giovedì 21 giugno 2012
Romeo è già tornato. Ora si chiama De Luca
Nell’articolo Un
sindaco che ci è e ci fa: eletto dal centrosinistra rivendica l’eredità del suo
predecessore di centro-destra, pubblicato quasi tre mesi fa, ho fatto un
elenco sintetico dei principali atti che avevano caratterizzato fino a quella
data la terza giunta Romeo:
1) l’omissione voluta ed organizzata della
costituzione di parte civile del Comune di Limbiate nei processi contro la
‘Ndrangheta, cominciati nell’estate del 2011;
2) l’omissione delle denunce delle truffe ai
danni della cassa pubblica, contenute nei vari P.I.I. varati dalla giunta di
centro-destra;
3) la conferma dei funzionari che a Romeo
avevano tenuto bordone nelle altre due consiliature;
4) l’adesione alla manovra messa in atto da
Hi-tech/Euronics per coprire la tentata truffa degli OO.UU, pur di salvare il
suo P.L. impugnato avanti il T.A.R. da alcuni privati e dalla Provincia di
Monza;
5) la vicenda allucinante della decisione di
cedere due scuole a Solaro con la conseguenza di essere obbligati a fare due
mega Istituti Comprensivi (decisione che ha ribaltato quella presa da
Romeo alla fine di giugno del 2010);
6) l’adesione, apparentemente alle farneticazioni
del Comitato delle Pacciade, ma in realtà ai desideri di alcuni titolari e/o
intermediari di rendite fondiarie, che manovrano il sedicente Comitato, con
l’emissione di un provvedimento per impedire il montaggio di un impianto
pirolitico (che, almeno per il momento, nessun falso ambientalista alla Mauro
Varisco può classificare come inceneritore) - un provvedimento giudicato totalmente
illegittimo e del tutto ingiustificato dal T.A.R. e quindi annullato, ma
che è costato alla cassa pubblica 7.500 €;
7) le osservazioni semi-clandestine al P.T.C.P.
della Provincia di Monza, ancora una volta per soddisfare le esigenze della
speculazione edilizia e della rendita fondiaria urbana - osservazioni che
preludono ad un P.G.T. orientato verso l’ulteriore incremento del consumo del
suolo.
Dalla fine di marzo, si sono aggiunti altri numeri:
8) la
vicenda, che mi ha riguardato personalmente, di un verbale di Consiglio
Comunale prima negatomi e poi concessomi, ma quando ormai era imminente l’udienza avanti il
TAR, al quale avevo fatto ricorso. Il TAR ha comunque condannato il Comune a
rifondermi le spese che avevo sostenuto, e quindi la vicenda è costata al Comune, considerando anche
le spese per il suo legale, circa 4.500
€;
9) il
raddoppio, totalmente illegittimo, della tariffa per il trasporto scolastico: da 158 a 319 €!;
10) la
maggiorazione particolarmente odiosa (+
60% = + 420 €/anno per ogni famiglia!) della tariffa per la refezione nel Centro Diurno Disabili;
11) l’aumento
di tutte le altre tariffe per i cosiddetti “servizi a domanda individuale";
12) la
dismissione, per ragioni di sicurezza, della linea tranviaria da e per Milano, annullata
solo dopo che un mio articolo [La
bufala dei finanziamenti per la “metrotramvia” Milano-Limbiate] aveva rivelato l'inesistenza dei finanziamenti fino al 60% della metrotranvia, l'inesistenza del progetto fra quelli da approvare da parte del C.I.P.E. e l'inesistenza dei finanziamenti del Comune di Milano per la manutenzione straordinaria della linea esistente. Tutto il gran parlare di una nuova linea di
metrotranvia già finanziata al 60% era solo un'enorme, squallida bufala. E mentre per mesi anche il Comune di Limbiate
aveva alimentato la bufala della metrotranvia, la linea esistente, già dichiarata
inagibile, era marcita ancora di più! Ricollocata la questione in un ambito un po' più veritiero e razionale, nelle settimane successive ci si è rassegnati, anche per recuperare un po' di credito, a fare l'unica cosa sensata e possibile, e sono stati avviati i lavori per un
restauro, seppure molto limitato, con finanziamenti della Regione Lombardia;
13) la
bufala cinicamente oltraggiosa per i cittadini meno abbienti e per
tutto il Consiglio Comunale (al quale la presa per i fondelli è stata fatta
approvare come “misura concreta per sostenere le fasce di reddito più
basse”!) dell’esenzione
dall’addizionale comunale all’IRPEF per i redditi fino a 8.000 €, che è già stabilita da una legge dello
Stato, poiché fino a quella cifra non si paga l’IRPEF!;
14) la
presentazione delle linee-guida per la redazione del PGT, secondo le quali il
consumo del suolo dovrebbe diminuire, nonostante siano previsti insediamenti
produttivi e almeno un mega P.I.I. (in Via Ravenna, su un’area di circa 50.000 mq)!;
15) la
vicenda grottesca e squallida del documento del Bilancio previsionale 2012,
trasmesso, come ho fatto rilevare io, in forma incompleta ai consiglieri
comunali – fatto la cui gravità è stata negata con argomentazioni tanto
altezzose quanto puerili;
16) il
rifiuto, esposto con protervia bovina, di discutere degli emendamenti della minoranza al Bilancio
previsionale perché, “secondo la prassi”
(e non secondo una legge!), sarebbero risultati inammissibili sulla base dei
pareri del ragioniere comunale e dei revisori dei conti;
17) l’incapacità
della maggioranza di garantire il numero legale per la validità della seduta
del Consiglio Comunale che avrebbe dovuto approvare il Bilancio previsionale, dimostrata dall’uscita dall’aula della minoranza, mentre con grande spocchia si
ostentavano i comportamenti descritti sinteticamente nei punti 15 e 16!;
18) la
chiusura della seduta consiliare del 21 giugno, perché non c’era più il numero legale, ma senza che questo motivo fosse
dichiarato e verbalizzato, e la riconvocazione per il 27 giugno.
Per quanto riguarda il punto 1): il Comune ha perso definitivamente,
proprio come voleva, la possibilità di rivalersi sui condannati in quei processi per i danni morali e d’immagine subiti. Di certi affari, nei quali
erano e sono implicati tutti i soggetti (fra immobiliaristi, ditte edili e
progettisti) che si spartiscono il mercato immobiliare (accontentando pro-quota elettorale tutte le
parti politiche), nei processi “Crimine-Infinito” non si è parlato. Appunto:
come si voleva.
Per quanto riguarda il punto 2): il Comune continua, in ossequio
agli speculatori di ogni risma, a non denunciare le molte illegittimità
contenute in vari P.I.I. e P.L., e non tenta né di restituire quelle aree alle
precedenti destinazioni (quasi tutte a “standard”) né di recuperare i milioni
di euro che, mediante convenzioni attuative truffaldine, sono stati sottratti alla
cassa pubblica. Ma sono fatti che ho già esposto alle Procure della Repubblica del
Tribunale e della Corte dei Conti di Milano. Entrambe le Procure non hanno
archiviato gli esposti.
Per quanto riguarda il punto 3): i funzionari che hanno causato al Comune danni materiali o d’immagine con le vicende
richiamate nei punti 1), 2), 4), 6), 8), 9), 13), 15) sono stati premiati con
lauti compensi (da 12.000 a 17.500 € a
testa)!
