giovedì 21 giugno 2012

Romeo è già tornato. Ora si chiama De Luca





Nell’articolo Un sindaco che ci è e ci fa: eletto dal centrosinistra rivendica l’eredità del suo predecessore di centro-destra, pubblicato quasi tre mesi fa, ho fatto un elenco sintetico dei principali atti che avevano caratterizzato fino a quella data la terza giunta Romeo:

1) l’omissione voluta ed organizzata della costituzione di parte civile del Comune di Limbiate nei processi contro la ‘Ndrangheta, cominciati nell’estate del 2011;

2) l’omissione delle denunce delle truffe ai danni della cassa pubblica, contenute nei vari P.I.I. varati dalla giunta di centro-destra;

3) la conferma dei funzionari che a Romeo avevano tenuto bordone nelle altre due consiliature;

4) l’adesione alla manovra messa in atto da Hi-tech/Euronics per coprire la tentata truffa degli OO.UU, pur di salvare il suo P.L. impugnato avanti il T.A.R. da alcuni privati e dalla Provincia di Monza;

5) la vicenda allucinante della decisione di cedere due scuole a Solaro con la conseguenza di essere obbligati a fare due mega Istituti Comprensivi (decisione che ha ribaltato quella presa da Romeo alla fine di giugno del 2010);

6) l’adesione, apparentemente alle farneticazioni del Comitato delle Pacciade, ma in realtà ai desideri di alcuni titolari e/o intermediari di rendite fondiarie, che manovrano il sedicente Comitato, con l’emissione di un provvedimento per impedire il montaggio di un impianto pirolitico (che, almeno per il momento, nessun falso ambientalista alla Mauro Varisco può classificare come inceneritore) - un provvedimento giudicato totalmente illegittimo e del tutto ingiustificato dal T.A.R. e quindi annullato, ma che è costato alla cassa pubblica 7.500 €;

7) le osservazioni semi-clandestine al P.T.C.P. della Provincia di Monza, ancora una volta per soddisfare le esigenze della speculazione edilizia e della rendita fondiaria urbana - osservazioni che preludono ad un P.G.T. orientato verso l’ulteriore incremento del consumo del suolo.

Dalla fine di marzo, si sono aggiunti altri numeri:

8) la vicenda, che mi ha riguardato personalmente, di un verbale di Consiglio Comunale prima negatomi e poi concessomi, ma quando ormai era imminente l’udienza avanti il TAR, al quale avevo fatto ricorso. Il TAR ha comunque condannato il Comune a rifondermi le spese che avevo sostenuto, e quindi la vicenda è costata al Comune, considerando anche le spese per il suo legale, circa 4.500 €;

9) il raddoppio, totalmente illegittimo, della tariffa per il trasporto scolastico: da 158 a 319 €!;

10) la maggiorazione particolarmente odiosa (+ 60% = + 420 €/anno per ogni famiglia!)  della tariffa per la refezione nel Centro Diurno Disabili;

11) l’aumento di tutte le altre tariffe per i cosiddetti “servizi a domanda individuale";

12) la dismissione, per ragioni di sicurezza, della linea tranviaria da e per Milano, annullata solo dopo che un mio articolo [La bufala dei finanziamenti per la “metrotramvia” Milano-Limbiate] aveva rivelato l'inesistenza dei finanziamenti fino al 60% della metrotranvia, l'inesistenza del progetto fra quelli da approvare da parte del C.I.P.E. e l'inesistenza dei finanziamenti del Comune di Milano per la manutenzione straordinaria della linea esistente. Tutto il gran parlare di una nuova linea di metrotranvia già finanziata al 60% era solo un'enorme, squallida bufala. E mentre per mesi anche il Comune di Limbiate aveva alimentato la bufala della metrotranvia, la linea esistente, già dichiarata inagibile, era marcita ancora di più! Ricollocata  la questione in un ambito un po' più veritiero e razionale,  nelle settimane successive ci si è rassegnati, anche per recuperare un po' di credito, a fare l'unica cosa sensata e possibile,  e sono stati avviati i lavori per un restauro, seppure molto limitato, con finanziamenti della Regione Lombardia;

13) la bufala cinicamente oltraggiosa per i cittadini meno abbienti e per tutto il Consiglio Comunale (al quale la presa per i fondelli è stata fatta approvare come misura concreta per sostenere le fasce di reddito più basse”!) dell’esenzione dall’addizionale comunale all’IRPEF per i redditi fino a 8.000 €, che è già stabilita da una legge dello Stato, poiché fino a quella cifra non si paga l’IRPEF!;

14) la presentazione delle linee-guida per la redazione del PGT, secondo le quali il consumo del suolo dovrebbe diminuire, nonostante siano previsti insediamenti produttivi e almeno un mega P.I.I. (in Via Ravenna, su un’area di circa 50.000 mq)!;

15) la vicenda grottesca e squallida del documento del Bilancio previsionale 2012, trasmesso, come ho fatto rilevare io, in forma incompleta ai consiglieri comunali – fatto la cui gravità è stata negata con argomentazioni tanto altezzose quanto puerili;

16) il rifiuto, esposto con protervia bovina, di discutere degli emendamenti della minoranza al Bilancio previsionale perché, “secondo la prassi” (e non secondo una legge!), sarebbero risultati inammissibili sulla base dei pareri del ragioniere comunale e dei revisori dei conti;

17) l’incapacità della maggioranza di garantire il numero legale per la validità della seduta del Consiglio Comunale che avrebbe dovuto approvare il Bilancio previsionale, dimostrata dall’uscita dall’aula della minoranza, mentre con grande spocchia si ostentavano i comportamenti descritti sinteticamente nei punti 15 e 16!;

18) la chiusura della seduta consiliare del 21 giugno, perché non c’era più il numero legale, ma senza che questo motivo fosse dichiarato e verbalizzato, e la riconvocazione per il 27 giugno.

