunale, oltre che dal ragiunatt-Albertine, da:

- un ex-droghiere che continua a vendere fette di salame anche facendo il Presidente del Consiglio Comunale, e che noi paghiamo con uno stipendio di più di 1.000 euro mensili;
- un segretario comunale condannato per tangenti e per danno all’immagine del Comune di Pieve Emanuele (le condanne ormai sono definitive);
- un sindaco che, appena eletto, pur di far fuori due dirigenti a lui sgraditi, ha provocato al Comune diverse centinaia di migliaia di euro di danni (i fatti sono stati accertati definitivamente dalla Corte di Cassazione; il Comune sta già pagando il risarcimento ai due licenziati).

Terragni e Archetti (e i loro sodali), lungi dal rappresentare chi li ha eletti, rappresentano solo la loro ignoranza, la loro mancanza di intelligenza politica e la loro incapacità di fare l’opposizione.

martedì 1 dicembre 2009

Il progetto governativo di riforma del processo penale: quali i fini?

di Giovanni Palombarini


Dormiva tranquillo, da mesi, nei cassetti del Ministero della giustizia. D’improvviso, grazie a due sentenze, quella del Tribunale di Milano sul "lodo Mondadori" e quella della Corte Costituzionale sul "lodo Alfano", qualcuno s'è ricordato della sua esistenza. Dopo che si è provveduto ad opera di esponenti della maggioranza e dei media amici a riversare su quei due giudici ogni genere di sospetti e ingiurie, si è sviluppato un pubblico dibattito, con toni inevitabilmente accesi, che ha accompagnato le proposte esplicitamente formulate, senza troppa attenzione ai principi costituzionali, per tirare fuori rapidamente dai guai giudiziari il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Più silenziosamente, accanto all'opera dei guastatori, qualcuno da quei cassetti ha rispolverato un progetto di riforma del processo penale... [per leggere l'articolo intero cliccare su