domenica 25 aprile 2010

[Non si aspettarono ordini dall'alto, che non sarebbero mai venuti]


Allocuzione al Presidente della Repubblica [Luigi Einaudi] del cittadino onorario di Cuneo Dante Livio Bianco in occasione della consegna di ricompense al Valor Militare a sette partigiani - 18 settembre 1948.





Signor Presidente,

Non può essere senza ragione, senza significato, che la prima visita del Presidente della Repubblica alla città dei sette, anzi degli otto assedi, sia stata fatta per consegnare ai partigiani le ricompense al valor militare. Questa cerimonia, resa tanto solenne dalla partecipazione del primo cittadino d'Italia, si ricollega così, idealmente, alla grandiosa manifestazione dell'8 giugno dell'anno scorso, quando alla città venne conferita la medaglia d'oro per il ruolo, da essa gloriosamente sostenuto, di roccaforte, di base di operazioni e di capitale del partigianato. Allora, con la decorazione del gonfalone cittadino, attraverso la città e la provincia di Cuneo se ne onoravano i figli, generosi, tenaci, instancabili combattenti per la libertà. Oggi, consegnando queste medaglie, attraverso le persone dei morti e dei vivi che sono stati decorati, Lei, che impersona l'Italia, ha reso omaggio al valore di tutta una terra e di tutta una gente.

Perché, se mai vi fu guerra di popolo, guerra capita o sentita, voluta o condivisa, combattuta o sostenuta da tutti (o da quasi tutti), guerra piena di ragioni e di interessi per i più vari ceti sociali che concordemente vi contribuirono, è la guerra partigiana che per venti duri mesi, ininterrottamente, corse quel «Piemonte del Piemonte» che è la provincia di Cuneo.

Qui, dove la vergogna dell'8 settembre, con i generali in fuga e l'esercito in dissoluzione, ancora non aveva avuto il tempo di consumarsi, e già i volontari, con Duccio Galimberti e Giovanni Barale alla testa, accorrevano alle armi, raccogliendosi in quelle montagne da cui il nostro partigianato doveva trarre la sua ispirazione, la sua forza, il suo stile.

Qui, dove non si aspettarono ordini dall'alto, che non sarebbero mai venuti, dove ogni uomo, a un certo punto, senza regolamenti militari, senza costrizioni d'autorità, senza messaggi ufficiali, si trovò di fronte unicamente alla propria coscienza o al proprio istinto: e scelse la sua strada, e la prese, e la percorse sino in fondo.

Qui, dove le «teste quadre» solitamente sono la regola, e le «teste calde», se pur ve ne sono, l'eccezione: eppure, nella svolta risolutiva dell'8 settembre, le «teste quadre» seppero essere anche «calde», e lanciarsi con impeto in una guerra che esigeva anche, e in sommo grado, entusiasmo e fantasia.

Crollava lo Stato, e l'ombra della distruzione e dello smarrimento si stendeva dappertutto: ed ecco i figli di Cuneo ripiegarsi, rinchiudersi in sé, e , con impegno profondo, con la più salda tenacia, trovare in se stessi, nelle loro memorie e nelle loro tradizioni, nelle loro virtù e nei loro ideali, nella storia e nel paesaggio della loro terra, la forza del cuore e dell'ingegno che fece di essi gli artefici della più bella resistenza, cioè un esercito combattente e una repubblica in movimento.

Signor Presidente, Lei che tanto bene conosce la storia del Piemonte, ricorderà la fiera risposta data da Vittorio Amedeo II agli emissari di Luigi XIV i quali gli spiegavano come le condizioni del suo esercito gli togliessero ogni possibilità di resistere alle potenti armate d'oltralpe: «Batterò col piede la terra, e ne usciran soldati d'ogni banda». Ebbene, l'8 settembre, e in seguito, a Cuneo e intorno a Cuneo avvenne proprio così: i soldati, cioè i partigiani uscivano da ogni parte, perché qualcuno aveva battuto col piede la terra; ma non era stato un sovrano, re o principe che fosse, bensì una forza più alta e maestosa, quella che si chiama la coscienza civile, la vocazione nazionale, il senso dei valori supremi, quella essenziale virtù insomma, che, magari sotterranea ed invisibile per lungo volgere di anni, erompe nei momenti decisivi, e spinge un popolo a non mancare nell'ora del dovere storico.

E nessuno meglio di Lei, Signor Presidente, può penetrare e comprendere l'anima ed il carattere di questa resistenza cuneese, di cui oggi sono stati decorati alcuni fra i mille e mille campioni: l'anima ed il carattere, cioè di una guerra che non fu solo un cumulo di episodi militari, ma qualcosa di organico, di intimamente legato al genio ed all'indole della popolazione, alla stessa composizione della società, e direi persino ai luoghi ed alle cose; l'anima ed il carattere di una lotta dove si trovarono uniti il valligiano della montagna e il contadino della pianura, il prete di campagna, l'operaio della fabbrica, l'artigiano, il professionista; lo studente, il commerciante della città, e l'ufficiale disgustato del vecchio esercito; d'un moto solidale in cui il concorso, il valore, il sacrificio di ogn'uno si illumina del concorso, del valore del sacrificio di tutti.

Proprio questa è la ragione della imponenza e della diffusione del partigianato nella nostra provincia. In altre regioni esso poté svilupparsi più in una parte e altrove meno, poterono esserci delle aree neutre, degli spazi bianchi: qui invece non un palmo di terreno ne fu immune perché dappertutto batteva l'onda della guerra, sospingendo o richiamando le forze combattenti.

Eppure, nonostante tutte le sue peculiarità locali, nonostante tanti e così intimi vincoli con la provincia, il partigianato cuneese non ebbe assolutamente nulla di provinciale. E come un secolo prima il Piemonte aveva portato nella vita italiana una nota rigorosa di modernità, un accento nuovo europeo, così adesso la provincia di Cuneo prima e più di ogni altra si apriva ai motivi internazionali della lotta antifascista, al sentimento di una solidarietà europea, di una fratellanza fra i popoli superiore a ogni angustia nazionalistica: si apriva alla idea che non si combatteva per i confini o per puro onore patriottico, ma per i più alti valori umani e civili, per il bene supremo della libertà e per la generosa ragione della giustizia.

E perciò mi sia consentito rilevare che quella amicizia italo-francese di cui tanto oggi si parla, prima ancora che attraverso i rapporti fra diplomatici o le trattative fra governanti fu ritrovata e ristabilita proprio sulle montagne di Cuneo, coi memorabili accordi promossi nella primavera del 1944 da un figlio di Cuneo, Duccio Galimberti: e fu suggellata solennemente col sangue sparso dai partigiani di qua e di la delle Alpi: col sangue dei partigiani italiani caduti in Francia, come Arrigo Guerci e Giuseppe Scagliosi, che oggi sono stati decorati e che morirono combattendo in Val Tinea e in Val Vesubia; col sangue dei partigiani francesi caduti in Italia come il prode Lulù del cui nome ancora risuonano e sempre risuoneranno le langhe che lo videro combattere e morire.

Questo, nei suoi tratti essenziali, il volto del partigianato cuneese: volto schietto, nobile, forte, immagine vera di quella Italia per la quale abbiamo combattuto: una Italia moderna, pulita, seria, fatta di uomini liberi, nemici della retorica e capaci di ideali.

E se anche l'Italia di oggi non è quella che abbiamo sognato e per la quale sono morti i migliori fra noi; se i partigiani mutilati o invalidi e le famiglie dei caduti ancora attendono la liquidazione delle loro pensioni; se è possibile che pubblicamente ed indisturbatamente siano qualificati volgari assassini i membri di quel Comando Regionale Piemontese che ha avuto nel nostro Duccio Galimberti un animatore ed un esponente esemplare; se in troppe occasioni i reggitori del nostro paese dimenticano quel che persino nel trattato di pace ci è stato riconosciuto dagli stranieri, ossia l'apporto preminente e decisivo della Resistenza per la riabilitazione dell'Italia dopo l'infame ventennio fascista; se, dunque, tutte queste cose, e tante altre simili possono riempire l'animo di sdegno, di amarezza e di delusione, tuttavia i partigiani cuneesi non depongono la fede, e fanno loro il sostanzioso motto dello stemma cittadino: FERENDO!