Per quanto riguarda il punto 1): il Comune ha perso definitivamente, proprio come voleva, la possibilità di rivalersi sui condannati in quei processi per i danni morali e d’immagine subiti. Di certi affari, nei quali erano e sono implicati tutti i soggetti (fra immobiliaristi, ditte edili e progettisti) che si spartiscono il mercato immobiliare (accontentando pro-quota elettorale tutte le parti politiche), nei processi “Crimine-Infinito” non si è parlato. Appunto: come si voleva.
Per quanto riguarda il punto 2): il Comune continua, in ossequio agli speculatori di ogni risma, a non denunciare le molte illegittimità contenute in vari P.I.I. e P.L., e non tenta né di restituire quelle aree alle precedenti destinazioni (quasi tutte a “standard”) né di recuperare i milioni di euro che, mediante convenzioni attuative truffaldine, sono stati sottratti alla cassa pubblica. Ma sono fatti che ho già esposto alle Procure della Repubblica del Tribunale e della Corte dei Conti di Milano. Entrambe le Procure non hanno archiviato gli esposti. 
Per quanto riguarda il punto 3): i funzionari che hanno causato  al Comune  danni materiali o d’immagine con le vicende richiamate nei punti 1), 2), 4), 6), 8), 9), 13), 15) sono stati premiati con lauti compensi (da 12.000 a 17.500 € a testa)!
Per quanto riguarda il punto 4): il Comune non solo continua a prestarsi alle manovre mistificatrici di Hi-tech, ma addirittura vi aderisce invece di denunciarle alla magistratura, mistificando a sua volta che sarebbe la Provincia di Monza a bloccare il piano di lottizzazione e di recupero. Invece, giustamente, la Provincia si rifiuta di approvarlo per quanto di sua competenza e limitatamente agli aspetti palesemente illegittimi, che alla fine di questo mese saranno sanzionati come tali da una sentenza del T.A.R. Su questa questione, la motivazione (aberrante, sotto l’aspetto della legalità che il Comune dovrebbe difendere ad ogni costo) per giustificare una sostanziale adesione ad un tentativo di truffa è che, se il P.L. fosse attuato, il Comune incasserebbe alcune centinaia di migliaia di euro! Invece questi introiti sarebbero garantiti per il Comune anche se dal P.L. fossero eliminati gli aspetti illegittimi; e se Hi-tech, non riuscendo più a farne approvare anche le parti illegittime, volesse invece ritirare il suo P.L., sarebbe alquanto dubbio il suo diritto di ottenere in restituzione le somme versate spontaneamente con un impegno unilaterale.
Per quanto riguarda il punto 5): la delibera folle della Giunta è stata, nei fatti, annullata dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la legge sulla quale, oltretutto con un’enorme distorsione, si basava.
Per quanto riguarda i punti 6) e 8): sto scrivendo un esposto alla Corte dei Conti.
Per quanto riguarda i punti 7) e 14): è molto probabile che la Provincia di Monza non accetti le osservazioni del Comune sull’area di Via Ravenna, e di qualche privato-pubblico redditiero sulle sue aree vicine al Canale Villoresi, poiché deve anche seguire le osservazioni della Regione Lombardia, che per le aree agricole d’interesse strategico e gli ambiti di ricomposizione paesaggistica impongono di destinarvi quantità maggiori di quelle già previste dal P.T.C.P.
Per quanto riguarda il punto 9): l’Asinistra di Limbiate, l’Italia dei Valori bollati e dei sali e tabacchi e l’ormai collaborazionista (o almeno badogliano) Comitato Scuola Città, avrebbero ottenuto una modesta riduzione dell’aumento, ma non è escluso che si riesca a fare una class action contro il Comune con l’obiettivo di ottenere che il TAR imponga l’istituzione di un servizio gratuito di trasporto scolastico.
Per quanto riguarda i punti 10), 11) e 13): tutta la giunta, ma in particolare la Ripamonti, la Basso, De Luca e Cosentino si sono squalificati per tutta la vita.
Per quanto riguarda il punto 12): De Luca, Tatti e Ti-che-te-tarchett-i-ball (di Limbiate) e De Nicola e Maran (di Milano), tutti coinvolti nella figura escrementizia che, anche se non viene ammesso, hanno dovuto subire dopo il mio articolo (ma De Nicola ha dichiarato che d'ora in avanti sulla questione procederà con i piedi di piombo!), di sicuro non potranno più continuare con la bufala dei finanziamenti per la metrotranvia.
 Per quanto riguarda i punti 15), 16), 17) e 18): la questione non è stata affatto chiusa con il Consiglio Comunale del 21 giugno. Il centrosinistra ancora non è riuscito a salvarsi. È solo riuscito ad aggrapparsi all’orlo del precipizio, sul quale sta pericolosamente oscillando.


Ecco, quelli richiamati sopra sono i tratti principali che descrivono il quadro del terzo mandato di Romeo come sindaco di Limbiate. Quale punto sarebbe, se non nella sostanza, almeno nello stile, un cambiamento reale rispetto ai dieci anni precedenti? Sembra proprio nessuno. E quindi, se questa giunta cadesse, come farebbe Romeo a tornare, visto che è già qui? Ha solo un nome nuovo: De Luca.

mercoledì 20 giugno 2012

A testa bassa, di corsa verso il precipizio





Siccome non sempre è chiaro che cosa s’intenda per «stato di diritto», che è espressione usata in molteplici accezioni, ritengo utile precisare che (…) per stato di diritto s’intende lo stato in cui il potere politico anche nelle sue più alte istanze è regolato e limitato da norme giuridiche (sub lege) e viene esercitato prevalentemente, salvo casi eccezionali previsti dalla stessa costituzione, mediante emanazione di norme generali (per legem). In antitesi allo stato di diritto così inteso, le caratteristiche dello stato d’eccezione sono due: a) i detentori dei pieni poteri non si ritengono più vincolati a rispettare le norme costituzionali generali che stabiliscono le funzioni e i limiti di competenza degli organi di governo; b) si ritengono autorizzati ad esercitare il potere, non solo in casi eccezionali, ma abitualmente, non mediante leggi generali, ma mediante provvedimenti concreti presi di volta in volta, in base a un mero giudizio di opportunità. Di conseguenza in contrasto col governo doppiamente legale dello stato di diritto, il governo nello stato d’eccezione è un potere doppiamente illegale, cioè arbitrario in due sensi: rispetto al modo con cui viene esercitato, ovvero senza vincoli costituzionali, e rispetto al mezzo con cui questo esercizio viene attuato, ovvero in base a meri giudizi di opportunità.

Che Fraenkel metta in particolare evidenza soprattutto questo secondo aspetto dello stato nazista, che chiama «Stato discrezionale» (Massnahmenstaat) contrapponendolo allo « Stato normativo » (Normenstaat), non vuol dire che trascuri il primo. Ciò che risulta chiarissimo è che, a ogni modo, nello stato d’eccezione il rapporto tra politica e diritto è completamente invertito rispetto allo stato di diritto: nello stato di diritto il potere è sottoposto al diritto; nello stato d’eccezione (o di polizia, volendo adottare una vecchia espressione) il potere è il creatore (a proprio assoluto arbitrio) del diritto. In altre parole, nello stato di diritto è potere legittimo solo quello esercitato in conformità di un’autorizzazione (nel senso letterale di attribuzione di «autorità») da parte di una norma giuridica; nello stato di polizia è diritto quello prodotto in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità da coloro che detengono il potere politico.