Per quanto riguarda il punto 4): il Comune non solo continua a
prestarsi alle manovre
mistificatrici di Hi-tech, ma addirittura vi aderisce invece di denunciarle alla magistratura,
mistificando a sua volta che sarebbe la Provincia di Monza a bloccare il piano di
lottizzazione e di recupero. Invece, giustamente, la Provincia si rifiuta di approvarlo per quanto di
sua competenza e limitatamente agli aspetti palesemente illegittimi, che alla fine di questo mese
saranno sanzionati come tali da una sentenza del T.A.R. Su questa questione, la
motivazione (aberrante, sotto l’aspetto
della legalità che il Comune dovrebbe difendere ad ogni costo) per
giustificare una sostanziale adesione ad un tentativo di truffa è che,
se il P.L. fosse attuato, il Comune incasserebbe alcune centinaia di migliaia di euro! Invece
questi introiti sarebbero garantiti per il Comune anche se dal P.L. fossero
eliminati gli aspetti illegittimi; e se Hi-tech, non riuscendo più a farne
approvare anche le parti illegittime, volesse invece ritirare il suo P.L.,
sarebbe alquanto dubbio il suo diritto di ottenere in restituzione le somme
versate spontaneamente con un impegno unilaterale.
Per quanto riguarda il punto 5): la delibera folle della Giunta è
stata, nei fatti, annullata dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato
illegittima la legge sulla quale, oltretutto con un’enorme distorsione, si basava.
Per quanto riguarda i punti 6) e 8): sto scrivendo un esposto alla
Corte dei Conti.
Per quanto riguarda i punti 7) e 14): è molto probabile che la Provincia di Monza non accetti le osservazioni
del Comune sull’area di Via Ravenna, e di qualche privato-pubblico redditiero
sulle sue aree vicine al Canale Villoresi, poiché deve anche seguire le
osservazioni della Regione Lombardia, che per le aree agricole d’interesse
strategico e gli ambiti di ricomposizione paesaggistica impongono di destinarvi quantità
maggiori di quelle già previste dal P.T.C.P.
Per quanto riguarda il punto 9): l’Asinistra di Limbiate, l’Italia
dei Valori bollati e dei sali e tabacchi e l’ormai collaborazionista (o
almeno badogliano) Comitato Scuola Città, avrebbero ottenuto una modesta
riduzione dell’aumento, ma non è escluso che si riesca a fare una class action contro il Comune con
l’obiettivo di ottenere che il TAR imponga l’istituzione di un servizio
gratuito di trasporto scolastico.
Per quanto riguarda i punti 10), 11) e 13): tutta la giunta, ma in particolare la Ripamonti, la Basso, De Luca e Cosentino
si sono squalificati per tutta la vita.
Per quanto riguarda il punto 12): De Luca, Tatti e Ti-che-te-tarchett-i-ball (di Limbiate) e De Nicola e
Maran (di Milano), tutti coinvolti nella figura escrementizia che, anche
se non viene ammesso, hanno dovuto subire dopo il mio articolo (ma De Nicola ha dichiarato che d'ora in avanti sulla questione procederà con i piedi di piombo!), di sicuro non
potranno più continuare con la bufala dei finanziamenti per la metrotranvia.
Per quanto riguarda i punti 15), 16), 17) e 18): la questione non è
stata affatto chiusa con il Consiglio Comunale del 21 giugno. Il centrosinistra
ancora non è riuscito a salvarsi. È solo riuscito ad aggrapparsi all’orlo del
precipizio, sul quale sta pericolosamente oscillando.
Ecco, quelli richiamati sopra sono i tratti
principali che descrivono il quadro del terzo mandato di Romeo come sindaco di
Limbiate. Quale punto sarebbe, se non nella sostanza, almeno nello stile,
un cambiamento reale rispetto ai dieci anni precedenti? Sembra proprio nessuno.
E quindi, se questa giunta cadesse, come farebbe Romeo a tornare, visto che è
già qui? Ha solo un nome nuovo: De Luca.
mercoledì 20 giugno 2012
A testa bassa, di corsa verso il precipizio
Siccome non sempre è chiaro che cosa
s’intenda per «stato di diritto», che è espressione usata in molteplici
accezioni, ritengo utile precisare che (…) per stato di diritto s’intende lo
stato in cui il potere politico anche nelle sue più alte istanze è regolato e
limitato da norme giuridiche (sub lege) e viene esercitato
prevalentemente, salvo casi eccezionali previsti dalla stessa costituzione,
mediante emanazione di norme generali (per legem). In antitesi allo
stato di diritto così inteso, le caratteristiche dello stato d’eccezione sono
due: a) i detentori dei pieni poteri non si ritengono più vincolati a
rispettare le norme costituzionali generali che stabiliscono le funzioni e i
limiti di competenza degli organi di governo; b) si ritengono
autorizzati ad esercitare il potere, non solo in casi eccezionali, ma
abitualmente, non mediante leggi generali, ma mediante provvedimenti concreti
presi di volta in volta, in base a un mero giudizio di opportunità. Di conseguenza
in contrasto col governo doppiamente legale dello stato di diritto, il governo
nello stato d’eccezione è un potere doppiamente illegale, cioè arbitrario in
due sensi: rispetto al modo con cui viene esercitato, ovvero senza
vincoli costituzionali, e rispetto al mezzo con cui questo esercizio
viene attuato, ovvero in base a meri giudizi di opportunità.
Che Fraenkel metta in particolare
evidenza soprattutto questo secondo aspetto dello stato nazista, che chiama
«Stato discrezionale» (Massnahmenstaat) contrapponendolo allo « Stato normativo
» (Normenstaat), non vuol dire che trascuri il primo. Ciò che risulta
chiarissimo è che, a ogni modo, nello stato d’eccezione il rapporto tra
politica e diritto è completamente invertito rispetto allo stato di diritto:
nello stato di diritto il potere è sottoposto al diritto; nello stato
d’eccezione (o di polizia, volendo adottare una vecchia espressione) il potere
è il creatore (a proprio assoluto arbitrio) del diritto. In altre parole, nello
stato di diritto è potere legittimo solo quello esercitato in conformità di
un’autorizzazione (nel senso letterale di attribuzione di «autorità») da parte
di una norma giuridica; nello stato di polizia è diritto quello prodotto in
qualsiasi forma e con qualsiasi modalità da coloro che detengono il potere
politico.
[…]
Tale inversione di termini può essere
espressa anche con altre antitesi non meno tradizionali. Ne ho individuate due:
quella tra giustizia formale e giustizia materiale cui Fraenkel si riferisce là
dove afferma a più riprese che l’essenza dello Stato discrezionale va ricercata
tra l’altro, nella pretesa di attuare una giustizia materiale in contrapposto
alla giustizia formale, la quale, secondo la famigerata formula di Forsthoff, è
l’espressione di «una comunità priva d’onore e di dignità»; e quella tra
politica, intesa come attività che non riconosce altro criterio della propria
condotta che l’opportunità, e politica come amministrazione e giudizio che
dovrebbero ricevere la loro legittimazione esclusivamente dall’essere
esercitati in conformità di leggi prestabilite. Una volta riconosciuti come
atti politici, e quindi sottratti alle leggi generali, quegli atti che vengono
considerati tali dall’autorità politica la quale, essendo legibus soluta,
è libera di stabilire ciò che rientra nella sfera della politica e ciò che non
vi rientra, l’indebita estensione degli atti politici rispetto agli atti
amministrativi e giudiziari è uno degli espedienti di cui si serve lo stato di
polizia per delimitare, sino ad eliminarlo arbitrariamente, lo spazio dello
stato di diritto. Per dare un esempio della documentazione di cui si serve
l’autore, ecco che cosa si può leggere in una decisione dell’Alta Corte
amministrativa prussiana del 28 gennaio 1937: «Nella lotta per l’autoaffermazione
che il popolo tedesco oggi è chiamato a condurre, non esiste più come in
passato un ambito di vita non politico» (p. 65). Con un’affermazione di questo
genere, secondo cui non esiste un ambito di vita non politico, non si potrebbe
esprimere meglio la quintessenza dello stato totalitario.