Infatti la terra di Cuneo è terra di fedeltà: ed è una fedeltà che perdura saldissima, come fedeltà a quegli ideali di libertà e di democrazia che ci hanno guidato nella lotta, come fedeltà a quello che Francesco Ruffini, con anima forse presaga, chiamava bellamente «impeto di liberazione».

Anche Lei, Signor Presidente, è legato a questi ideali, a questa lotta, a questo impeto di liberazione: e non solo per il suo antico antifascismo di cui è stato maestro a tanti fra noi sin dal tempo della scuola, ma anche e soprattutto perché Lei è il capo di quella Repubblica per la quale tutti i partigiani, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente hanno combattuto. La Repubblica è uscita dal travaglio della guerra partigiana e dalla gloria della vittoria partigiana di cui la provincia di Cuneo fu splendida protagonista ed artefice: perciò è giusto Signor Presidente, che la suprema dignità della Sua carica e la Sua viva coscienza di figlio genuino della terra cuneese si siano insieme congiunte nel momento di consegnare queste medaglie.

E se, come Lei ci ha tante volte insegnato, la memoria dei morti e il senso delle tradizioni devono essere lievito di vita e stimolo di fervore operoso, questa cerimonia deve significare, sopra ogni altra cosa, la riaffermazione di una continuità ideale per cui le battaglie, le glorie e i sacrifici di ieri formano l'immancabile premessa e la sicura garanzia delle speranze di un domani migliore.

Questo è il sentimento, il voto, l'impegno di Cuneo partigiana!
Dante Livio Bianco (Cannes 1909-Cima St. Robert, Valle Gesso, Cuneo, 1953), Guerra partigiana. Raccolta di scritti, a cura di Giorgio Agosti e Franco Venturi, Einaudi, Torino 1954, pp. 441-445.

sabato 24 aprile 2010

Pretoriani e/o collaborazionisti del sindaco Romeo?





Comunicato inviato alla stampa

La maggioranza di centro-destra che si serve del Comune di Limbiate come se fosse “cosa sua”, al momento di mettere ai voti l’approvazione del Bilancio di previsione 2010 nel Consiglio Comunale del 9 aprile u.s., non ha voluto derogare alla protervia con la quale viola norme e leggi ogniqualvolta se ne presenti l’occasione, né esimersi dal mostrare il disprezzo che sempre mostra verso il Consiglio, che convoca per chiedergli l’approvazione di provvedimenti di grande importanza (come, per esempio, i Programmi Integrati d’Intervento, i Piani di Lottizzazione, il Bilancio di previsione e quello Consuntivo), ma sistematicamente ne informa i gruppi consiliari con documentazioni, spesso incomplete, messe a disposizione con un anticipo di pochissimi giorni (a volte solo due!). Questa volta il sindaco Romeo, l’assessore al Bilancio Vicentini, il segretario Cambria e il ragioniere comunale Cogliati si sono spinti fino al punto di inserire negli allegati da far approvare con il bilancio una delibera della Giunta Comunale, ufficialmente approvata il 7 ed esposta all’albo pretorio l’8 aprile 2010, e di tentare di farla approvare senza farne esplicita menzione agli ignari consiglieri. Questa delibera, sotto l’aspetto di “correzioni delle intestazioni catastali” di alcuni terreni, conteneva in realtà una nuova approvazione (e una proroga fino al 2012) del “Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari”, già approvato con il Bilancio di previsione 2009 (con validità fino al 2011), ma ancora sulla base della norma di legge, dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, che a suo tempo ne aveva determinato il valore di variante automatica al Piano Regolatore Generale non soggetta alle “verifiche di conformità agli eventuali atti di pianificazione sovraordinata di competenza delle province e delle regioni”.

La menzione della presenza della delibera in questione fra gli allegati al Bilancio di previsione 2010 che stavano per votare, è stata fatta ai consiglieri solo dopo che alcuni di questi, della minoranza, avvisati da uno dei sottoscritti, cittadino non consigliere comunale, hanno chiesto che fosse dichiarato su quali specifici provvedimenti li si stava chiamando al voto. La maggioranza (o meglio il ragioniere comunale Cogliati) ha tentato di presentare il contenuto della delibera come una semplice correzione di alcune intestazioni catastali errate! Quasi tutti i gruppi di minoranza, allora, oltre che protestare per questo oltraggio alle loro funzioni istituzionali, hanno chiesto che il voto sul bilancio fosse rinviato di alcuni giorni, per avere il tempo di prendere adeguata visione del contenuto della delibera e dei suoi allegati. Ma la maggioranza, guidata, si badi, dal ragioniere comunale e non dal sindaco!, ha imposto, invece, di considerare “stralciata” la delibera senza una votazione su questo “stralcio” (semplicemente con la dichiarazione fatta fuori microfono dal ragioniere comunale!) e di mettere ai voti il bilancio. Ma, prima che ciò fosse fatto, il PD, Sinistra Riformista, Rifondazione Comunista e l’Italia dei Valori hanno abbandonato l’aula consiliare in segno di protesta.

Con questo ennesimo abuso la giunta di centro-destra ha voluto consegnare alla cittadinanza un bilancio illegittimo, poiché ne è parte integrante e fondamentale un atto che, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 340/2009, è stato approvato con una procedura costituzionalmente illegittima. Su questo atto, il “Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari”, è basato circa il 23% delle entrate previste per il 2010, che dovrebbero provenire da alienazioni di terreni le cui nuove destinazioni urbanistiche “automatiche” sono illegittime. Il massimo organo deliberativo del Comune non poteva subire un oltraggio peggiore: ciò che un terzo del Consiglio Comunale aveva chiesto non era altro che un rinvio di alcuni giorni per avere modo di leggere dei documenti che la giunta aveva tentato di far votare di nascosto. E nemmeno in questa circostanza, i consiglieri della maggioranza, sempre proni ai voleri del sindaco Romeo, hanno saputo trovare la dignità sufficiente per non farsi imporre almeno questa, fra le tante umiliazioni delle funzioni della rappresentanza che il loro capo impone anche a loro, oltre che alla minoranza..

Ma non si può tacere che anche il comportamento di alcuni fra i consiglieri della minoranza non è stato certo dei più cristallini. La sera del 9 aprile, infatti, il consigliere Terragni, della Sinistra Riformista, che fuori dal Consiglio sembrava manifestasse l’opposizione più decisa al tentativo truffaldino della giunta, nell’aula è rimasto in religioso silenzio, poiché non ha avuto il coraggio di dire alcunché che potesse risultare sgradito al ragioniere comunale Cogliati. (Terragni aveva già collaborato con Cogliati nella diffusione delle frottole sui presunti “mancati trasferimenti” dei contributi dello Stato, che sarebbero la causa delle difficoltà di bilancio, mentre in realtà i dati pubblicati dal Ministero dell’Interno dimostrano che lo Stato trasferisce con regolarità i suoi contributi al Comune). Binacchi di Rifondazione Comunista, come fa sempre, ha seguito pedissequamente l’esempio di Terragni. Ma costoro hanno fatto ancor peggio nei giorni successivi, insieme al consigliere del PD Archetti, che della questione (per sua stessa ammissione) non aveva capito granché!

Era chiaro che l’unica azione per obbligare il centro-destra ad affrontare una discussione su un provvedimento manifestamente illegittimo, era quella della richiesta della convocazione del Consiglio Comunale firmata, a norma dello Statuto comunale, da almeno un quinto dei consiglieri (la minoranza è composta da 11 consiglieri). Ma già il 10 aprile il coordinatore del PD, Archetti, sul blog del suo partito, ha presentato la protesta dell’opposizione come se fosse guidata da lui; poi ha inviato alla stampa un comunicato con le firme di gruppi d’opposizione che ne erano all’oscuro. Alcune proteste hanno convinto il coordinatore del PD a ritirare il comunicato (che infatti non è stato pubblicato sulla stampa) [v. A difesa della nostra autonomia politica], ma non sono servite a convincerlo che per proseguire la protesta, le proposte che aveva inserito nel comunicato erano del tutto inconsistenti, mera produzione di aria fritta.