[…]

Tale inversione di termini può essere espressa anche con altre antitesi non meno tradizionali. Ne ho individuate due: quella tra giustizia formale e giustizia materiale cui Fraenkel si riferisce là dove afferma a più riprese che l’essenza dello Stato discrezionale va ricercata tra l’altro, nella pretesa di attuare una giustizia materiale in contrapposto alla giustizia formale, la quale, secondo la famigerata formula di Forsthoff, è l’espressione di «una comunità priva d’onore e di dignità»; e quella tra politica, intesa come attività che non riconosce altro criterio della propria condotta che l’opportunità, e politica come amministrazione e giudizio che dovrebbero ricevere la loro legittimazione esclusivamente dall’essere esercitati in conformità di leggi prestabilite. Una volta riconosciuti come atti politici, e quindi sottratti alle leggi generali, quegli atti che vengono considerati tali dall’autorità politica la quale, essendo legibus soluta, è libera di stabilire ciò che rientra nella sfera della politica e ciò che non vi rientra, l’indebita estensione degli atti politici rispetto agli atti amministrativi e giudiziari è uno degli espedienti di cui si serve lo stato di polizia per delimitare, sino ad eliminarlo arbitrariamente, lo spazio dello stato di diritto. Per dare un esempio della documentazione di cui si serve l’autore, ecco che cosa si può leggere in una decisione dell’Alta Corte amministrativa prussiana del 28 gennaio 1937: «Nella lotta per l’autoaffermazione che il popolo tedesco oggi è chiamato a condurre, non esiste più come in passato un ambito di vita non politico» (p. 65). Con un’affermazione di questo genere, secondo cui non esiste un ambito di vita non politico, non si potrebbe esprimere meglio la quintessenza dello stato totalitario.

[Norberto Bobbio, Introduzione a Ernst Fraenkel, Il doppio Stato,  Einaudi, Torino 1983, pp. XII-XIV].



Il Consiglio Comunale di questa sera è stato chiuso alle 22.30 circa perché, dopo l’uscita dall’aula di tutta l’opposizione, era rimasto un numero di consiglieri della maggioranza insufficiente per dare validità alla seduta. Tuttavia questo motivo non è stato dichiarato, né da Archetti, del PD, che obtorto collo ha chiesto la chiusura, né dal sempre più servile consigliere presidente Schieppati il quale, senza fare l'appello dei consiglieri per verificare l’esistenza del numero legale (prescritto in 13 consiglieri, escluso il sindaco), ha riconvocato il Consiglio per mercoledì 27 giugno. Questo espediente, con il quale si è cercato di occultare lo squallore nel quale la maggioranza ha voluto sprofondare, è un fatto gravissimo che oltraggia il Consiglio e i cittadini. Il responsabile ne è  innanzitutto un presidente da avanspettacolo che, mentre si sforza pateticamente di darsi lustro con l’abuso di parole come copula, emerito, munus officii (delle quali non conosce l’esatto significato), è sempre prono ai voleri di alcuni capataces del PD e dell’apparato burocratico, e dimostra costantemente di non sapere e non volere garantire le prerogative del massimo organo deliberativo del Comune di Limbiate. E si prende anche, egli che è un redditiero, circa 1.000 € al mese.
Ancora una volta, delle prerogative del Consiglio Comunale è stato fatto strame, ma solo ufficialmente in ossequio ai voleri del ragioniere comunale e del collegio dei revisori dei conti, in realtà per volere della maggioranza di centrosinistra, SEL e IDV compresi. Agli emendamenti presentati dalla minoranza (ma anche dal consigliere dell’IDV, che fa parte della maggioranza), sono stati opposti pretesi vincoli di inammissibilità presuntamente contenuti nei pareri dei revisori dei conti e del ragioniere comunale, obbligatori bensì, ma che nient’affatto precludono la discussione in aula, nella quale anche gli emendamenti possono essere emendati, proprio tenendo conto dei pareri formulati dagli organi competenti, oppure direttamente dal Consiglio Comunale - prima di essere approvati o rigettati a maggioranza. Il ragiunatt Albertine Cogliati ha avuto l’impudenza di dichiarare che i suoi pareri (e quelli dei revisori dei conti) sono vincolanti non sulla base di una legge (che non è stato in grado di indicare), bensì “per prassi”! Per qualche attimo ho avuto una sensazione di vertigine.
Anche alla richiesta del tutto legittima di rinviare l’esame del Bilancio previsionale, poiché, come la stessa amministrazione era stata costretta a segnalare ufficialmente in mattinata, ai consiglieri era stato consegnato un documento mancante di una pagina, nella quale erano contenute voci di spesa sulle quali ogni consigliere avrebbe il diritto di presentare ed argomentare emendamenti - anche a questa richiesta è stato opposto uno sprezzante rifiuto. Della scoperta che il Bilancio previsionale era privo di una pagina, e della conseguente ammissione dell’amministrazione, sono responsabile io, che ho segnalato ieri pomeriggio la cosa a mio nipote Pietro Cuppari, consigliere del PD, che a sua volta ha fatto in modo che il documento fosse completato. Trattandosi del Bilancio previsionale, l’"incidente" è stato gravissimo; quanto ha fatto l’amministrazione per cercare di correre ai ripari è stato tuttavia insufficiente, ed è avvenuto troppo tardi per far decorrere utilmente il previsto anticipo per l’esame e per la presentazione di eventuali emendamenti. Ma, poiché ancora ci sono giorni sufficienti per discutere il Bilancio e per approvarlo entro il termine del 30 giugno, perché opporre un rifiuto, senza poter evitare, tuttavia, le critiche con le quali l’opposizione ha accompagnato la sua richiesta? 
   Alcuni consiglieri del PD, ed anche un paio di assessori, con i quali ho parlato mentre la discussione era in corso, come anche durante un’interruzione dei lavori, esprimevano ragionevolmente la convinzione che non fosse giusto opporsi, soprattutto alla seconda richiesta. I capataces del PD, invece, finché non sono stati costretti a riacquistare il senso della realtà dall’uscita della minoranza dall’aula, incapaci di non farsi travolgere dall’autoritarismo becero di chi crede di essere onnipotente, sembravano che volessero correre a testa bassa verso il precipizio, che era quello di approvare il Bilancio anche senza la presenza dei consiglieri dell’opposizione. Secondo Archetti, per esempio, e, pare, secondo la segretaria comunale, con solo 13 consiglieri (conteggiando anche il sindaco) il numero legale era raggiunto. Invece, il regolamento del Consiglio Comunale (che con il sindaco comprende 25 consiglieri) prescrive un numero pari alla metà dei consiglieri, ma senza conteggiare nella metà il sindaco. Ora, il prevalente orientamento giurisprudenziale è che nei collegi dispari la metà dei consiglieri è costituita da quel numero che, moltiplicato per due, supera di una unità il numero totale dei consiglieri (parere del Ministero dell’interno del 15/10/2007): ne deriva che il quorum strutturale, nel caso di Limbiate, è pari a 13 ma, giusto il regolamento, senza comprendervi il sindaco. Questa sera, tolto il sindaco, i consiglieri della maggioranza presenti erano solo 12. Approvare il Bilancio in queste condizioni avrebbe portato rapidamente allo scioglimento del Consiglio Comunale.
A tutti i presenti è apparso evidente che c’è voluto del bello e del buono prima che Archetti e qualcun altro si convincessero che andare avanti era pericolosissimo, e che era meglio salvarsi, almeno per il momento, chiudendo il Consiglio Comunale. Ma prima di essere ridotto a più miti consigli, Archetti per l’ennesima volta ha espresso la sua “concezione” della politica, nella quale si mescolano boria e ultra-autoritarismo becero, ignoranza delle forme specifiche che assume la politica nella democrazia rappresentativa e deprivazione culturale in generale. Costui, probabilmente, prima di venire in Consiglio Comunale studia dizione, gestualità e pose declamatorie di fronte allo specchio, ma quanto a capacità imitative dell’”uomo politico” continua ad essere un’analogia dell’orang-outang. Quando lo si sente esprimere il disprezzo per qualsiasi richiamo alle norme e l'esaltazione di ciò che per lui è “la politica”, che anche questa sera ha espresso, si sentono dei brividi lungo la schiena e il pensiero corre inevitabilmente alle pagine del libro famoso di Ernst Fraenkel, che, come dice Norberto Bobbio nella Introduzione all’edizione italiana “è un’analisi e un’interpretazione dello stato nazionalsocialista, ma è anche, per i problemi teorici che solleva, per gli strumenti concettuali di cui si serve, e per le soluzioni proposte, un notevole contributo alla teoria generale dello stato moderno” (p. IX). Una parte di questa Introduzione (un po’ più estesa del lungo exergum di questo articolo) l’avevo già postata qui il 14 luglio 2008 [Stato di diritto e stato d’eccezione (o di polizia)]
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lunedì 18 giugno 2012