[Norberto Bobbio, Introduzione a Ernst Fraenkel, Il doppio Stato, Einaudi, Torino 1983, pp. XII-XIV].
Il Consiglio Comunale di questa sera
è stato chiuso alle 22.30 circa perché, dopo l’uscita dall’aula di tutta l’opposizione,
era rimasto un numero di consiglieri della maggioranza insufficiente per dare validità alla seduta. Tuttavia questo motivo non è stato dichiarato, né da Archetti,
del PD, che obtorto collo ha chiesto
la chiusura, né dal sempre più servile consigliere presidente Schieppati il
quale, senza fare l'appello dei consiglieri per verificare l’esistenza del
numero legale (prescritto in 13 consiglieri, escluso il sindaco), ha
riconvocato il Consiglio per mercoledì 27 giugno. Questo espediente, con il quale si è cercato di occultare lo squallore nel quale la maggioranza ha voluto sprofondare, è un fatto gravissimo che
oltraggia il Consiglio e i cittadini. Il responsabile ne è innanzitutto un
presidente da avanspettacolo che, mentre si sforza pateticamente di darsi lustro
con l’abuso di parole come copula, emerito, munus officii (delle quali non
conosce l’esatto significato), è sempre prono ai voleri di alcuni capataces del PD e dell’apparato
burocratico, e dimostra costantemente di non sapere e non volere garantire le
prerogative del massimo organo deliberativo del Comune di Limbiate. E si prende anche, egli che è un redditiero, circa 1.000 € al mese.
Ancora una volta, delle prerogative del Consiglio Comunale è stato fatto strame, ma solo ufficialmente in ossequio ai voleri del
ragioniere comunale e del collegio dei revisori dei conti, in realtà per volere della
maggioranza di centrosinistra, SEL e IDV compresi. Agli emendamenti presentati dalla minoranza (ma anche
dal consigliere dell’IDV, che fa parte della maggioranza), sono stati opposti
pretesi vincoli di inammissibilità presuntamente contenuti nei pareri dei revisori dei conti e del
ragioniere comunale, obbligatori bensì, ma che nient’affatto precludono la
discussione in aula, nella quale anche
gli emendamenti possono essere emendati, proprio tenendo conto dei pareri formulati dagli organi competenti, oppure direttamente dal Consiglio Comunale -
prima di essere approvati o rigettati a maggioranza. Il ragiunatt Albertine Cogliati ha avuto
l’impudenza di dichiarare che i suoi pareri (e quelli dei revisori dei conti)
sono vincolanti non sulla base di una legge (che non è stato in grado di
indicare), bensì “per prassi”! Per
qualche attimo ho avuto una sensazione di vertigine.
Anche alla richiesta del tutto
legittima di rinviare l’esame del Bilancio previsionale, poiché, come la stessa
amministrazione era stata costretta a segnalare ufficialmente in mattinata, ai
consiglieri era stato consegnato un documento mancante di una pagina, nella
quale erano contenute voci di spesa sulle quali ogni consigliere avrebbe il
diritto di presentare ed argomentare emendamenti - anche a questa richiesta è
stato opposto uno sprezzante rifiuto. Della scoperta che il Bilancio previsionale era privo di una pagina, e della conseguente ammissione dell’amministrazione, sono responsabile io, che ho segnalato ieri
pomeriggio la cosa a mio nipote Pietro Cuppari, consigliere del PD, che a sua volta ha fatto in modo
che il documento fosse completato. Trattandosi
del Bilancio previsionale, l’"incidente" è stato gravissimo; quanto ha fatto l’amministrazione per cercare di
correre ai ripari è stato tuttavia insufficiente, ed è avvenuto troppo tardi per far decorrere utilmente il previsto anticipo per l’esame e per la
presentazione di eventuali emendamenti. Ma, poiché ancora ci sono giorni
sufficienti per discutere il Bilancio e per approvarlo entro il termine del 30
giugno, perché opporre un rifiuto, senza poter evitare, tuttavia, le critiche
con le quali l’opposizione ha accompagnato la sua richiesta?
Alcuni consiglieri del PD, ed anche un paio di assessori, con i quali ho parlato mentre la discussione era in corso, come anche durante un’interruzione dei lavori, esprimevano ragionevolmente la convinzione che non fosse giusto opporsi, soprattutto alla seconda richiesta. I capataces del PD, invece, finché non sono stati costretti a riacquistare il senso della realtà dall’uscita della minoranza dall’aula, incapaci di non farsi travolgere dall’autoritarismo becero di chi crede di essere onnipotente, sembravano che volessero correre a testa bassa verso il precipizio, che era quello di approvare il Bilancio anche senza la presenza dei consiglieri dell’opposizione. Secondo Archetti, per esempio, e, pare, secondo la segretaria comunale, con solo 13 consiglieri (conteggiando anche il sindaco) il numero legale era raggiunto. Invece, il regolamento del Consiglio Comunale (che con il sindaco comprende 25 consiglieri) prescrive un numero pari alla metà dei consiglieri, ma senza conteggiare nella metà il sindaco. Ora, il prevalente orientamento giurisprudenziale è che nei collegi dispari la metà dei consiglieri è costituita da quel numero che, moltiplicato per due, supera di una unità il numero totale dei consiglieri (parere del Ministero dell’interno del 15/10/2007): ne deriva che il quorum strutturale, nel caso di Limbiate, è pari a 13 ma, giusto il regolamento, senza comprendervi il sindaco. Questa sera, tolto il sindaco, i consiglieri della maggioranza presenti erano solo 12. Approvare il Bilancio in queste condizioni avrebbe portato rapidamente allo scioglimento del Consiglio Comunale.
Alcuni consiglieri del PD, ed anche un paio di assessori, con i quali ho parlato mentre la discussione era in corso, come anche durante un’interruzione dei lavori, esprimevano ragionevolmente la convinzione che non fosse giusto opporsi, soprattutto alla seconda richiesta. I capataces del PD, invece, finché non sono stati costretti a riacquistare il senso della realtà dall’uscita della minoranza dall’aula, incapaci di non farsi travolgere dall’autoritarismo becero di chi crede di essere onnipotente, sembravano che volessero correre a testa bassa verso il precipizio, che era quello di approvare il Bilancio anche senza la presenza dei consiglieri dell’opposizione. Secondo Archetti, per esempio, e, pare, secondo la segretaria comunale, con solo 13 consiglieri (conteggiando anche il sindaco) il numero legale era raggiunto. Invece, il regolamento del Consiglio Comunale (che con il sindaco comprende 25 consiglieri) prescrive un numero pari alla metà dei consiglieri, ma senza conteggiare nella metà il sindaco. Ora, il prevalente orientamento giurisprudenziale è che nei collegi dispari la metà dei consiglieri è costituita da quel numero che, moltiplicato per due, supera di una unità il numero totale dei consiglieri (parere del Ministero dell’interno del 15/10/2007): ne deriva che il quorum strutturale, nel caso di Limbiate, è pari a 13 ma, giusto il regolamento, senza comprendervi il sindaco. Questa sera, tolto il sindaco, i consiglieri della maggioranza presenti erano solo 12. Approvare il Bilancio in queste condizioni avrebbe portato rapidamente allo scioglimento del Consiglio Comunale.