In realtà si trattava di un tentativo (poi riuscito) di impedire che fosse sottoscritta da almeno un quinto dei consiglieri la richiesta di convocazione del Consiglio Comunale. Infatti, questa proposta, che era del tutto coerente con quanto era stato chiesto (e non ottenuto) nell’aula consiliare il 9 aprile, non è stata sottoscritta da Terragni (Sinistra Riformista) e da Binacchi (Rifondazione Comunista), che dapprima si sono limitati a manifestare una certa ritrosia, ma poi, dopo alcuni giorni di tira e molla, l’hanno apertamente rifiuta, preferendo accodarsi alle proposte inconsistenti di Archetti: scrivere al Prefetto (che se pure rispondesse, chissà quando lo farebbe) e andare a parlare con il Collegio dei revisori dei conti, che ha già firmato e fornito al sindaco Romeo (dal quale è stato scelto e nominato a suon di profumate indennità) la relazione, allegata al Bilancio di previsione 2010, che ne certificherebbe la legittimità! Insabbiamento più manifesto non potrebbe esservi: da un lato la proposta di discutere in pubblico, nel massimo organo deliberativo del Comune, un’illegittimità evidente con la quale la giunta tenta di coprire una gestione del bilancio che di anno in anno diventa sempre più disastrosa; dall’altro discorsi giustificativi e/o scaricabarile fra poche persone nelle segrete stanze.

La semplice richiesta di chiarimenti su ciò che si stava per votare aveva messo in grave difficoltà (come tutti hanno percepito, e riconosciuto, compresi alcuni esponenti della maggioranza di centro-destra) sia Cogliati, sia Romeo. Il sabotaggio della convocazione del Consiglio Comunale ha ridato a costoro tranquillità (ma è probabile che non duri molto). Poiché non si tratta solo di mancanza di intelligenza politica, sorge spontanea la domanda: Terragni, Binacchi, Archetti, sono pretoriani del sindaco Romeo, o collaborazionisti, o entrambe le cose?

Limbiate, 23 aprile 2010

Michelangelo Campisi, capogruppo Italia dei Valori (idvlimbiate)
Salvatore Ricciardi, organizer Gruppo Amici di Beppe Grillo di Limbiate



[Aggiunta dell’11 luglio 2012: il comunicato che precede è stato pensato e scritto interamente da me,  Salvatore Ricciardi, e del tutto mie sono state sia l’idea dell’iniziativa politica sulla questione del piano delle alienazioni dei beni demaniali e delle cifre fittizie inserite nei bilanci comunali (preventivo e consuntivo), sia la proposta dei modi in cui svolgerla dentro e fuori del Consiglio Comunale; l’una e l’altra inizialmente erano state entusiasticamente accettate da Archetti, Campisi, Terragni & C. I contenuti dell’iniziativa e i vari momenti in cui si è svolta, con le giravolte e i voltafaccia di alcuni, nel Consiglio e fuori, si possono ricostruire leggendo i seguenti articoli:


Alla fine, restai solo a sostenere l'idea di ricorrere alla magistratura, e naturalmente non mi fu possibile farlo da solo. Questa precisazione viene fatta esclusivamente per ristabilire la verità e  ridimensionare le disinvolte  autorappresentazioni odierne degli Archetti e dei Campisi].




martedì 20 aprile 2010

Grane con la giustizia per il geometra “che mette a posto le cose” (anche negli ”scomputi" degli OO.UU. di un P.I.I.!)




Il geometra Ivan Cadei, Responsabile Lavori Pubblici e Patrimonio Immobiliare del Comune di Limbiate con 49.005,55 euro di stipendio lordo annuo, nei giorni scorsi appariva più rubizzo del solito, e forse ne aveva ben donde: la banda di procacciatori d’affari che spadroneggia nel Comune di Limbiate aveva messo in moto il meccanismo per mantenere la promessa, fattagli a suo tempo, di usare i nostri soldi per sostenerlo nei guai giudiziari nei quali si fosse ficcato mettendosi al suo servizio. A tal fine lo aveva spedito, innanzitutto, a raccontare “spontaneamente” alla Polizia Locale di essere “interessato [cioè indagato? rinviato a giudizio?] in un procedimento in qualità di Responsabile Unico del Procedimento dei lavori per l’esecuzione di interventi a scomputo oneri di urbanizzazione del Programma d’intervento in località di via Verdi”. Subito dopo, dotato di questo attestato di nobiltà il rubizzo geometra si è recato nell’ufficio dell’avvocato Micaela, che ha immediatamente preparato la bozza di una delibera, poi votata dalla Giunta Comunale (n. 76 del 14/4/2010, click qui) con la quale le spese legali della difesa del geometra “che mette a posto le cose” le paghiamo noi.

L’avvocato Micaela avrà creduto di riuscire a nascondere chissà che cosa, con i termini anodini infilati nella delibera: “è interessato in un procedimento in qualità di R.U.P., ecc.” E, in effetti, dalla delibera non si può capire di che cosa esattamente si tratti, né quali sono i fatti e le responsabilità specifiche delle quali il funzionario pubblico sarebbe chiamato a rispondere. Ma per garantire al rubizzo geometra una difesa a spese nostre (poiché siamo noi che paghiamo la polizza assicurativa per la tutela legale) l’avvocato Micaela ha dovuto preparare, comunque, una delibera e, scrivendola, ahimè, non poteva omettere il nome dell’”interessato” e uno straccio di motivazione. Per l’avvocato Micaela questa è già una concessione troppo generosa, e quindi per il resto termini anodini - e vediamo se riusciamo a non spiegare un fico secco di quello che realmente interessa i cittadini che pagano! Non si capisce, poiché non lo si spiega, se il geometra rubizzo sarebbe “interessato” da un procedimento penale, oppure per danni erariali e quali sarebbero, quindi, le ipotesi di reato/i formulate a suo carico. E dunque, noi paghiamo la difesa di un funzionario pubblico, ma non abbiamo diritto di sapere quali sono gli addebiti che un Pubblico Ministero intenderebbe rivolgergli!

Nella delibera, tuttavia, secondo lo stile della giunta (vi ricordate la delibera per non costituirsi parte civile contro Galimberti, il padrone di Euronics? [v. Rinviato a giudizio per reati ambientali e falsità ideologica in atto pubblico...], vi è già un giudizio assolutorio: il geometra “che mette a posto le cose” è incolpato (sembrerebbe) di “fatti direttamente connessi all’espletamento del servizio e all’adempimento dei compiti d’ufficio”, e quindi il Comune sicuramente deve “assumere, ai sensi dell’art. 28 CCNL 14/09/2000, l’onere della difesa a valere sulla copertura assicurativa, ecc.” Non si sa se la giunta abbia preso visione almeno dell’informazione di garanzia, o se abbia preso per oro colato quanto il geometra Cadei ha dichiarato “spontaneamente”, certo è che già in questa fase la giunta non sembra aver alcun dubbio che gli addebiti che vengono mossi al geometra siano da circoscrivere nell’ambito degli "adempimenti dei compiti d’ufficio”, e non siano minimamente configurabili come responsabilità esclusivamente personali. Ma forse, si tratta di responsabilità che non possono essere esclusivamente personali… ma nel senso che sarebbero condivise con altri. Infatti, fra le cose che l’avvocato Micaela non è riuscita a non dire, vi è che si tratta di “esecuzione di interventi a scomputo oneri”, e ciò non può che far intuire, o meglio far sospettare, che probabilmente il rubizzo geometra non sarebbe l’unico responsabile. Gli “interventi a scomputo oneri”, infatti, non li decide e non li concorda il solo Responsabile Lavori Pubblici e Patrimonio Immobiliare del Comune di Limbiate, ma, prima di lui, vi sono coinvolti diversi altri funzionari e tutta la giunta. E per quanto riguarda l’esecuzione delle opere, nessuna frode è possibile se il controllo del Responsabile Lavori Pubblici e Patrimonio Immobiliare è effettivo.