L'ombrello modello rosso-Ferrari fa un po' male, ma in fondo gli piace






Se si trattasse solo dell’Italia dei Valori bollati e dei sali e tabacchi, dell’Asinistra di Limbiate e di Limbiate Solidale (con i benestanti e con i ricchi!), dopo la lettura dei fatti raccontati da Michelangelo Campisi in Italia dei Valori presa per il culo?, si potrebbe dire: l’avete voluto l’ombrello rosso-Ferrari? Adesso, ve lo tenete... Purtroppo, questa questione riguarda invece un aspetto fondamentale della vita sociale in generale e la situazione della scuola a Limbiate in particolare (click Asinerie e falsità di De Luca contro scolari e famiglie “fuorilegge”), ed è evidente che nemmeno dopo questa... “ombrellata” ci sarà, da parte dell’Italia dei Valori bollati e dei sali e tabacchi, una vera manifestazione di autonomia dal centrosinistra. E nemmeno da parte del consigliere grant, gross, pussé ciula che baloss (che crede di essere Atlante con il mondo sulle spalle), né del suo collega di lista segretario di una “prestigiosa associazione”, né dei solidali con i benestanti e con i ricchi.
A proposito di questa questione, proprio ieri mattina, senza conoscere ancora gli sviluppi della vicenda, ho avuto l’occasione di dire a Campisi e ad altri dell’IDV quanto, secondo me, fosse stato velleitario presentare un emendamento che chiedeva non la gratuità del trasporto scolastico, che sarebbe imposta dalla situazione delle scuole di Limbiate e dalle leggi esistenti, ma solo un aumento non esattamente contenuto della tariffa, per di più dando l’incarico di trovare le giustificazioni contabili ad un funzionario inaffidabile come Albertine Cogliati. Ancora una volta, secondo me, era stata inscenata solo l’ennesima finzione di una sollecitazione critica dall’interno del centrosinistra. L’obiettivo vero, anche se non confessato, era solo che si parlasse di un emendamento dell’IDV  “che va incontro alle famiglie”, ecc.; infatti, Campisi fino a ieri si è guardato bene dal divulgarne il contenuto, alla faccia della trasparenza, della democrazia, e soprattutto della strategia per attrarre consensi al suo pseudo-partito; ed è significativo che, pur scrivendo la nota citata, ancora oggi egli non lo esponga. Sicché è impossibile, almeno per i comuni mortali come me, esprimere un giudizio sulla parte argomentativa della proposta, oltre che sull’obiettivo di una semplice riduzione dell’aumento della tariffa, che non è condivisibile perché, ripeto ancora una volta, secondo le leggi richiamate nel mio post il trasporto scolastico a Limbiate dovrebbe essere gratuito! Eppure, nonostante restino sconosciuti (almeno, ripeto, per i comuni mortali come me) anche i capitoli ai quali l’ineffabile ragiunatt Albertine avrebbe suggerito di mettere mano, c’è chi, subito dopo aver appresa la notizia, ritiene di poter esprimere seduta stante un giudizio su come si è svolta la vicenda, trascurando però bellamente di trarne qualsiasi conclusione per l'azione politica. Nella girandola di sproloqui (v. in Limbiate a tutto Blog), ancora una volta si è distinto, per farneticazioni e falsità, un somaro laureato in economia ma più stupido dell’acqua delle barbe. 

L’IDV, lo vedrebbero anche i ciechi, in realtà non si differenzia in nulla dal PD: stesso agire segreto, stesso sguazzare costantemente nell’opacità; stesso servilismo verso i poteri forti (e separati) della città. Con la differenza che il PD comanda, mentre l’IDV al massimo pesta l’acqua nel mortaio. Né il consigliere, né nessun altro dell’IDV si è minimamente preparato a sostenere questo emendamento. Addirittura si sono affidati ad Albertine Cogliati! Solo loro potevano immaginare che costui davvero li avrebbe messi in grado di sostenere una proposta contro il PD! Il parere contrario dei revisori dei conti in realtà era annunciato (e forse subliminalmente desiderato). Ora, il modo abusivamente ellittico in cui sono espresse le “motivazioni” dei revisori dei conti autorizza a dire, anche in mancanza di più precise argomentazioni, che fanno acqua da tutte le parti, poiché le tariffe scolastiche non sono un’entrata continuativa, la spesa per il servizio non è una spesa continuativa (l’anno prossimo il servizio potrebbe addirittura essere abolito!), il servizio non è obbligatorio, visto che secondo la giunta è un servizio a domanda individuale. Ma sono considerazioni che non serviranno a far prendere coraggio al povero Arcerito, poiché il  “parere” mira proprio a spaventare innanzitutto lui, e poi tutti gli altri consiglieri comunali, le cui conoscenze a proposito di bilancio comunale sono paragonabili, per ampiezza e profondità, a quelle che ho io nel campo della navigazione interplanetaria. Ma soprattutto, servono per fornire una scusante per il prevedibile dietrofront di chi si sarebbe dichiarato, inizialmente, disposto a votare l’emendamento. L’IDV non chiederà di discutere e mettere ai voti il suo emendamento. Questa eventualità, che provocherebbe una frattura nel centrosinistra, non l’aveva prevista, e quindi non si è preparata ad affrontarla. E non sa nemmeno immaginare che cosa potrebbe accadere se lo facesse.
Ogni tanto alcuni dell’IDV pretendono di raccontare, per esempio a me (badate un po’!), la storiella esilarante che stanno lavorando, insieme al loro consigliere, per cambiare dall’interno il centrosinistra di Limbiate! Il caso in questione dimostra ad abundantiam quanto siano velleitarie queste affermazioni.
Esprimere queste critiche è un po’ imbarazzante, perché Campisi spesso (e soprattutto di recente) si riferisce favorevolmente a ciò che scrivo io. Il fatto è, però, che quella parte dell’IDV di Limbiate nella quale egli si colloca e che, secondo le sue affermazioni, non si identifica con i bosses provinciali, ancora una volta sta dimostrando di essere incapace di prendere nel centrosinistra limbiatese una qualsiasi posizione critica; lungi dal riuscire a condizionare il PD, sta dimostrando, anzi, che la sua inconsistenza politica è irrimediabile.