A tutti i presenti è apparso evidente
che c’è voluto del bello e del buono prima che Archetti e qualcun altro si
convincessero che andare avanti era pericolosissimo, e che era meglio salvarsi,
almeno per il momento, chiudendo il Consiglio Comunale. Ma prima di essere
ridotto a più miti consigli, Archetti per l’ennesima volta ha espresso la
sua “concezione” della politica, nella quale si mescolano boria e ultra-autoritarismo
becero, ignoranza delle forme specifiche che assume la politica nella democrazia
rappresentativa e deprivazione culturale in generale. Costui, probabilmente, prima di venire in Consiglio Comunale
studia dizione, gestualità e pose declamatorie di fronte allo specchio, ma quanto a capacità
imitative dell’”uomo politico” continua ad essere un’analogia
dell’orang-outang. Quando lo si sente esprimere il disprezzo per qualsiasi richiamo alle
norme e l'esaltazione di ciò che per lui è “la politica”, che anche questa sera ha espresso, si sentono dei brividi lungo la schiena e il pensiero corre inevitabilmente alle pagine del libro famoso di Ernst Fraenkel,
che, come dice Norberto Bobbio nella Introduzione
all’edizione italiana “è un’analisi e un’interpretazione dello stato
nazionalsocialista, ma è anche, per i problemi teorici che solleva, per gli
strumenti concettuali di cui si serve, e per le soluzioni proposte, un notevole
contributo alla teoria generale dello stato moderno” (p. IX). Una parte di
questa Introduzione (un po’ più
estesa del lungo exergum di questo
articolo) l’avevo già postata qui il 14 luglio 2008 [Stato di diritto e stato
d’eccezione (o di polizia)]
.
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lunedì 18 giugno 2012
L'ombrello modello rosso-Ferrari fa un po' male, ma in fondo gli piace
Se si trattasse solo dell’Italia dei
Valori bollati e dei sali e tabacchi, dell’Asinistra di Limbiate e di Limbiate
Solidale (con i benestanti e con i ricchi!), dopo la lettura dei fatti
raccontati da Michelangelo Campisi in Italia dei
Valori presa per il culo?, si potrebbe dire: l’avete voluto l’ombrello
rosso-Ferrari? Adesso, ve lo tenete... Purtroppo, questa questione
riguarda invece un aspetto fondamentale della vita sociale in generale e la
situazione della scuola a Limbiate in particolare (click Asinerie
e falsità di De Luca contro scolari e famiglie “fuorilegge”), ed è evidente che nemmeno dopo
questa... “ombrellata” ci sarà, da parte dell’Italia dei Valori bollati e dei sali
e tabacchi, una vera manifestazione di autonomia dal centrosinistra. E nemmeno da parte del consigliere
grant, gross, pussé
ciula che baloss (che crede
di essere Atlante con il mondo sulle spalle), né del suo collega di lista
segretario di una “prestigiosa associazione”, né dei solidali con i benestanti
e con i ricchi.
A proposito di questa questione, proprio ieri
mattina, senza conoscere ancora gli sviluppi della vicenda, ho avuto
l’occasione di dire a Campisi e ad altri dell’IDV quanto, secondo me, fosse stato
velleitario presentare un emendamento che chiedeva non la gratuità del
trasporto scolastico, che sarebbe imposta dalla situazione delle scuole di
Limbiate e dalle leggi esistenti, ma solo
un aumento non esattamente contenuto
della tariffa, per di più dando l’incarico di trovare le giustificazioni contabili ad un funzionario
inaffidabile come Albertine Cogliati.
Ancora una volta, secondo me, era stata inscenata solo l’ennesima finzione di
una sollecitazione critica dall’interno
del centrosinistra. L’obiettivo vero, anche se non confessato, era solo che
si parlasse di un emendamento dell’IDV “che va incontro alle famiglie”, ecc.; infatti,
Campisi fino a ieri si è guardato bene dal divulgarne il contenuto, alla faccia
della trasparenza, della democrazia, e soprattutto della strategia per attrarre
consensi al suo pseudo-partito; ed è significativo che, pur scrivendo la nota
citata, ancora oggi egli non lo esponga. Sicché è impossibile, almeno per i
comuni mortali come me, esprimere un giudizio sulla parte argomentativa della
proposta, oltre che sull’obiettivo di una semplice riduzione dell’aumento della tariffa, che non è condivisibile perché, ripeto ancora una volta, secondo le leggi richiamate nel
mio post il trasporto scolastico a Limbiate dovrebbe essere gratuito! Eppure, nonostante restino sconosciuti (almeno,
ripeto, per i comuni mortali come me) anche i capitoli ai quali l’ineffabile ragiunatt Albertine avrebbe suggerito di
mettere mano, c’è chi, subito dopo aver appresa la notizia, ritiene di poter esprimere
seduta stante un giudizio su come si
è svolta la vicenda, trascurando però bellamente di trarne qualsiasi conclusione per l'azione politica. Nella girandola di sproloqui (v. in Limbiate a tutto Blog), ancora
una volta si è distinto, per farneticazioni
e falsità, un somaro laureato in economia ma più stupido dell’acqua delle
barbe.
L’IDV, lo vedrebbero anche i ciechi, in
realtà non si differenzia in nulla dal PD: stesso agire segreto, stesso sguazzare
costantemente nell’opacità; stesso servilismo verso i poteri forti (e separati)
della città. Con la differenza che il PD
comanda, mentre l’IDV al massimo pesta
l’acqua nel mortaio. Né il consigliere, né nessun altro dell’IDV si è
minimamente preparato a sostenere questo emendamento. Addirittura si sono
affidati ad Albertine Cogliati! Solo
loro potevano immaginare che costui davvero li avrebbe messi in grado di
sostenere una proposta contro il PD! Il parere contrario dei revisori dei conti
in realtà era annunciato (e forse subliminalmente desiderato). Ora, il modo abusivamente
ellittico in cui sono espresse le “motivazioni” dei revisori dei conti autorizza
a dire, anche in mancanza di più precise argomentazioni, che fanno acqua da
tutte le parti, poiché le tariffe scolastiche non sono un’entrata continuativa, la spesa per il servizio non è una spesa continuativa (l’anno
prossimo il servizio potrebbe addirittura essere abolito!), il servizio non è obbligatorio, visto che secondo la giunta è un servizio a
domanda individuale. Ma sono considerazioni che non serviranno a far
prendere coraggio al povero Arcerito, poiché il
“parere” mira proprio a spaventare innanzitutto lui, e poi tutti gli
altri consiglieri comunali, le cui conoscenze a proposito di bilancio comunale
sono paragonabili, per ampiezza e profondità, a quelle che ho io nel campo della
navigazione interplanetaria. Ma soprattutto, servono per fornire una scusante
per il prevedibile dietrofront di chi si sarebbe dichiarato, inizialmente,
disposto a votare l’emendamento. L’IDV non chiederà di discutere e mettere ai
voti il suo emendamento. Questa eventualità, che provocherebbe una frattura nel
centrosinistra, non l’aveva prevista, e quindi non si è preparata ad
affrontarla. E non sa nemmeno immaginare che cosa potrebbe accadere se lo
facesse.