In realtà, basterebbe questa sola ragione, il sospetto che viene comunque insinuato dalle stesse poche cose che non si possono non dire, per spingere altri, provvisto di una coscienza diversa da quella dell’avvocato Micaela e di chi le elargisce ogni anno 68.471,13 euro prendendoli dalle nostre tasche, a spiegarci nei termini essenziali di che cosa esattamente è chiamato a rispondere un nostro funzionario. Ma, parafrasando don Abbondio, una certa coscienza, se una non ce l’ha, non se la può dare…

Ripetiamo: noi paghiamo le spese perché un rubizzo geometra nostro dipendente si difenda in un procedimento penale senza sborsare un ghello di tasca sua, ma chi prende questa decisione non ci permette di sapere perché costui deve difendersi dagli addebiti che gli sono mossi a proposito di “fatti direttamente connessi all’espletamento del servizio e all’adempimento dei compiti d’ufficio”! Ma di quali fatti precisamente si tratta? Nell’“esecuzione di interventi a scomputo oneri”, che cosa avrebbe combinato il rubizzo geometra per essere “interessato” da un procedimento penale? Chi lo avrebbe accusato? Quando? Gli sarebbero addebitati danni a soggetti privati e/o a soggetti pubblici? Al Comune di Limbiate? Di quale natura? Di quale entità? Sarebbe accusato di aver procurato lucro a sé stesso e/o ad altri? Avrebbe agito da solo o in concorso con altri?

Il rubizzo geometra ha goduto fino ad oggi, sia dentro che fuori del panopticon benthamiano che funge da municipio, della larga fama di essere uno “che mette a posto le cose” - e addirittura anche i dirigenti politici del Comune! È una fama alimentata dallo stesso geometra, che più volte si è dato da fare per infinocchiare, riuscendovi, consiglieri comunali ignorantelli e fessacchiotti che in quella convenzione, in quel progetto, in quel calcolo c’erano alcune cose fuori posto, ma lui – anche alzando la voce, neh? – aveva “messo a posto le cose”! Ma chissà come le avrà messe a posto nel Programma Integrato d’Intervento di Via Verdi, se ora ha la necessità di farsi pagare un avvocato difensore con i nostri soldi! Poiché l’avvocato Micaela e chi paga anche lei con i nostri soldi non si sono degnati di spiegarci un bel nulla, proviamo a formulare da soli qualche ipotesi su cosa potrebbe aver combinato il geometra “che mette a posto le cose”.

Con il modo perverso (poiché adattissimo a sottrarre denaro dalla cassa pubblica) dello “scomputo” del valore di opere pubbliche (realizzate, spesso, senza alcun reale bisogno) dagli oneri di urbanizzazione, negli affari edilizi sono possibili vari giochetti che permettono a vari soggetti di lucrare ulteriormente. Il meccanismo in se stesso, in realtà, non sarebbe affatto perverso, ma solo a condizione che vi fosse un controllo effettivo da parte di funzionari integerrimi, prima su quanto viene scritto nei progetti e concordato con le convenzioni attuative, e poi su quanto e su come viene effettivamente realizzato. Nel P.I.I. di Via Verdi il geometra Cadei era Responsabile Unico del Procedimento, e quindi quali giochetti avrà avallato per trovarsi ora nella condizione di doversi difendere a spese nostre dagli addebiti di un pubblico ministero? Avrà avallato un computo metrico estimativo dei materiali per le opere da scomputare, che poi si è rivelato gonfiato rispetto alle opere realizzate? Avrà avallato il conteggio di opere non realizzate? Avrà avallato che nelle opere da scomputare fossero inclusi anche lavori di demolizione di strutture private? Avrà avallato che le opere realizzate fossero conteggiate per un valore doppio dei costi reali di esecuzione? Avrà avallato lo scomputo di opere esclusivamente di urbanizzazione primaria dagli oneri di urbanizzazione secondaria? Avrà avallato lo scomputo di opere di urbanizzazione primaria e/o secondaria dal contributo sul costo di costruzione? Avrà avallato che le opere da scomputare fossero realizzate senza alcuna gara d’appalto? Avrà omesso di verificare la veridicità delle fideiussioni presentate? Insomma: quali cose avrebbe “messo a posto” questo geometra, e in che modo, e con chi?


Questi gli interrogativi che, dopo aver letto la delibera opaca e fumogena stesa dall’avvocato Micaela (e votata dalla banda di procacciatori d’affari guidata da Antonio Romeo), si pongono i cittadini che pagano la difesa al geometra Cadei, funzionario pubblico che ha prestato un giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica. La petizione è del tutto retorica, ma gli uni e l’altro avrebbero il dovere di precisare con un comunicato circostanziato la reale natura degli addebiti mossi al Responsabile Lavori Pubblici e Patrimonio Immobiliare del Comune di Limbiate. E dovrebbero precisare anche il nome del magistrato che conduce le indagini, poiché sulla prassi degli scomputi degli oneri di urbanizzazione nel Comune di Limbiate, gli si potrebbero fornire molte altre notizie che potrebbero essergli utili per contestualizzare meglio sia la prassi amministrativa del Responsabile Lavori Pubblici e Patrimonio Immobiliare del Comune di Limbiate, sia quella dei molti altri soggetti che potrebbero/dovrebbero essere “responsabili” a vario e forse maggior titolo.

lunedì 5 aprile 2010

Quelli che amano le fidanzate non si fanno adescare dalle zoccole



Di Pietro ha fatto una battuta sui "grillini" che hanno corso in Piemonte:

"una sconfitta del centrosinistra non può essere imputata agli amici di Beppe Grillo perché loro rappresentano il fronte della protesta pura. Noi cercheremo di coinvolgere anche loro nel buon governo. Io sento molto - ha concluso Di Pietro - la responsabilità della costruzione di una coalizione per il governo del paese assumendo il ruolo di coprotagonista insieme al Pd". "Si tratta di un partito di protesta -afferma il leader Idv - che io rispetto e non criminalizzo, il mio compito è recuperare quella protesta".

(Antonio Di Pietro a Sky.it, 29 marzo, 2010)


Antonio Di Pietro ha detto che cercherà di coinvolgervi nel suo progetto di buon governo.

Il progetto di Di Pietro, glielo abbiamo fatto noi. Lui è nato dalla Rete seguendo quello che scrivevamo noi sul blog. Prima della Rete aveva metà dei voti, poi ha viaggiato sulle nostre idee. Almeno questo ce lo deve. La Rete ha mandato sia Sonia Alfano che Luigi De Magistris in Europa (eletti da indipendenti nelle liste IDV, ndr). Come fa Di Pietro a dire che lui adesso ha un piano di governo e noi no? Lui è una persona perbene, ma noi non abbiamo niente da condividere con un progetto politico come il suo, dall’alto. Perché il nostro parte dal basso.

(Beppe Grillo, intervista a Sky.it, 30 marzo, 2010)


Luigi de Magistris è stato eletto con i voti dell'Italia dei Valori e del blog. L'obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione. Fare luce sui capitali mafiosi in Europa e sui finanziamenti europei in Italia. Attraverso la Rete, ogni giorno. Un lavoro che fatto a tempo pieno non consentirebbe neppure di vedere la famiglia. E' stato eletto come indipendente e poi ha preso la tessera IDV. Parla a nome del MoVimento 5 Stelle senza averne l'autorità. Il popolo viola (chi è?) con le manifestazioni sovvenzionate dai partiti è per lui un punto di rifermento.
De Magistris il 26 marzo scorso ha pure preso la tessera, finalmente. Si è iscritto a Napoli. Ma quando si parla di Grillo e dei grillini, risponde ben diversamente dal leader dell'Idv.
Dice, infatti: «Noi dobbiamo essere il ponte di collegamento con il movimento di Grillo e non solo. Dobbiamo essere il perno di congiunzione con tutti i movimenti. Il popolo viola. Il popolo che era alla meravigliosa manifestazione del 5 dicembre scorso. Chi non è andato a votare. Dobbiamo dialogare con tutti loro. E io ho intenzione di fare passi politici e concreti, tutti in questo senso»". I passi, se li faccia da solo.