domenica 17 giugno 2012

Grecia: Syriza, spauracchio per «quelli che stanno in alto», speranza per «chi sta in basso», oggi può vincere le elezioni

La Coalizione della Sinistra radicale non nasce ieri ed è frutto di un lavoro comune della sinistra nei movimenti sociali. Oggi è di fronte a una prova decisiva e dalla Grecia arrivano appelli per sostenerla

Yorgos Mitralias




Spauracchio per «quelli che stanno in alto», speranza per «chi sta in basso», Syriza fa il suo fragoroso ingresso sulla scena politica di quest’Europa in profonda crisi. Dopo aver quadruplicato la propria forza elettorale il 6 maggio, Syriza può ambire ora non solo a diventare il primo partito greco alle elezioni del 17 giugno, ma soprattutto a riuscire a formare un governo di sinistra che abrogherà le misure di austerità, ripudierà il debito e caccerà la Trojka [BCE, UE e Fondo Monetario Internazionale] dal paese. Non è quindi sorprendente che Syriza interessi molto anche al di fuori della Grecia e che praticamente tutti si interroghino sulla sua origine e la sua reale natura, sui suoi obiettivi e le sue aspirazioni. Tuttavia, Syriza non è esattamente una novità del momento nella sinistra europea. Nata nel 2004, la Coalizione o Raggruppamento della Sinistra Radicale (Syriza, appunto) avrebbe dovuto attirare l’attenzione dei politologi e dei mezzi di comunicazione di massa internazionali, non fosse altro perché era una formazione politica del tutto inedita e originale nel paesaggio della sinistra greca, europea ed anche mondiale. In primo luogo, per la sua composizione.

Sorta dall’alleanza di Synaspismos (a sua volta “coalizione”) - un partito riformista di sinistra di vaga origine eurocomunista e con alcuni esponenti parlamentari - con una dozzina di organizzazioni di estrema sinistra, che coprono l’intero spettro del trotskismo, dell’ex-maoismo e del “movimentismo”, la Coalizione della Sinistra Radicale costituiva, fin dai suoi inizi, un’eccezione alla regola che voleva – e continua a volere – che i partiti più o meno tradizionali a sinistra della socialdemocrazia non si coalizzino mai con le organizzazioni di estrema sinistra!

L’originalità di Syriza, però, non si ferma qui. Essendo stato concepito come una coalizione più che altro congiunturale ed elettorale (è stato fondato subito prima delle elezioni del 2004), Syriza ha resistito al tempo ed è sopravvissuto ai suoi alti e bassi, ai suoi successi e soprattutto alle sue crisi e ai suoi insuccessi, fino a diventare un clamoroso esempio di una realtà alla quale la sinistra radicale internazionale fatica sempre ad arrivare: la coabitazione di differenti sensibilità, tendenze e anche organizzazioni in una stessa formazione politica della sinistra radicale! A distanza di otto anni dalla nascita di Syriza, ora la lezione da ricavare balza agli occhi: sì, una simile coalizione non solo è possibile, ma fruttuosa e, alla lunga, anche garanzia di grandi successi.

Ma ci si chiederà: «Come hanno fatto questa dozzina di “componenti” così eteroclite di Syriza prima a incontrarsi e poi a mettersi d’accordo su una così prolungata e originale coabitazione organizzativa?». È una domanda pertinente e merita una risposta dettagliata e approfondita. No, il miracolo Syriza non è piovuto dal cielo, né è frutto del caso. È maturato a lungo e, soprattutto, è germogliato nelle migliori condizioni possibili, nei movimenti sociali e altermondialisti di quest’ultimo quindicennio.

Si potrebbe dire che tutto è iniziato 15 anni fa, nel 1997, con la costituzione del ramo greco del movimento delle Marce europee contro la disoccupazione. Non era solo il fatto che si trattava del primo passo verso quello che poi si è chiamato poco più tardi il movimento altermondialista dei Socialforum. Più specificamente, in Grecia, era il fatto che le Marce europee hanno avuto una funzione probabilmente un po’ più importante, quella di fare qualcosa che fino ad allora era assolutamente inconcepibile: unificare la sinistra nell’azione. È così che, grazie alle Marce europee, si sono visti sindacati, movimenti sociali, partiti e organizzazioni della sinistra greca (Kke [partito comunista] incluso, almeno per una fase!) che non si erano mai incontrati, o che si ignoravano reciprocamente, mettersi insieme per partecipare a un movimento europeo del tutto inedito, a fianco dei sindacati, dei movimenti sociali e delle correnti politiche di altri paesi, fino ad allora completamente sconosciuti in Grecia.

Non a caso, quindi, quel primo colpo inferto al settarismo viscerale che ha sempre contraddistinto la sinistra greca dava luogo addirittura a scene commoventi di ritrovamenti, quasi psicodrammi, tra militanti che fino ad allora non si conoscevano e che all’improvviso scoprivano che l’“Altro” non era poi così diverso da loro. Evidentemente, la maionese era venuta bene, tanto più che i militanti greci uscivano dal paese e scoprivano una realtà militante europea in carne ed ossa di cui prima non sospettavano l’esistenza.

Forti di questo primo avvicinamento nell’azione, tanto più solido in quanto avveniva in un movimento sociale di tipo nuovo, la maggior parte delle varie componenti politiche delle Marce europee greche partecipavano, fin dal 1999, a una seconda originale esperienza che mirava ad approfondire la loro esigenza di unità. Era lo Spazio di dialogo e di Azione Comune che, mentre approfondiva l’indispensabile discussione politica e programmatica, preparava contemporaneamente gli animi alla prossima esperienza unitaria e movimentista dei Social Forum, che avrebbe profondamente segnato lo sviluppo della sinistra greca.