Ogni tanto alcuni dell’IDV pretendono
di raccontare, per esempio a me (badate un po’!), la storiella esilarante che
stanno lavorando, insieme al loro consigliere, per cambiare dall’interno il centrosinistra di Limbiate! Il caso in
questione dimostra ad abundantiam quanto
siano velleitarie queste affermazioni.
Esprimere
queste critiche è un po’ imbarazzante, perché Campisi spesso (e soprattutto di recente) si riferisce
favorevolmente a ciò che scrivo io. Il fatto è, però, che quella parte dell’IDV
di Limbiate nella quale egli si colloca e che, secondo le sue affermazioni, non si identifica con i bosses provinciali,
ancora una volta sta dimostrando di essere incapace di prendere nel
centrosinistra limbiatese una qualsiasi posizione critica; lungi dal riuscire a
condizionare il PD, sta dimostrando, anzi, che la sua inconsistenza politica è
irrimediabile.
domenica 17 giugno 2012
Grecia: Syriza, spauracchio per «quelli che stanno in alto», speranza per «chi sta in basso», oggi può vincere le elezioni
La Coalizione della Sinistra radicale non nasce ieri ed è frutto di un
lavoro comune della sinistra nei movimenti sociali. Oggi è di fronte a una
prova decisiva e dalla Grecia arrivano appelli per sostenerla
Yorgos
Mitralias
Spauracchio
per «quelli che stanno in alto», speranza per «chi sta in basso», Syriza fa il
suo fragoroso ingresso sulla scena politica di quest’Europa in profonda crisi.
Dopo aver quadruplicato la propria forza elettorale il 6 maggio, Syriza può
ambire ora non solo a diventare il
primo partito greco alle elezioni del 17 giugno, ma soprattutto
a riuscire a formare un governo di sinistra che abrogherà le misure di
austerità, ripudierà il debito e caccerà la Trojka [BCE, UE e Fondo Monetario Internazionale] dal paese. Non è quindi sorprendente che Syriza
interessi molto anche al di fuori della Grecia e che praticamente tutti si
interroghino sulla sua origine e la sua reale natura, sui suoi obiettivi e le
sue aspirazioni. Tuttavia, Syriza non è esattamente
una novità del momento nella sinistra europea. Nata nel 2004, la Coalizione o Raggruppamento della Sinistra Radicale (Syriza,
appunto) avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei politologi e dei mezzi di
comunicazione di massa internazionali, non fosse altro perché era una
formazione politica del tutto inedita e originale nel paesaggio della sinistra
greca, europea ed anche mondiale. In primo luogo, per la sua composizione.
Sorta
dall’alleanza di Synaspismos
(a sua volta “coalizione”) - un partito riformista di sinistra di vaga origine eurocomunista
e con alcuni esponenti parlamentari - con
una dozzina di organizzazioni di estrema sinistra, che coprono
l’intero spettro del trotskismo, dell’ex-maoismo e del “movimentismo”, la Coalizione della
Sinistra Radicale costituiva, fin dai suoi inizi, un’eccezione alla regola che
voleva – e continua a volere – che i partiti più o meno tradizionali a sinistra
della socialdemocrazia non si coalizzino mai con le organizzazioni di estrema
sinistra!
L’originalità di Syriza, però, non si ferma qui. Essendo stato concepito come una coalizione più che altro congiunturale ed elettorale (è stato fondato subito prima delle elezioni del 2004), Syriza ha resistito al tempo ed è sopravvissuto ai suoi alti e bassi, ai suoi successi e soprattutto alle sue crisi e ai suoi insuccessi, fino a diventare un clamoroso esempio di una realtà alla quale la sinistra radicale internazionale fatica sempre ad arrivare: la coabitazione di differenti sensibilità, tendenze e anche organizzazioni in una stessa formazione politica della sinistra radicale! A distanza di otto anni dalla nascita di Syriza, ora la lezione da ricavare balza agli occhi: sì, una simile coalizione non solo è possibile, ma fruttuosa e, alla lunga, anche garanzia di grandi successi.
Ma
ci si chiederà: «Come hanno fatto questa
dozzina di “componenti” così eteroclite di Syriza prima a incontrarsi e poi a
mettersi d’accordo su una così prolungata e originale coabitazione
organizzativa?». È una domanda pertinente e merita una risposta
dettagliata e approfondita. No, il miracolo Syriza non è piovuto dal cielo, né
è frutto del caso. È maturato a lungo e, soprattutto, è germogliato nelle
migliori condizioni possibili, nei movimenti sociali e altermondialisti di
quest’ultimo quindicennio.
Si
potrebbe dire che tutto è iniziato 15 anni fa, nel 1997, con la costituzione
del ramo greco del movimento delle Marce
europee contro la disoccupazione. Non era solo il fatto che si
trattava del primo passo verso quello che poi si è chiamato poco più tardi il
movimento altermondialista dei Socialforum. Più specificamente, in Grecia, era
il fatto che le Marce europee hanno avuto una funzione probabilmente un po’ più
importante, quella di fare qualcosa che fino ad allora era assolutamente
inconcepibile: unificare la sinistra nell’azione. È così che, grazie alle Marce
europee, si sono visti sindacati, movimenti sociali, partiti e organizzazioni
della sinistra greca (Kke [partito comunista] incluso, almeno per una fase!) che non si erano mai
incontrati, o che si ignoravano reciprocamente, mettersi insieme per partecipare
a un movimento europeo del tutto inedito, a fianco dei sindacati, dei movimenti
sociali e delle correnti politiche di altri paesi, fino ad allora completamente
sconosciuti in Grecia.
Non
a caso, quindi, quel primo colpo
inferto al settarismo viscerale che ha sempre contraddistinto
la sinistra greca dava luogo addirittura a scene commoventi di ritrovamenti,
quasi psicodrammi, tra militanti che fino ad allora non si conoscevano e che
all’improvviso scoprivano che l’“Altro” non era poi così diverso da loro.
Evidentemente, la maionese era venuta bene, tanto più che i militanti greci
uscivano dal paese e scoprivano una realtà militante europea in carne ed ossa
di cui prima non sospettavano l’esistenza.
Forti
di questo primo avvicinamento nell’azione, tanto più solido in quanto avveniva
in un movimento sociale di tipo nuovo, la maggior parte delle varie componenti
politiche delle Marce europee greche partecipavano, fin dal 1999, a una seconda
originale esperienza che mirava ad approfondire la loro esigenza di unità. Era
lo Spazio di dialogo e di Azione Comune che, mentre approfondiva
l’indispensabile discussione politica e programmatica, preparava
contemporaneamente gli animi alla prossima esperienza unitaria e movimentista
dei Social Forum, che avrebbe profondamente segnato lo sviluppo della sinistra
greca.