Il Blog di Beppe Grillo, 1 aprile 2010



“Loro dell’IDV” di Limbiate sembra che abbiano aggiustato il tiro: i voti del Movimento 5 Stelle non sono più voti “loro” ma, almeno in parte, sono voti condominiali [v. Noi amiamo Bebbe (sic) Grillo; controllare ciò che fa il computer, please; ndr]. Quanti sarebbero i loro millesimi, non lo dicono. In un post che sembra essere una risposta al mio I voti sono come le fidanzate..., tralasciano di mostrarsi offesi per quanto ho detto di loro, precisano che non accusano Beppe Grillo di aver rubato voti al centro-sinistra (mai attribuito a “loro dell’IDV” di Limbiate di farci questa accusa) e non si rammaricano per lo straordinario successo ecc., ma, suvvia, i voti dati alle cinque stelle non è che valgano un granché: sono solo voti di protesta, sarebbe meglio se fossero dati a “loro dell’IDV”. “Loro” dicono che auspicano che anche a Limbiate il Movimento nasca presto, perché vorrebbero interloquire, e titum e titera, e, a piene mani, foto e video con Grillo e Di Pietro; però preferirebbero un travaso, tanto che per facilitarlo sarebbero disposti ad aprire le loro liste “a chiunque, in forma indipendente e senza vincoli di partito, ci chieda di potersi candidare al consiglio comunale, per portare nelle istituzioni locali i valori del movimento di Grillo”.

Chissà chi sarebbe effettivamente compreso in quel "chiunque", chissà se vi rientrerebbe anche uno come me, che “denota un evidente comportamento isterico compulsivo”…? Per quanto mi riguarda, confesso che propenderei piuttosto per l’abulia e forse addirittura per la più nera depressione, constatando che anche nel momento in cui vorrebbe mostrare intelligenza politica e grande senso tattico, qualcuno non può fare a meno di conformare a sé il mondo e di credere che anche il Movimento 5 Stelle abbia dei “valori” da portare di qua e di là, e non dei progetti precisi che si potrebbero attuare subito, fra i quali vi è anche quello di cacciare dalle istituzioni quelli che (stando al governo o all’opposizione, non importa) le occupano da troppi anni…

Mah… È noto che io non ho alcuna intelligenza politica e nessun senso tattico, né grande né piccolo; e quindi, per quanto mi riguarda, ribadisco quello che da sempre dico sull’IDV di Limbiate:

1) l’IDV di Limbiate è solo l’agenzia locale in franchising di un marchio che circa un anno fa era in espansione sul mercato politico. In questa agenzia hanno trovato il loro naturale collocamento:

a) semianalfabeti che si erano illusi di essere qualcuno nel centro-destra; richiamati brutalmente al rispetto delle funzioni assegnate alle loro reali dimensioni (rappresentare il nulla), hanno trovato nell’IDV una sigla che, pur di rendersi visibile, era disposta ad accogliere chiunque già disponesse di una qualunque visibilità;

b) miseri arrivisti che come tali erano stati segati nel PD; abbandonato questo partito in piena campagna elettorale per le provinciali del 2009, hanno indossato la casacca nuova dell’IDV, ma hanno continuato a giocare alla vecchia maniera;

2) ovviamente, un personale politico con le caratteristiche descritte in a) e in b), pur avendo anni e anni di anzianità nel consiglio comunale, è del tutto ignorante di qualsiasi procedura amministrativa;

3) la conseguenza ferreamente determinata è che la capacità di queste persone di (e soprattutto il loro interesse a) difendere l’ambiente dall’aggressione, per esempio, della speculazione edilizia, è zero;

4) infatti, il centro-destra può tranquillamente reiterare interventi edilizi i quali, oltre che distruggere l’ambiente, nascondono (ma solo a chi non vuol vedere) autentiche truffe, anche per svariati milioni di euro, ai danni della cassa pubblica;

5) queste truffe, regolarmente organizzate con la collaborazione e/o la connivenza del PD, regolarmente passano sotto il naso dei consiglieri del partito del più famoso Pubblico Ministero di Mani Pulite, senza che se ne accorgano (quindi, semianalfabetismo non solo funzionale, ma anche politico);

6) quando finalmente si accorgono di qualcosa, costoro dimostrano di essere pusillanimi: messi sull’avviso dai discorsi di qualche cittadino, che gli arrivano per interposta persona, magari fanno un po’ di scena nel consiglio comunale sfruttando in modo maldestro qualche brandello di questi discorsi, ma si guardano bene dall’agire di conseguenza denunciando all’autorità giudiziaria ciò che dovrebbe essere denunciato;

7) dopo l’exploit delle elezioni provinciali del 2009, tutta questa gente, poiché certe abitudini contratte nei partiti di provenienza non si perdono facilmente, ha offerto di sé l'ennesimo desolante spettacolo di mostrarsi impegnata soprattutto a scannarsi vicendevolmente su chi dovrebbe essere il candidato sindaco dell’IDV e su chi sarebbe il legittimo portavoce del “partito”; intanto tutte le occasioni per far saltare il banco tenuto dal PDL e dal PDmenoelle, sono state mancate.

E quindi, la differenza dei capataces dell’IDV di Limbiate dal Movimento 5 Stelle non potrebbe essere più radicale. Chi si colloca nel Movimento (che è un movimento e non una sigla partitica, e non è “il movimento di Grillo": Beppe è uno) ha un altro modo di concepire la politica, e soprattutto di farla. Dice bene Beppe: per noi la politica si fa dal basso, e, aggiungo io, discende da tutta un’antropologia che è l’opposto del modo di pensare e di vivere la politica tipico dei personaggi di cui sopra. Naturalmente qualsiasi antropologia, qualsiasi modo di pensare e di agire, non sono determinati da un’impronta genetica: sono bensì il risultato di evoluzioni storiche spesso molto dolorose, e tutti, anche i partiti, potrebbero (teoricamente) cambiare radicalmente la loro vita e i loro pensieri. In certi casi, però, sembra davvero impossibile. Per esempio, quando si ammette che nella società c’è del nuovo solo dopo che le elezioni lo hanno mostrato, significa che non si è attrezzati per notare il cambiamento mentre si sta svolgendo, significa anzi che non si ha nemmeno la coscienza della necessità del cambiamento.

Qui a Limbiate, per esempio, per l’imbecillità e per l’invidia politica di alcuni minuscoli politicanti [v. L’invidia è peggiore dell’odio. Piccola scelta di passi di Max Horkheimer sull’educazione politica], negli ultimi due anni e mezzo sono state allegramente buttate al vento tutte le occasioni per provocare un cambiamento (questa è l’azione politica), che invero vi è stato, ma solo come consolidamento della forza del centro destra: vedi i risultati di una settimana fa, che non vi sarebbero stati se i politicanti di cui sopra avessero accettato di impostare un’azione coordinata e continuativa per cercare di distruggere la credibilità delle cose fatte da coloro che, per l’appunto con le cose che fanno, sono in grado di indirizzare a loro favore lo spirito pubblico. Altro che recitare stucchevolmente: “Non avete fatto questo, non avete fatto quest’altro…”!

Decidersi ad ammettere che il nuovo esiste, e già pretendere di dargli la forma più consona alle proprie aspirazioni elettorali, quando ormai manca solo un anno alle elezioni comunali, non sembra esattamente un’iniziativa politica, seppure tardiva. Sembra piuttosto un tentativo di adescamento. E allora, finché l’IDV di Limbiate si tiene in casa delle zoccole politiche come Campisi, Cannarozzo e Laverde, non credo proprio che sia possibile "interloquire".


domenica 4 aprile 2010

Sandro Archetti, discepolo vigliacco di Frate Antonino da Scasazza e consigliere comunale del PD connivente con la “mafia reale” di Limbiate



Sandro Archetti ha pubblicato un’altra prosa che sicuramente merita di essere antologizzata con il resto della sua produzione à la manière de Frate Antonino da Scasazza (e anche dell’Assessore allo Sporto). La prosa è breve, ma aurea (naturalmente, il significato di questa parola è quella dell’aggettivo usato dalle persone normali, e non quello del sostantivo inventato da Archetti, al posto di “aura”). Con questa operina [Per Romeo la Legge è carta straccia], Sandro Archetti supera non solo i suoi modelli, ma anche se stesso, poiché anche in una dozzina di righe riesce ad omettere il più labile filo logico - e anche qualsiasi organizzazione sintattica. Ma in realtà gli servivano solo alcune diecine di parole per darsi la possibilità di mettere giù quelle che egli considera derisioni della mia persona, e per insultarmi. Naturalmente, Archetti non fa esplicitamente il mio nome, né rinvia ai miei testi, né (in un blog non personale) si firma.