Grazie all’enorme successo popolare del Social Forum, il passo verso la costituzione della Coalizione della Sinistra Radicale è stato compiuto pressoché spontaneamente e con entusiasmo nel 2003-2004. I militanti delle componenti di Syriza, che avevano avuto modo di conoscersi nelle lotte e che avevano viaggiato e manifestato insieme a migliaia ad Amsterdam (1997) e Colonia (1999), a Nizza (2000) e Genova (2001), a Firenze (2002), a Parigi (2003), ecc., avevano avuto il tempo di sviluppare tra loro rapporti non solo politici ma anche umani prima di arrivare alla fondazione della loro Coalizione della Sinistra Radicale. Una coalizione che andava comunque controcorrente rispetto a quanto accadeva nel resto d’Europa, dove una simile coalizione tra un partito riformista di sinistra e gruppi di estrema sinistra era semplicemente inimmaginabile…

Tuttavia, dopo una nascita abbastanza riuscita, il seguito dell’avventura di Syriza è stato ben lungi dall’essere sempre felice, e a varie riprese ha anche dovuto interrompersi. Ovviamente, vi sono state una serie di crisi di fiducia tra il troncone di Syriza costituito da Synaspismos e i suoi partner di estrema sinistra, una cosa del resto abbastanza “logica”. Con il passar del tempo, tuttavia, l’omogeneizzazione di Syriza ha fatto sì che le crisi – come d’altro canto le discussioni – non solo attraversassero praticamente l’intera coalizione e ciascuna delle sue componenti, ma che si manifestassero soprattutto in seno a Synaspismos stesso, in cui infuriava lo scontro di tendenza in permanente ricomposizione.

Alla fine, Syriza ha trovato una certa serenità interna solo dopo l’uscita, nel 2010, dell’ala socialdemocratica di Synaspismos (che ha dato vita alla Sinistra Democratica) e l’allontanamento del suo presidente Alecos Alavanos, che, dopo avere insediato il suo “pulcino”, Alexis Tsipras [nella foto a sinistra], ne è diventato il nemico giurato. Ormai, la linea politica della Coalizione era più chiara (e più a sinistra), mentre il giovane leader Alexis Tsipras imponeva la propria autorevolezza e cumulava i primi successi, che avrebbero fornito a Syriza, sempre più radicalizzata, la credibilità indispensabile per riuscire a sfruttare le eccezionali circostanze create dalla crisi del debito. Ormai Syriza era pronta ad assumersi il ruolo della formazione politica che avrebbe potuto incarnare nel miglior modo possibile le speranze e le attese di interi settori della società greca in rivolta contro le politiche di austerità, la Trojka, i partiti borghesi e lo stesso sistema capitalistico!

La lezione da ricavare da questa storia quasi esemplare è evidente: tutto sommato, si tratta di un successo che solo incalliti settari (e in Grecia ce ne sono parecchi) potrebbero negare! Tuttavia, la storia di Syriza è ben lungi dall’essersi conclusa, e le cose serie stanno solo per cominciare. Insomma, il bilancio attuale può essere soltanto provvisorio. Ma, guai a chi non lo farà, in nome di un “grave errore” e di quel «tradimento» di Syriza che aspetta con impazienza per poter dire alla fine…«Io l’avevo previsto». No, il bilancio ancorché provvisorio e incompiuto va fatto perché, per i tempi (duri) che corrono, non ci si può permettere il lusso di non approfittare delle esperienze, dei successi e degli insuccessi altrui nella sinistra radicale europea.

Formazione politica dal programma permanentemente contraddistinto da “vaghezza” artistica, la Coalizione della Sinistra Radicale ha quasi sempre oscillato tra il riformismo di sinistra e un anticapitalismo conseguente. Del resto, forse è da questa eterna oscillazione che è riuscita a ricavare la propria forza. Ma occorre essere chiari: quel che è riuscito a funzionare piuttosto positivamente in periodi “normali”, potrebbe diventare un ostacolo se non un boomerang in periodi di acuta crisi e di inasprimento dello scontro di classe. In parole povere Syriza, che ha appena magistralmente ottenuto la sua affermazione, si trova trasformato nel giro di poche settimane (!) da piccolo partito minoritario in una sinistra greca già di per sé minoritaria, in partito dominante che può pretendere di governare. Il tutto, non in un paese qualsiasi e in una fase storica qualsiasi, ma in questa Grecia, «laboratorio» e caso/test per questa Europa dell’austerità in crisi di nervi…

Il cambiamento di scala è talmente improvviso da poter far venire le vertigini. Essendo diventato in tempi record l’incubo dei potenti e la speranza dei diseredati, Syriza è ora chiamato ad assumere compiti giganteschi e decisamente storici, a cui non è preparato né politicamente né organizzativamente. Allora, che fare? La risposta deve essere chiara e categorica: semplicemente, aiutare Syriza! Con ogni mezzo possibile. E soprattutto, non lasciarlo solo. Sia in Grecia, sia in Europa. In poche parole, fare il contrario di quel che fanno coloro che non abbinano alle loro critiche a Syriza la solidarietà e anche il sostegno a Syriza stesso, di fronte al comune nemico di classe. Sostegno anche critico, ma … sostegno comunque! E non domani, ma oggi. Perché, al di là delle divergenze tattiche o di altro tipo, la lotta che sta attualmente affrontando Syriza è di fatto la nostra lotta, la lotta di noi tutti. E tirarsene fuori equivale a mancata assistenza a chi si trova in pericolo. O meglio, a popolazioni e a paesi interi in pericolo!...

«Quanta ricchezza, quanta istruzione, quanta assistenza, e quali gruppi della popolazione debbono trarne beneficio - sono questioni politiche, implicanti giudizi di valore»


Federico Caffè (1914-morte presunta 1998) [1]



1. Vi sono casi in cui la suggestione del titolo di un volume finisce per assumere un significato largamente svincolato dal contenuto effettivo dell'opera. L'esempio più illustre mi sembra costituito dall'Economia del benessere [1932] di A.C. Pigou, espressione adoperata, nel corso del tempo, con una evasività e un'ambiguità di connotazioni del tutto estranee alla minuziosa e precisa sottigliezza del testo. Analogo pare essere il destino di questo libro di O'Connor. Il titolo è divenuto, infatti, una specie di formula ad effetto che non riguarda esclusivamente gli specialisti di problemi fiscali, ma chiunque si occupi, in genere, dell'azione dei pubblici poteri nel campo economico: profilo, questo, che più strettamente e direttamente riflette i miei interessi. Il messaggio che in modo estremamente diffuso viene associato a questa formula è quello di uno stato che, vittima di apprendisti stregoni che l'hanno indotto a percorrere con leggerezza la strada dell'espansione della spesa pubblica, si trova di fronte a una situazione di dissesto; sia per la reazione dei contribuenti divenuti sempre più intolleranti dell'aggravarsi degli oneri fiscali; sia per l'evidente incapacità di assicurare l'adeguatezza e l'efficienza dei servizi pubblici che potrebbero in qualche modo giustificare l'espansione della spesa; sia per il processo di diffusione delle «aspettative crescenti» alimentato dalla pressione imitativa dei vari gruppi sociali.
Alcuni recenti episodi verificatisi negli Stati Uniti, con il rigetto popolare di un appesantimento della tassazione e il manifestarsi su larga scala di una «riscoperta del mercato», ed anzi della riscoperta del valore estetico del «piccolo», della fabbrica ricondotta a dimensioni umane, di un futuro tecnologico compatibile con il gratificante appagamento dell'antico lavoro artigianale, completano il quadro romanticamente irrealistico con cui viene prospettata la «rivoluzione imprenditoriale prossima futura»: che costituirebbe, in sostanza, il recupero di una condizione di equilibrato assetto sociale, dopo le stravaganze e le dissipazioni provocate dalla «crisi fiscale» dello stato.
È per mettere in guardia contro quel tanto di convenzionale e di di-storto che ha finito per sovraccaricare un titolo suggestivo di significati e implicazioni ad esso estranei, che può giustificarsi una presentazione al volume ora ristampato.