Grazie
all’enorme successo popolare del
Social Forum, il passo verso la costituzione della Coalizione
della Sinistra Radicale è stato compiuto pressoché spontaneamente e con
entusiasmo nel 2003-2004. I militanti delle componenti di Syriza, che avevano
avuto modo di conoscersi nelle lotte e che avevano viaggiato e manifestato
insieme a migliaia ad Amsterdam
(1997) e Colonia
(1999), a Nizza
(2000) e Genova
(2001), a Firenze
(2002), a Parigi
(2003), ecc., avevano avuto il tempo di sviluppare tra loro rapporti non solo
politici ma anche umani prima di arrivare alla fondazione della loro Coalizione
della Sinistra Radicale. Una coalizione che andava comunque controcorrente
rispetto a quanto accadeva nel resto d’Europa, dove una simile coalizione tra
un partito riformista di sinistra e gruppi di estrema sinistra era
semplicemente inimmaginabile…Tuttavia, dopo una nascita abbastanza riuscita, il seguito dell’avventura di Syriza è stato ben lungi dall’essere sempre felice, e a varie riprese ha anche dovuto interrompersi. Ovviamente, vi sono state una serie di crisi di fiducia tra il troncone di Syriza costituito da Synaspismos e i suoi partner di estrema sinistra, una cosa del resto abbastanza “logica”. Con il passar del tempo, tuttavia, l’omogeneizzazione di Syriza ha fatto sì che le crisi – come d’altro canto le discussioni – non solo attraversassero praticamente l’intera coalizione e ciascuna delle sue componenti, ma che si manifestassero soprattutto in seno a Synaspismos stesso, in cui infuriava lo scontro di tendenza in permanente ricomposizione.
Alla
fine, Syriza ha trovato una certa serenità interna solo dopo l’uscita, nel 2010, dell’ala
socialdemocratica di Synaspismos (che ha dato vita alla Sinistra Democratica) e
l’allontanamento del suo presidente Alecos
Alavanos, che, dopo avere insediato il suo “pulcino”, Alexis Tsipras [nella foto a sinistra], ne è diventato il
nemico giurato. Ormai, la linea politica della Coalizione era più chiara (e più
a sinistra), mentre il giovane leader Alexis Tsipras imponeva la propria
autorevolezza e cumulava i primi successi, che avrebbero fornito a Syriza,
sempre più radicalizzata, la credibilità indispensabile per riuscire a
sfruttare le eccezionali circostanze create dalla crisi del debito. Ormai Syriza
era pronta ad assumersi il ruolo della formazione politica che avrebbe potuto
incarnare nel miglior modo possibile le speranze e le attese di interi settori
della società greca in rivolta contro le politiche di austerità, la Trojka, i partiti borghesi
e lo stesso sistema capitalistico!
La
lezione da ricavare da questa storia quasi esemplare è evidente: tutto sommato,
si tratta di un successo che solo incalliti settari (e in Grecia ce ne sono
parecchi) potrebbero negare! Tuttavia, la
storia di Syriza è ben lungi dall’essersi conclusa, e le cose
serie stanno solo per cominciare. Insomma, il bilancio attuale può essere
soltanto provvisorio. Ma, guai a chi non lo farà, in nome di un “grave errore”
e di quel «tradimento» di Syriza che aspetta con impazienza per poter dire alla
fine…«Io l’avevo previsto». No, il bilancio ancorché provvisorio e incompiuto
va fatto perché, per i tempi (duri) che corrono, non ci si può permettere il
lusso di non approfittare delle esperienze, dei successi e degli insuccessi altrui
nella sinistra radicale europea.
Formazione
politica dal programma permanentemente contraddistinto da “vaghezza” artistica,
la Coalizione
della Sinistra Radicale ha quasi
sempre oscillato tra il riformismo di sinistra e un anticapitalismo
conseguente. Del resto, forse è da questa eterna oscillazione
che è riuscita a ricavare la propria forza. Ma occorre essere chiari: quel che
è riuscito a funzionare piuttosto positivamente in periodi “normali”, potrebbe
diventare un ostacolo se non un boomerang in periodi di acuta crisi e di
inasprimento dello scontro di classe. In parole povere Syriza, che ha appena
magistralmente ottenuto la sua affermazione, si trova trasformato nel giro di
poche settimane (!) da piccolo partito minoritario in una sinistra greca già di
per sé minoritaria, in partito dominante che può pretendere di governare. Il
tutto, non in un paese qualsiasi e in una fase storica qualsiasi, ma in questa
Grecia, «laboratorio» e caso/test per questa Europa dell’austerità in crisi di
nervi…
Il
cambiamento di scala è talmente improvviso da poter far venire le vertigini.
Essendo diventato in tempi record l’incubo dei potenti e la speranza dei
diseredati, Syriza è ora chiamato ad assumere compiti giganteschi e decisamente
storici, a cui non è preparato né politicamente né organizzativamente. Allora,
che fare? La risposta deve essere chiara e categorica: semplicemente, aiutare Syriza! Con ogni mezzo
possibile. E soprattutto, non lasciarlo solo. Sia in Grecia, sia in Europa. In
poche parole, fare il contrario di quel che fanno coloro che non abbinano alle
loro critiche a Syriza la solidarietà e anche il sostegno a Syriza stesso, di
fronte al comune nemico di classe. Sostegno
anche critico, ma … sostegno comunque! E non domani, ma oggi.
Perché, al di là delle divergenze tattiche o di altro tipo, la lotta che sta
attualmente affrontando Syriza è di fatto la nostra lotta, la lotta di noi
tutti. E tirarsene fuori equivale a mancata assistenza a chi si trova in
pericolo. O meglio, a popolazioni e a paesi interi in pericolo!...«Quanta ricchezza, quanta istruzione, quanta assistenza, e quali gruppi della popolazione debbono trarne beneficio - sono questioni politiche, implicanti giudizi di valore»
Federico Caffè (1914-morte presunta 1998) [1]
1. Vi sono casi in cui la
suggestione del titolo di un volume finisce per assumere un significato
largamente svincolato dal contenuto effettivo dell'opera. L'esempio più
illustre mi sembra costituito dall'Economia
del benessere [1932] di A.C. Pigou, espressione adoperata, nel corso del tempo,
con una evasività e un'ambiguità di connotazioni del tutto estranee alla
minuziosa e precisa sottigliezza del testo. Analogo pare essere il destino di
questo libro di O'Connor. Il titolo è divenuto, infatti, una specie di formula
ad effetto che non riguarda esclusivamente gli specialisti di problemi fiscali,
ma chiunque si occupi, in genere, dell'azione dei pubblici poteri nel campo
economico: profilo, questo, che più strettamente e direttamente riflette i miei
interessi. Il messaggio che in modo estremamente diffuso viene associato a
questa formula è quello di uno stato che, vittima di apprendisti stregoni che
l'hanno indotto a percorrere con leggerezza la strada dell'espansione della spesa
pubblica, si trova di fronte a una situazione di dissesto; sia per la reazione
dei contribuenti divenuti sempre più intolleranti dell'aggravarsi degli oneri
fiscali; sia per l'evidente incapacità di assicurare l'adeguatezza e
l'efficienza dei servizi pubblici che potrebbero in qualche modo giustificare
l'espansione della spesa; sia per il processo di diffusione delle «aspettative
crescenti» alimentato dalla pressione imitativa dei vari gruppi sociali.