Un discepolo vigliacco di Frate Antonino da Scasazza

Dunque, questo discepolo vigliacco di Frate Antonino da Scasazza dice che sarei noioso: non si direbbe, dalla media giornaliera di accessi al mio blog dalle località e dai siti più disparati (ma molti fissi); in ogni caso, è ben evidente che, anche se io scrivo innanzitutto per denunciare fatti e comportamenti che insozzano la politica locale, e non per cialtroni come Archetti, fra i miei obbiettivi vi è anche quello di fare in modo che questi non si divertano affatto nel leggermi, ma, al contrario, che schiattino per la rabbia di vedersi mostrati come realmente sono: una versione solo in apparenza edulcorata dell’affarismo berlusconiano. Dice anche che sarei triste: beh, avere nella rappresentanza popolare del proprio Comune figuri come Archetti non è cosa che possa mettere allegria; tuttavia, chi mi legge vede bene con quanto gusto io sghignazzi a proposito di personaggi come Ti-che-te-tarchett-i-ball. Questi crede di ferirmi definendomi “ex-professorone di un istituto professionale”. In questo istituto, nel quale io non insegno ormai da molti anni, hanno trovato collocazione sia alcuni collettori di voti per il PD e per le sue sigle antesignane, sia alcuni dei burattinai che manovrano Archetti, i quali hanno percepito per decenni e ancora percepiscono lauti stipendi come personale politico nullafacente mantenuto dalla collettività. Per quanto riguarda l’attribuzione della qualifica spregiativa di ex-professorone: sarebbe in ogni caso una condizione assai migliore di quella di ignorantone in servizio permanente effettivo quale è Archetti, che, fra le tante cose delle quali ignora tutto, annovera anche gli istituti professionali e la loro funzione.

Archetti ignora “l’arco costituzionale”

Archetti mi attribuisce anche un’altra qualifica spregiativa: “genio incompreso dell’intero ‘arco costituzionale’ locale”. Cominciamo dall’”arco costituzionale”, che è un’altra delle cose sulle quali Ti-che-te-tarchett-i-ball si avventura a parlare, riuscendo tuttavia, per causa della sua ignoranza, dei suoi limiti intellettuali, della sua malafede, ecc. solo a sproloquiare. Forse Archetti crede che il suo cognome basti a metterlo in grado di parlarne… ma, in realtà, semplicemente egli non ha nozione né di cosa fosse “l’arco costituzionale”, né del tempo in cui l’espressione aveva un senso nel linguaggio politico, perché nel deserto del retroterra di Archetti è assente anche qualsiasi memoria storica. Oggi quell’”arco” non esiste più da molto tempo, non solo perché non esistono più i partiti che lo componevano, ma anche perché non esiste più da molto tempo quella Costituzione, della cui manomissione è responsabile principale il partito di Archetti.

Ma ad ogni modo, io non ho mai voluto diventare un politicante e fortunatamente continuo ad essere un cittadino, e già solo per questo sono esterno all’”arco” locale che pullula di traditori della Costituzione repubblicana del 1948 come Archetti e come i suoi sodali di partito. Inoltre, proprio perché sono un cittadino non provo alcuna attrazione, in politica, verso alcunché di geniale, ma seppure un’idea tanto balzana dovesse frullarmi per la testa, è sicuro che accetterei più volentieri di vivere da eremita al Polo Nord, piuttosto che sentirmi considerato “genio” da persone di infimo rango intellettuale e morale come Archetti. Infine, tutti vedono (anche Ti-che-te-tarchett-i-ball, ovviamente, e proprio per questo egli schiuma rabbia…) che semmai io cerco di usare l’arme della critica (espressione che ad Archetti, ovviamente, non fa venire in mente nulla...) per distruggere tutti i conniventi con il malaffare che, più o meno coscienti, stanno in quell’”arco” – ed è questo ciò che tanto fa male ad Archetti e ai suoi amici. Altro che sentirmi incompreso! Fare lezione ad uno moralmente corrotto come Archetti? Vade retro, Satana!

Le attività proprie del “pirla” sono certamente più nobili della connivenza con la “mafia reale” di Limbiate

Archetti conclude i suoi deliranti borborigmi dandomi del “bel pirla” ed attribuendomi un’idiozia che solo lui può pensare, ma non ho alcuna difficoltà a dichiarare che considero le pratiche proprie di ciò che in Lombardia si intende con “pirla” (alle quali ho avuto la fortuna di dedicarmi spesso), sicuramente più nobili ed appaganti della pratica dell’omertà su certi affari edilizi, alla quale sistematicamente ed esclusivamente si dedica il consigliere comunale Archetti. Costui rappresenta in modo plastico (ma a dire il vero con più di una deformazione grottesca) il personale tipico del partito del neo-liberismo (non, si badi, del neo-liberalismo) moderatamente edulcorato, cioè del PD. Ovviamente, il coordinatore del PD locale, che si sente lanciato verso una radiosa carriera politica, se già non sta bene quando, a proposito di fatti precisi, mostro quanto sia ridicola la sua pretesa di rappresentarsi come il contraltare del capo della banda di affaristi che ha in mano il Comune di Limbiate, ancor più sta male quando mi metto anche a ridicolizzarlo mostrando il livello della sua deprivazione linguistica! Ma questa è indice di deprivazione culturale generale e in particolare politica, vale a dire di impreparazione ad affrontare i problemi collettivi che dovrebbero essere la materia della politica. Se, come nel caso di Archetti, ciò si aggiunge alla mancanza di vere basi morali, non è poi così stupefacente che egli si abbassi fino al punto di presentare tranquillamente la scopiazzatura della falsificazione laida di un testo di Elsa Morante. Tuttavia, questa falsificazione (che non è nemmeno farina del suo sacco), fra le manifestazioni di disonestà delle quali abbonda l’attività di Archetti, non è certo quella principale. Egli, infatti, quando si trova di fronte ad un episodio di malaffare, regolarmente fa un po’ di chiasso con alcune frasi sconnesse e superficialissime, ma altrettanto regolarmente evita (anche per incapacità) di mettere in luce la struttura interna dei vari episodi di malaffare, nei quali molto spesso hanno un ruolo rilevante certi sostenitori (e a volte certi membri) del suo partito. Infatti, la facilità con la quale, prima durante e dopo il Consiglio Comunale, passano deliberazioni che provocano danni alla cassa pubblica di centinaia di migliaia, o addirittura di milioni, di euro, è sbalorditiva; ed altrettanto sbalorditiva è l’ignoranza generale e politico-amministrativa che Archetti (ma non solo lui, beninteso) evidenzia in queste (come in altre) occasioni.

Ma se ci limitassimo a parlare genericamente di ignoranza ed inettitudine politica, attribuiremmo ad Archetti una buona fede che non ha. Archetti, infatti, è del tutto privo dei fondamentali: vale a dire che l’analfabetismo di ritorno (che, nonostante i suoi sforzi e gli aiuti che riceve, non riesce a celare) e la preparazione culturale di livello a mala pena post-elementare, la mancanza di una qualsiasi memoria storica, l’impreparazione politica (sia sotto l’aspetto della cultura, sia sotto quello dell’esperienza), l’ignoranza del ruolo e dell’organizzazione dell’ente locale, la disposizione alla più sbracata superficialità nell’affrontare un problema qualsiasi, il disprezzo per la verità (e, anzi, la naturale disposizione a falsificare, mistificare, distorcere, alterare i fatti), la disonestà nei rapporti con le persone, la visceralità, il manicheismo, il settarismo fanatico – che contraddistinguono la sua persona e le sue prese di posizione – tutte queste sono caratteristiche che non gli consentiranno mai di acquisire quell’insieme di elementi culturali di base, di criteri di giudizio, di abilità e di esperienze che sarebbero indispensabili per svolgere il ruolo di rappresentante popolare con un minimo di onestà e di decoro. Ma la somma di queste belle qualità, che Archetti realizza nella sua persona, è perfettamente funzionale alla linea politica del PD, che egli pedissequamente segue - ed ecco messa a punto la macchina capace di trasformare in aria fritta anche i problemi reali!