2. Non è del tutto inutile, cioè, sottolineare che il vero processodi regressione culturale che è in corso con le quotidiane evocazioni del «mercato», del tutto svincolate dai fallimenti che quotidianamente esso dimostra nel suo concreto operare; con le filippiche sull'«imperialismo del settore pubblico», quando sotto i nostri occhi esso rimane il mezzo per la socializzazione delle perdite dovute, nel migliore dei casi, a imprenditori che si improvvisano tali nei tempi di prosperità, ma si dimostrano incapaci di delineare linee di ripiegamento nei pur prevedibili periodi di difficoltà; con l'attribuzione unilaterale al costo del lavoro di responsabilità dei processi inflazionistici che esso condivide con numerosi altri fattori: tutto questo è completamente estraneo alla diagnosi del capitalismo maturo che O'Connor prospetta e alle conseguenze che egli ne trae.
Anche se il titolo della sua opera è stato non infrequentemente strumentalizzato dall'odierno stupefacente neomanchesterismo, O'Connor è ben esplicito nell'affermare che la via d'uscita dalle presenti difficoltà socio-economiche è costituita dall'alternativa di una organizzazione basata sul socialismo. «In assenza di una prospettiva socialista, che sia in grado di proporre delle alternative in ogni aspetto della società capitalistica e di aiutare le masse a elevare la propria coscienza su ogni problema - dalla natura di classe del bilancio e dello sfruttamento fiscale ai processi attraverso i quali vengono decisi gli usi della tecnologia e della scienza - i militanti sindacali, gli organizzatori e gli attivisti continueranno a muoversi in un relativo vuoto teorico. Proprio perché viviamo in un'epoca nella quale tutti gli strati della classe operaia si confrontano politicamente in misura sempre maggiore (e nella quale la contraddizione ultima consiste nell'uso di mezzi politici e sociali per conseguire fini individuali), ciò di cui si avverte la necessità è una prospettiva socialista che si sforzi di ridefinire i bisogni in termini collettivi» (p. 291 ).
È una posizione che, per la sua linearità, contrasta singolarmente con l'atteggiamento contraddittorio dei cittadini degli Stati Uniti (il paese oggetto prevalente dell'indagine di O'Connor); quanto meno, se tale atteggiamento trova riflesso attendibile nelle inchieste colà effettuate con il metodo delle interviste. Ne risulta, infatti, una dissociazione profonda tra le convinzioni politiche degli americani al livello «ideologico» e le loro esigenze al livello «operativo». «Le posizioni diffuse tra gli intervistati che si dichiaravano favorevoli alla libertà della proprietà ed al rifiuto di soluzioni caratteristiche dello stato assistenziale, non impedivano a questi ultimi di chiedere e caldeggiare i qualcosa di esattamente opposto a questi residui ideologici, e cioè una politica economico-sociale nettamente interventista»[2]. In modo autonomo, ed analizzato dallo specifico angolo visuale delle pressioni e dei conflitti che si manifestano nel riparto sia degli oneri fiscali sia delle spese pubbliche, il volume di O' Connor può considerarsi come un approfondimento specialistico di questo atteggiamento ambivalente, da cui emerge la «crisi fiscale dello stato»: la tendenza, cioè, delle spese governative ad aumentare più rapidamente delle entrate.
La trattazione si impernia fondamentalmente su due tesi. La prima è die «in misura sempre maggiore, la crescita del settore statale e della spesa statale assolve la funzione di porre le basi per la crescita del settore monopolistico e della produzione totale. In altri termini, lo sviluppo dell'attività economica dello stato è in pari tempo causa ed effetto dello sviluppo del capitale monopolistico» (p. 12). La seconda tesi è che «l'accumulazione del capitale sociale e delle spese sociali è un processo contraddittorio, che genera tendenze a crisi economiche, sociali e politiche» (p. 14). S'intende che, più della illustrazione particolareggiata di queste tesi attraverso l'esame della composita struttura del bilancio fiscale americano ai vari livelli territoriali, interessano i rilievi di portata generale desumibili dall'intera trattazione.

3. Alcuni di questi rilievi rientrano nella costatazione di senso comune secondo la quale tutto il mondo è paese: ponendo in evidenza, con ciò, l'esigenza di sprovincializzare l'indagine di disfunzioni che si prospettano abitualmente come specifiche del «caso italiano». Basti far cenno a quello che viene osservato a proposito del «complesso dell'automobile», al potente appoggio che esso riceve da parte di molti settori del capitale monopolistico e alle incidenze profonde che l'intero processo esercita sulla crisi fiscale ( pp. 12 3 sgg. ). Oppure all'abbondante documentazione sull'aumento continuo delle «pensioni, delle paghe per orario non lavorativo, dei benefici supplementari di disoccupazione, delle liquidazioni, delle indennità mediche e ambulatoriali» (p. 162). O, ancora, al riconoscimento che «l'assistenza sociale e l'integrazione dei redditi non vanno considerate come espedienti temporanei, ma come dati permanenti dell'economia politica» (p. 191).
Altri rilievi, pur desunti dal contesto dell'economia degli Stati Uniti, potrebbero essere utili a indurre a riconsiderare alcune ritardatarie tendenze imitative che non sembrano avere un reale fondamento. Questo vale per le particolari tecniche di programmazione e di redazione dei bilanci pubblici, seguite negli Stati Uniti, che vengono a volte prospettate come di per sé risolutive di conflitti socio-economici; mentre, in realtà, non possono «mettere in discussione o modificare i rapporti di forza costituiti» (p. 93). «I "grandi obiettivi" - quanta ricchezza, quanta istruzione, quanta assistenza, e quali gruppi della popolazione debbono trarne beneficio - sono questioni politiche, implicanti giudizi di valore. L'analisi di programmazione di bilancio non può certo dare un contributo di grande rilievo alla loro soluzione» (p. 93 ).

[...]

Vi sono, infine, rilievi che non possono essere estesi ad altre economie, e in particolare alla nostra, senza modificazioni profonde. Cosi la distinzione, che pervade l'intera trattazione, tra il settore monopolistico (che appare l'artefice primo di tutte le rilevate disfunzioni) e il settore concorrenziale (sul quale le disfunzioni stesse vengono sostanzialmente a incidere) non sembra riservare considerazione adeguata alle componenti «taglieggiatrici» del comparto «concorrenziale»: quali si manifestano nel settore commerciale al dettaglio, nella intermediazione creditizia e finanziaria, nello stesso settore agricolo, in quanto oggetto di forme perverse di sostegno dei prezzi.