Alcuni recenti episodi
verificatisi negli Stati Uniti, con il rigetto popolare di un appesantimento
della tassazione e il manifestarsi su larga scala di una «riscoperta del
mercato», ed anzi della riscoperta del valore estetico del «piccolo», della
fabbrica ricondotta a dimensioni umane, di un futuro tecnologico compatibile
con il gratificante appagamento dell'antico lavoro artigianale, completano il
quadro romanticamente irrealistico con cui viene prospettata la «rivoluzione
imprenditoriale prossima futura»: che costituirebbe, in sostanza, il recupero
di una condizione di equilibrato assetto sociale, dopo le stravaganze e le
dissipazioni provocate dalla «crisi fiscale» dello stato.
È per mettere in guardia
contro quel tanto di convenzionale e di di-storto che ha finito per
sovraccaricare un titolo suggestivo di significati e implicazioni ad esso
estranei, che può giustificarsi una presentazione al volume ora ristampato.
2.
Non è del tutto inutile, cioè, sottolineare che il vero processodi regressione
culturale che è in corso con le quotidiane evocazioni del «mercato», del tutto
svincolate dai fallimenti che quotidianamente esso dimostra nel suo concreto
operare; con le filippiche sull'«imperialismo del settore pubblico», quando
sotto i nostri occhi esso rimane il mezzo per la socializzazione delle perdite dovute,
nel migliore dei casi, a imprenditori che si improvvisano tali nei tempi di
prosperità, ma si dimostrano incapaci di delineare linee di ripiegamento nei
pur prevedibili periodi di difficoltà; con l'attribuzione unilaterale al costo
del lavoro di responsabilità dei processi inflazionistici che esso condivide
con numerosi altri fattori: tutto questo è completamente estraneo alla diagnosi
del capitalismo maturo che O'Connor prospetta e alle conseguenze che egli ne
trae.
Anche se il titolo della sua
opera è stato non infrequentemente strumentalizzato dall'odierno stupefacente
neomanchesterismo, O'Connor è ben esplicito nell'affermare che la via d'uscita
dalle presenti difficoltà socio-economiche è costituita dall'alternativa di una
organizzazione basata sul socialismo. «In assenza di una prospettiva
socialista, che sia in grado di proporre delle alternative in ogni aspetto
della società capitalistica e di aiutare le masse a elevare la propria
coscienza su ogni problema - dalla natura di classe del bilancio e dello
sfruttamento fiscale ai processi attraverso i quali vengono decisi gli usi
della tecnologia e della scienza - i militanti sindacali, gli organizzatori e
gli attivisti continueranno a muoversi in un relativo vuoto teorico. Proprio
perché viviamo in un'epoca nella quale tutti gli strati della classe operaia si
confrontano politicamente in misura sempre maggiore (e nella quale la
contraddizione ultima consiste nell'uso di mezzi politici e sociali per
conseguire fini individuali), ciò di cui si avverte la necessità è una
prospettiva socialista che si sforzi di ridefinire i bisogni in termini
collettivi» (p. 291 ).
È una posizione che, per la sua linearità,
contrasta singolarmente con l'atteggiamento contraddittorio dei cittadini degli
Stati Uniti (il paese oggetto prevalente dell'indagine di O'Connor); quanto
meno, se tale atteggiamento trova riflesso attendibile nelle inchieste colà
effettuate con il metodo delle interviste. Ne risulta, infatti, una
dissociazione profonda tra le convinzioni politiche degli americani al livello
«ideologico» e le loro esigenze al livello «operativo». «Le posizioni diffuse
tra gli intervistati che si dichiaravano favorevoli alla libertà della
proprietà ed al rifiuto di soluzioni caratteristiche dello stato assistenziale,
non impedivano a questi ultimi di chiedere e caldeggiare i qualcosa di
esattamente opposto a questi residui ideologici, e cioè una politica
economico-sociale nettamente interventista»[2]. In
modo autonomo, ed analizzato dallo specifico angolo visuale delle pressioni e
dei conflitti che si manifestano nel riparto sia degli oneri fiscali sia delle
spese pubbliche, il volume di O' Connor può considerarsi come un
approfondimento specialistico di questo atteggiamento ambivalente, da cui
emerge la «crisi fiscale dello stato»: la tendenza, cioè, delle spese
governative ad aumentare più rapidamente delle entrate.
La trattazione si impernia fondamentalmente su
due tesi. La prima è die «in misura sempre maggiore, la crescita del settore
statale e della spesa statale assolve la funzione di porre le basi per la
crescita del settore monopolistico e della produzione totale. In altri termini,
lo sviluppo dell'attività economica dello stato è in pari tempo causa ed
effetto dello sviluppo del capitale monopolistico» (p. 12). La seconda tesi è
che «l'accumulazione del capitale sociale e delle spese sociali è un processo
contraddittorio, che genera tendenze a crisi economiche, sociali e politiche»
(p. 14). S'intende che, più della illustrazione particolareggiata di queste
tesi attraverso l'esame della composita struttura del bilancio fiscale
americano ai vari livelli territoriali, interessano i rilievi di portata
generale desumibili dall'intera trattazione.
3. Alcuni di questi
rilievi rientrano nella costatazione di senso comune secondo la quale tutto il
mondo è paese: ponendo in evidenza, con ciò, l'esigenza di sprovincializzare
l'indagine di disfunzioni che si prospettano abitualmente come specifiche del
«caso italiano». Basti far cenno a quello che viene osservato a proposito del «complesso
dell'automobile», al potente appoggio che esso riceve da parte di molti settori
del capitale monopolistico e alle incidenze profonde che l'intero processo
esercita sulla crisi fiscale ( pp. 12 3 sgg. ). Oppure all'abbondante
documentazione sull'aumento continuo delle «pensioni, delle paghe per orario
non lavorativo, dei benefici supplementari di disoccupazione, delle
liquidazioni, delle indennità mediche e ambulatoriali» (p. 162). O, ancora, al
riconoscimento che «l'assistenza sociale e l'integrazione dei redditi non vanno
considerate come espedienti temporanei, ma come dati permanenti dell'economia
politica» (p. 191).
Altri rilievi, pur desunti
dal contesto dell'economia degli Stati Uniti, potrebbero essere utili a indurre
a riconsiderare alcune ritardatarie tendenze imitative che non sembrano avere
un reale fondamento. Questo vale per le particolari tecniche di programmazione
e di redazione dei bilanci pubblici, seguite negli Stati Uniti, che vengono a
volte prospettate come di per sé risolutive di conflitti socio-economici;
mentre, in realtà, non possono «mettere in discussione o modificare i rapporti
di forza costituiti» (p. 93). «I "grandi obiettivi" - quanta
ricchezza, quanta istruzione, quanta assistenza, e quali gruppi della popolazione
debbono trarne beneficio - sono questioni politiche, implicanti giudizi di
valore. L'analisi di programmazione di bilancio non può certo dare un
contributo di grande rilievo alla loro soluzione» (p. 93 ).
[...]
Vi sono, infine, rilievi che
non possono essere estesi ad altre economie, e in particolare alla nostra,
senza modificazioni profonde. Cosi la distinzione, che pervade l'intera
trattazione, tra il settore monopolistico (che appare l'artefice primo di tutte
le rilevate disfunzioni) e il settore concorrenziale (sul quale le disfunzioni
stesse vengono sostanzialmente a incidere) non sembra riservare considerazione
adeguata alle componenti «taglieggiatrici» del comparto «concorrenziale»: quali
si manifestano nel settore commerciale al dettaglio, nella intermediazione
creditizia e finanziaria, nello stesso settore agricolo, in quanto oggetto di
forme perverse di sostegno dei prezzi.