Con dirigenti come Sandro Archetti il PD è condannato a non vincere mai

Sandro Archetti è giunto alla politica a quarant’anni, portando con sé l’unico credito dell’attività pro-bambini di Černobyl' ma, come ha poi rivelato, essendo privo di qualsiasi preparazione per affrontare, all’interno di un’istituzione come il Comune, i problemi della vita collettiva. (E che una simile prassi sia ormai divenuta costante nella formazione delle liste elettorali di tutti i partiti, non la rende affatto accettabile). Egli è stato eletto quando, non lo si dimentichi, un terzo dell’elettorato del suo partito, posto di fronte a un gran numero di candidati manifestamente inetti (anche quelli ormai ultrasessantenni), ha preferito votare per il centro-destra (e così, ormai da anni, preferisce continuare a votare). Lo sfascio del suo partito è stato poi evidenziato dalla perdita, già un anno dopo le elezioni, di tre (degli otto) consiglieri comunali, fra i quali il candidato a sindaco e il coordinatore del circolo locale; e dopo altri due anni, dalla perdita (in piena campagna per le elezioni provinciali!) di altri due consiglieri, uno dei quali era il successivo coordinatore del partito. Ecco, Archetti è diventato il rappresentante principale di un partito in queste condizioni, ma il suo ruolo è tale solo nei confronti dell’opinione pubblica, poiché nel PD di Limbiate i capi-cricca sono altri. In questo partito egli può dare sfogo alla sua naturale predisposizione a fare l’orang-outang della politica locale. L’orang-outang riesce ad imparare rapidamente alcuni comportamenti umani, ma non sarà mai un uomo; Archetti è qualcosa di simile nella politica locale. Sono mille gli episodi nei quali, nonostante tutto il suo chiassoso gesticolare, egli si è rivelato del tutto inetto a svolgere davvero la funzione di rappresentante popolare: o facendosi infinocchiare nelle riunioni del consiglio comunale da una banda di squallidi affaristi e da alcuni funzionari di livello non propriamente eccelso (ma ad ogni modo infinitamente più preparati di lui), o facendosi connivente con il malaffare edilizio, oppure coprendo con la sua omertà gli affaristi legati al suo partito che sottraggono denaro alla cassa pubblica. In un modo o nell’altro, in sostanza, Archetti ha collaborato e collabora attivamente – come ho più volte dimostrato e ancora dimostrerò – al governo del Comune di Limbiate come se fosse un’agenzia d’affari.

Archetti è l’ideal-tipo a livello locale dell’involuzione della rappresentanza politica

Sandro Archetti è l’epitome dell’involuzione coatta alla quale, nell’epoca della restaurazione neo-liberista della società e delle istituzioni rappresentative, è stato sottoposto l’istituto della rappresentanza politica in ambito locale. La preparazione culturale e quella politica non si possono inventare dall’oggi al domani, a quarant’anni; l’esperienza politica non si acquisisce cominciando direttamente dai banchi del consiglio comunale. Al contrario, chi riesce a farsi eleggere, ma è privo di uno straccio qualsiasi di preparazione, e inoltre è pervaso dalla frenesia scomposta che denota Archetti, anche se è animato dalle migliori intenzioni (delle quali, come è noto, è lastricata la strada che porta all’inferno) finisce per incastrarsi da solo in un meccanismo che gli preclude qualsiasi possibilità di miglioramento. Alcuni decenni addietro avveniva che nei partiti di sinistra consiglieri provenienti dalla classe operaia si mettessero a studiare per migliorare le loro capacità come consiglieri comunali, ma erano persone che, fra le altre cose, avevano già appreso l’abitudine alla fatica dello studio nel corso di una lunga esperienza politica precedente l’incarico istituzionale, nel corso della quale avevano forgiato, inoltre, una moralità fermissima e alta. Ma ormai anche questa tradizione culturale, propria dei partiti operai, è finita da decenni, e non è certo uno come Archetti che potrà farla rivivere. E quindi, anche per la mancanza di qualcuno che, almeno con l’esempio, lo richiami ad un minimo di ritegno, Archetti sarà sempre condannato ad offrire di sé lo spettacolo di volta in volta pietoso o desolante che egli ha finora offerto – uno spettacolo insopportabile, se si vuole conservare un minimo di senso al concetto e alla funzione della rappresentanza politica.

Naturalmente egli continuerà a funzionare benissimo per i burattinai che, in realtà, lo hanno manovrato finora, e che continueranno a manovrarlo; egli potrà continuare a rappresentare (ma maldestramente; e mi risulta che anche nel suo “partito” vi è qualcuno che glielo rimprovera) le esigenze affaristico-elettorali del suo PD e della casta della quale ormai fa parte con tanto compiacimento. Ma non rappresenta e non rappresenterà mai i bisogni, le esigenze di eguaglianza e di giustizia, di pulizia e di rigore morale - di vero vivere urbano - dei cittadini comuni. Fra i quali, purtroppo per lui, potrà sempre capitare che, oltre ad alcuni beoti che si pascono di frasi del tipo: “Ma Archetti attacca Romeo!”, si trovi anche chi non solo è indisponibile a farsi infinocchiare da simili superficialità, ma, avendo avuto la cura (ormai da alcuni decenni) di dotarsi di alcuni strumenti culturali (non è proibito, e nemmeno è peccato!) ed avendo accumulato alcune esperienze, se ne serve per praticare l’esercizio della critica anche su imbecilli pieni di boria come Archetti. Naturalmente, i tipi come lui non hanno contezza del significato del nome e del concetto di critica, assolutamente centrale nella democrazia – ma questa è una ragione in più per esigere che dalla politica locale siano spazzati via i cumuli di quella materia organica, utile esclusivamente come ammendante naturale per terreni poco fertili, della quale è fatto Archetti.


mercoledì 31 marzo 2010

I voti sono come le fidanzate, e quelli che i cittadini limbiatesi hanno dato al Movimento 5 Stelle non sono dell'IDV



L’unica vera novità dei risultati delle elezioni regionali a Limbiate è che nessuno ormai può continuare a negare che vi sono cittadini che non ne possono più non solo del malgoverno del centro-destra, ma anche dell’opposizione finta del centro-sinistra. Che a Limbiate esistano anche cittadini che, pur opponendosi a Berlusconi, Formigoni, Romeo, ecc., non sono disposti a credere che l’unica possibile alternativa d’opposizione sia quella del tutto virtuale dei vari PD, SEL, RC-PdCI, IDV, io lo sostengo da tempo contro vari minuscoli politicanti come lo statista postelegrafonico, Campisi, Archetti, Terragni, Binacchi, Pecora, ecc., che hanno sempre preteso di essere loro l’unica opposizione. Dall’altro ieri ciò non è più possibile (ma i suddetti continueranno con le loro pretese), poiché un gruppo di 409 cittadini, pari al 2,82% degli elettori, nelle elezioni regionali ha votato per il Movimento 5 Stelle, cioè per l’unico movimento (nel quale da tempo mi colloco) che fa l’opposizione sia al centro-destra, sia al centro-sinistra, mirando a “cinque stelle”, vale a dire a cinque grandi obbiettivi da tenere ben fermi: la difesa intransigente e senza compromessi politicisti dell’ambiente, dell’acqua, di uno sviluppo fondato sul lavoro e non sulla sua distruzione, della connettività gratis per tutti e senza censure, dei trasporti pubblici non inquinanti e a basso costo per andare dovunque. Che il centro-destra consideri l’ambiente solo come spazio disponibile per la cementificazione e l’acqua come una merce; che favorisca politiche che mirano alla distruzione del lavoro; che miri all’ulteriore ipertrofia del trasporto privato e che voglia sottoporre a censura anche l’internet – tutto questo è ben chiaro per molti. È invece meno chiaro che in ognuno di questi settori le politiche del centro-sinistra sono solo versioni leggermente ammorbidite delle politiche neo-liberiste del centro-destra. Tuttavia, la consapevolezza che contro queste politiche i cittadini devono e possono organizzarsi da soli cresce velocemente. Addirittura, questa consapevolezza è già una forza visibile e misurabile non solo nelle piazze o nell’internet, ma anche tramite quel misuratore della coscienza pubblica tipico delle società con un tasso almeno sufficiente di democrazia, che è la scheda elettorale.