[...]

4. Pur con queste inevitabili qualificazioni e varianti in alcuni aspetti di portata più generale, il volume costituisce una penetrante analisi dello stato militare-assistenziale (warfare-welfare sfate), quale si è venuto formando negli Stati Uniti d'America. «La produttività e la capacità produttiva nel settore monopolistico tendono ad espandersi più rapidamente che non la domanda di lavoro e l'occupazione. Inoltre, l'aumento dei costi del capitale sociale e la loro socializzazione esasperano questa tendenza. Ciò riveste importanza fondamentale per l'analisi sia dello sviluppo del sistema di assistenza sociale moderno, sia dell'espansione economica oltremare e dell'imperialismo. Le spese assistenziali e quelle militari sono determinate dai bisogni del capitale monopolistico. La capacità produttiva eccedente (capitale eccedente) genera pressioni politiche verso un aggressivo espansionismo economico all'estero; e la manodopera eccedente (popolazione eccedente genera pressioni politiche per un potenziamento del sistema assistenziale. In definitiva, i fattori strutturali che determinano le spese militari e quelle per il benessere sono in buona parte gli stessi; i due tipi di spesa possono essere quindi considerati come differenti aspetti dello stesso fenomeno generale» (p. 170).
In queste condizioni, «il bisogno di nuovi programmi per il "benessere", di "guerre alla povertà", di aiuti esteri e di altri palliativi è illimitato: o, per meglio dire, i suoi limiti consistono unicamente nelle restrizioni all'uso della tecnologia moderna e nella diffusione del capitalismo stesso» (p. 196). Da un lato, quindi, «programmi assistenziali di ogni genere che vengono finanziati attingendo al gettito delle imposte pagate dalla classe operaia più agiata del settore monopolistico e del settore statale, per convogliarlo in modo diretto o indiretto verso la popolazione eccedente, nonché verso le agenzie statali, i burocrati, i professionisti ed altri amministratori del sistema assistenziale» (p. 186). Dall'altro, la lotta politica si incentra sul sistema assistenziale, determinando l'affermarsi nelle masse popolari di una nuova consapevolezza dei propri diritti, specialmente il diritto alla sopravvivenza materiale (p. 187).

5. Pur con qualche inevitabile schematismo, la trattazione di O'Connor fornisce, dunque, validi elementi di critica del punto di vista convenzionale, ribadito con notevole clamore anche in opere recenti, secondo il quale «il settore pubblico si svilupperebbe solo a spese del settore privato». In realtà, quello che egli sostiene e documenta e che «la crescita del settore statale è indispensabile all'espansione dell'industria privata, in particolare delle industrie monopolistiche» (p. 13). In altre parole, «l'espansione del settore monopolistico e quella del settore statale formano un processo unico» (p. 34). Conscguentemente, «sebbene nelle economie capitalistiche il potere economico e il potere politico siano formalmente separati, esiste un'intricata rete di relazioni informali tra stato ed economia, tra funzionari governativi e uomini d'affari» (p. 101 ). E infine la povertà e l'assistenza governativa rappresentano aspetti essenziali dello sviluppo capitalistico (p. 191).
Sono considerazioni tutte che, riprendendo un accenno già fatto, dovrebbero contribuire a sprovincializzare il discorso sulle disfunzioni dell'assetto economico-sociale, allorché esso viene riferito al caso italiano. Troppo spesso, qualificando come «assistenziale» o «parassitaria» l'economia italiana; sottolineando la tendenza dei ceti sociali a proporsi livelli di aspirazione» incompatibili con le risorse; collegando gli aspetti patologici del quadro economico con le anomalie di una situazione politica priva di alternanza tra concorrenti forze politiche; finiamo per attribuire al «caso Italia» una singolarità che è, di fatto, inesistente; o che, al massimo, è da intendere come questione di grado e non di sostanza. Per gli stessi motivi, sembra essere giunto il momento, con l'ausilio delle indagini oggi disponibili, di collocare le responsabilità ove esse effettivamente vanno poste. In particolare, sarebbe tempo di passare dalle recriminazioni abusate di aspetti vistosamente patologici (quali il numero elevato di pensionati, degli assistiti e degli invalidi) a un'analisi che non li riconduca acriticamente a un diffuso lassismo, favorito da interessi clientelari. Vi è ben di più. Occorre riferirsi alla struttura stessa del capitalismo maturo, di cu l'espandersi dello «stato assistenziale» non costituisce una deformazione, ma una immagine speculare. Ci sarà molto da guadagnare in chiarezza e progettualità se il pur meritorio lavoro di indagine delle possibili frodi sul piano delle erogazioni assistenziali   non finisca per prevalere oltre il dovuto sul metodico impegno di «mettere in discussione efficacemente l'egemonia ideologica e politica del capitale monopolistico» (p. 291).
                                    

Roma, gennaio 1979


[Prefazione alla ristampa in edizione economica del libro di James O’Connor, La crisi fiscale dello Stato]. 


 
[1] Dalla quarta di copertina del bellissimo libro di Ermanno Rea: «Il 15 aprile 1987, Federico Caffè esce di casa all'alba. Di lui non si saprà più nulla, nonostante le minuziose ricerche di parenti, allievi e amici. Suicidio o ritiro in convento (magari a Serra San Bruno dove si sospettò dovette ritirarsi anche Majorana)? Ma, innanzi tutto: chi era Caffè? Economista «disubbidiente» al lavoro prima presso la Banca d'Italia e poi all'Università di Roma; teorico scontroso e problematico di un Welfare State all'italiana, senza cedimenti a compromessi o clientele; collaboratore scomodo del quotidiano «il manifesto»; «seduttore intellettuale» tutto dedito all'insegnamento e alla formazione dei propri allievi, fu il creatore di un «laboratorio» teorico da cui usciranno uomini come Ezio Tarantelli, ucciso dalle Br, e altri che, pur fra grandi e piccole divergenze, pensavano l'economia non come aggressività di un mercato senza controlli, ma come sistema razionale in grado di garantire anche i più deboli. Ma il 15 aprile 1987 Federico Caffè era soprattutto, o si sentiva, un uomo solo, ormai «pensionato» dall'università e dalla politica che lo avevano considerato per anni un «estremista», un'intelligenza provocatoria che aveva sempre rifiutato i suoi consigli al «Principe». Ermanno Rea ricostruisce il contesto di una vicenda personale avvolta dal mistero, ma anche un brano della storia recente d'Italia in cui l'economia ha provato a pensare un paese diverso e più giusto».

[2] La citazione è tratta dal volume di C. OFFE, Lo Stato nel capitalismo maturo, Etas/Libri, Milano 1977.  Esso fornisce un quadro che riflette concezioni in larga parte vicine a quelle di O’Connor, riferite all'esperienza della Germania occidentale (cfr. p. 114); l'indagine per questionari alla quale si fa riferimento è stata svolta da Free e Cantril, in The Political Beliefs of Americans, New York 1968.