[...]
4. Pur con queste inevitabili
qualificazioni e varianti in alcuni aspetti di portata più generale, il volume
costituisce una penetrante analisi dello stato militare-assistenziale
(warfare-welfare sfate), quale si è venuto formando negli Stati Uniti
d'America. «La produttività e la capacità produttiva nel settore monopolistico
tendono ad espandersi più rapidamente che non la domanda di lavoro e
l'occupazione. Inoltre, l'aumento dei costi del capitale sociale e la loro
socializzazione esasperano questa tendenza. Ciò riveste importanza fondamentale
per l'analisi sia dello sviluppo del sistema di assistenza sociale moderno, sia
dell'espansione economica oltremare e dell'imperialismo. Le spese assistenziali
e quelle militari sono determinate dai bisogni del capitale monopolistico. La
capacità produttiva eccedente (capitale eccedente) genera pressioni politiche
verso un aggressivo espansionismo economico all'estero; e la manodopera
eccedente (popolazione eccedente genera pressioni politiche per un
potenziamento del sistema assistenziale. In definitiva, i fattori strutturali
che determinano le spese militari e quelle per il benessere sono in buona parte
gli stessi; i due tipi di spesa possono essere quindi considerati come
differenti aspetti dello stesso fenomeno generale» (p. 170).
In queste condizioni, «il
bisogno di nuovi programmi per il "benessere", di "guerre alla
povertà", di aiuti esteri e di altri palliativi è illimitato: o, per
meglio dire, i suoi limiti consistono unicamente nelle restrizioni all'uso
della tecnologia moderna e nella diffusione del capitalismo stesso» (p. 196).
Da un lato, quindi, «programmi assistenziali di ogni genere che vengono
finanziati attingendo al gettito delle imposte pagate dalla classe operaia più
agiata del settore monopolistico e del settore statale, per convogliarlo in
modo diretto o indiretto verso la popolazione eccedente, nonché verso le agenzie
statali, i burocrati, i professionisti ed altri amministratori del sistema
assistenziale» (p. 186). Dall'altro, la lotta politica si incentra sul sistema
assistenziale, determinando l'affermarsi nelle masse popolari di una nuova
consapevolezza dei propri diritti, specialmente il diritto alla sopravvivenza
materiale (p. 187).
5. Pur con qualche
inevitabile schematismo, la trattazione di O'Connor fornisce, dunque, validi
elementi di critica del punto di vista convenzionale, ribadito con notevole
clamore anche in opere recenti, secondo il quale «il settore pubblico si
svilupperebbe solo a spese del settore privato». In realtà, quello che egli
sostiene e documenta e che «la crescita del settore statale è indispensabile
all'espansione dell'industria privata, in particolare delle industrie
monopolistiche» (p. 13). In altre parole, «l'espansione del settore
monopolistico e quella del settore statale formano un processo unico» (p. 34).
Conscguentemente, «sebbene nelle economie capitalistiche il potere economico e il
potere politico siano formalmente separati, esiste un'intricata rete di
relazioni informali tra stato ed economia, tra funzionari governativi e uomini
d'affari» (p. 101 ). E infine la povertà e l'assistenza governativa
rappresentano aspetti essenziali dello sviluppo capitalistico (p. 191).
Sono considerazioni tutte
che, riprendendo un accenno già fatto, dovrebbero contribuire a
sprovincializzare il discorso sulle disfunzioni dell'assetto economico-sociale,
allorché esso viene riferito al caso italiano. Troppo spesso, qualificando come
«assistenziale» o «parassitaria» l'economia italiana; sottolineando la
tendenza dei ceti sociali a proporsi livelli di aspirazione» incompatibili con
le risorse; collegando gli aspetti patologici del quadro economico con le
anomalie di una situazione politica priva di alternanza tra concorrenti forze
politiche; finiamo per attribuire al «caso Italia» una singolarità che è, di
fatto, inesistente; o che, al massimo, è da intendere come questione di grado e
non di sostanza. Per gli stessi motivi, sembra essere giunto il momento, con
l'ausilio delle indagini oggi disponibili, di collocare le responsabilità ove
esse effettivamente vanno poste. In particolare, sarebbe tempo di passare dalle
recriminazioni abusate di aspetti vistosamente patologici (quali il numero
elevato di pensionati, degli assistiti e degli invalidi) a un'analisi che non
li riconduca acriticamente a un diffuso lassismo, favorito da interessi
clientelari. Vi è ben di più. Occorre riferirsi alla struttura stessa del
capitalismo maturo, di cu l'espandersi dello «stato assistenziale» non
costituisce una deformazione, ma una immagine speculare. Ci sarà molto da
guadagnare in chiarezza e progettualità se il pur meritorio lavoro di indagine
delle possibili frodi sul piano delle erogazioni assistenziali non finisca per prevalere oltre il dovuto
sul metodico impegno di «mettere in discussione efficacemente l'egemonia
ideologica e politica del capitale monopolistico» (p. 291).
[Prefazione alla ristampa in edizione economica del libro di James O’Connor, La crisi fiscale dello Stato].
[1] Dalla quarta di copertina del bellissimo libro di Ermanno Rea: «Il 15 aprile 1987,
Federico Caffè esce di casa all'alba. Di lui non si saprà più nulla, nonostante le minuziose
ricerche di parenti, allievi
e amici. Suicidio o ritiro in convento (magari a Serra San Bruno dove si
sospettò dovette ritirarsi anche Majorana)? Ma, innanzi tutto: chi era Caffè? Economista
«disubbidiente» al
lavoro prima presso la Banca
d'Italia e poi all'Università di Roma; teorico scontroso e problematico di un Welfare State all'italiana, senza
cedimenti a compromessi o clientele; collaboratore scomodo del quotidiano «il
manifesto»; «seduttore
intellettuale» tutto dedito all'insegnamento e alla formazione dei propri allievi, fu il
creatore di un
«laboratorio» teorico da cui usciranno uomini come Ezio Tarantelli, ucciso dalle Br, e altri che, pur fra
grandi e piccole divergenze,
pensavano l'economia non come aggressività di un mercato senza controlli, ma come sistema
razionale in grado
di garantire anche i più deboli. Ma il 15 aprile 1987 Federico Caffè era soprattutto, o si sentiva, un
uomo solo, ormai
«pensionato» dall'università e dalla politica che lo avevano considerato per anni un
«estremista», un'intelligenza
provocatoria che aveva sempre rifiutato i suoi consigli al «Principe». Ermanno Rea ricostruisce
il contesto di una vicenda personale avvolta dal mistero, ma anche un brano della storia
recente d'Italia in cui l'economia ha provato a pensare un paese diverso e più
giusto».
[2] La citazione è tratta
dal volume di C. OFFE, Lo Stato nel
capitalismo maturo, Etas/Libri, Milano 1977.
Esso fornisce un quadro che riflette concezioni in larga parte vicine a
quelle di O’Connor, riferite all'esperienza della Germania occidentale (cfr. p.
114); l'indagine per questionari alla quale si fa riferimento è stata svolta da
Free e Cantril, in The Political Beliefs
of Americans, New York 1968.
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