Le liste civiche del Movimento 5 Stelle sparse in tutta l’Italia sono già una cinquantina. Nelle elezioni regionali di due giorni fa queste liste, presentate in sole cinque regioni su tredici, hanno ottenuto una percentuale di voti pari all’1,5% a livello nazionale (Lombardia 3,01%, Piemonte 3,66%, Veneto 2,57%, Emilia Romagna 6%, Campania 1,33%). Nella provincia di Monza il Movimento 5 Stelle ha ottenuto 14.788 voti pari al 3,45%, la percentuale più alta fra tutte le province lombarde. Questi i dati di alcuni comuni della provincia: Desio 5,18%, Cesano Maderno 3,00%, Bovisio Masciago 4,49%, Varedo 3,73%, Ceriano Laghetto 3,30%, Brugherio 4,12% Monza 4,11% (qui sono stati ottenuti più voti di Sinistra Ecologia e Libertà, Pensionati, Verdi, UDC, PRC-PdCI, Forza Nuova: il Movimento è la quinta forza dopo PDL, Lega, PD e IDV; a Desio è stata superata anche quest’ultima lista).

Qui a Limbiate la percentuale è stata, come dicevo, del 2,82%. E tuttavia, che anche a Limbiate esista fra i cittadini e si manifesti (anche se per il momento solo con la scheda elettorale) un’opposizione tanto al neo-liberismo duro del centro-destra, quanto a quello morbido (si fa per dire) del centro-sinistra, non è cosa che possa essere trangugiata senza difficoltà da chi, facendo il politicante sin dalla più tenera età, non può non inquietarsi se nella società si muove qualcosa di autonomo. “Sì, c’è qualcuno che ha dato dei voti al Movimento 5 Stelle, ma li ha pescati nel nostro elettorato, e quindi la percentuale del 2,82% sarebbe da sommare al nostro 8%! Perché, perdindirindina, noi abbiamo bissato il successo già ottenuto alle europee e alle provinciali del 2009! Se non fossero saltati fuori questi birbanti, infatti, il nostro risultato sarebbe superiore al 10%!”

Questo, sostanzialmente, il senso del discorsetto che l’IDV fa a proposito di quel 2,82% di voti, e che è stato scritto, presumibilmente, da un noto magliaro illusionista: infatti è falso che l’IDV abbia "bissato" il successo ottenuto nelle elezioni provinciali e in quelle europee del 2009, nelle quali aveva ottenuto, rispettivamente l’8,82% e l’8,94% (dati della Provincia di Monza). Ha compiuto, invece, in meno di dieci mesi, un notevole passo indietro, poiché nelle regionali 2010 ha ottenuto precisamente l’8,02% (dato del Ministero dell’Interno). Se prendiamo in considerazione il dato minore del 2009, l’8,82% delle provinciali, ci accorgiamo che la differenza con le regionali del 2010 è 0,8: vale a dire che l'IDV di Limbiate ha già perso la decima parte della percentuale ottenuta nemmeno dieci mesi fa. Non si tratta affatto di un successo “bissato!” Anzi, la roccaforte dell'Italia dei Valori in Brianza è già sbrecciata.

Ma, a parte questa falsificazione, che è tipica del personaggio e che basterebbe da sola a dare l’impronta al discorsetto, questo contiene la riproposizione di un vieto cliché degli stalinisti italioti, secondo i quali tutti i voti dati ad una lista d’opposizione alla destra, ma non collegata alla loro, non erano la manifestazione di una diversa opposizione, bensì voti rubati a loro, o dispersi, quando non erano considerati addirittura voti di liste di disturbo. Impossibile discutere con i fanatici, i manichei, i settari, gli stalinisti (che hanno delle caratteristiche proprie, ma compendiano anche le altre forme di intolleranza); tutt’al più, anche perché il tentativo di fagocitazione (o di procurarsi un’altra claque adorante, nella prospettiva di una vociferata uscita dall’IDV) in questo caso è fin troppo scoperto e ridicolo, potremmo paragonare l'autore a quel tizio che, non riuscendo a farsi una fidanzata, se la prendeva con un amico che di fidanzate ne aveva molte, ma non ne procurava mai una a lui!

I voti, infatti, sono come le fidanzate (o i fidanzati). Ognuno se li deve procurare da solo. E se li perde, quasi sempre è perché non se li sa conservare. Che dire di diverso, di fronte alla canea che il PD ha scatenato contro il Movimento 5 Stelle, perché con il 4,08% di voti ottenuti in Piemonte dal suo candidato presidente Davide Bono avrebbe provocato la sconfitta del centro-sinistra? In Piemonte, limitandoci a parlare di ambiente e di grandi infrastrutture, la giunta guidata da Mercedes Bresso (che era, ma ormai molti anni fa, una studiosa di “ecologia politica”!) ha sbagliato tutto. Sulla TAV in Val di Susa (voluta anche dall’allora ministro Di Pietro), costei, insieme a quell’altro bel tomo di Chiamparino, il sindaco di Torino, è sempre andata a testa bassa contro un vastissimo movimento che comprende anche molti sindaci e amministratori locali (e che è stato capace di produrre anche molti studi e progetti alternativi). Ma se non riesce a superare il leghista Cota, la colpa è di Beppe Grillo! Per vincere le elezioni regionali non serve nemmeno arrivare al 50% + 1, basta la maggioranza semplice. Ma se dopo cinque anni di governo si perdono voti e non ce la si fa, mentre dei cittadini senza soldi, senza strutture, senza alcuna copertura mediatica, servendosi solo della loro preparazione, della loro intelligenza, dei collegamenti tramite l’internet, e presentando dei candidati sconosciuti nel mondo della “politica” ma con un discorso chiaro, semplice (le “cinque stelle”), diffuso già da molto tempo – se questi cittadini riescono a ottenere novantamila voti… li hanno tolti alla Bresso e l’hanno fatta perdere!

Qui a Limbiate i 409 cittadini che hanno votato il Movimento 5 Stelle non hanno fatto perdere nessuno, poiché il centro-destra già da molti anni è stabilmente attestato sul 60%, mentre il centro-sinistra perde regolarmente da altrettanti anni e per molto tempo ancora continuerà a perdere. Ma un fine analista, generato pur sempre da quel ceppo vetero-stalinista che ancora è in grado, evidentemente, di produrre polloni, nonostante i molti cambiamenti di sigla – questo fine analista (temo che in questo caso la parola non debba far parte della famiglia del sostantivo “analisi”, bensì debba essere apparentata ad un aggettivo di una diversa famiglia lessicale), è già pervaso da un’inquietudine sottile che deve essere subito esorcizzata. L’antidoto, ovviamente, può essere solo un ragionamento altrettanto sottile: “Se non ci fosse stata la lista di Beppe Grillo che ha preso quasi il 3%, pescando in un elettorato che molto probabilmente si sarebbe orientato verso di noi, il nostro risultato sarebbe stato sicuramente sopra il 10%”.

Sarà che in determinate occasioni certe metafore (“pescando in un elettorato”) mi sembrano alquanto orride (ma rivelano molto della mentalità del politicante che le usa); oppure sarà che (purtroppo lo devo ammettere) gli schemi logico-aristotelici come “Se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carriola”, non sono mai riuscito ad afferrarli davvero - ed è chiaro, quindi, che gli arditi passaggi del sottile ragionamento che ho citato non sono alla mia portata; sarà quel che sarà, ma sono costretto a dichiarare che c’è qualcosa che davvero mi toglie il sonno: quale sarà mai la pulsione oscura che, sulle molte probabilità che fosse accresciuta ancor più la gloria elettorale di “loro dell’IDV”, ha fatto invece prevalere in 409 elettori una delle poche probabilità di scegliere il Movimento 5 Stelle?

Non sarà che anche fra i cittadini solitamente inesperti di politica che seguono le “cinque stelle” si è ormai diffusa la convinzione che qui a Limbiate, più che altrove (ma non dappertutto), l’IDV è composta soprattutto da vecchio ciarpame della peggiore politica politicante, da miseri arrivisti falliti nel PD e da semianalfabeti le cui pretese di essere qualcuno sono state frustrate nel centro-destra? Non sarà che è troppo evidente che gli uni e gli altri nell’IDV hanno trovato solo un marchio in espansione su una discreta fetta del mercato politico locale? Non sarà che tutti costoro mostrano di essere totalmente ignoranti di qualsiasi procedura amministrativa, ma in particolare di quelle con le quali si distrugge l’ambiente e si mettono in atto autentiche truffe ai danni dei cittadini (tanto che queste truffe regolarmente gli passano sotto il naso senza che ne abbiano il minimo sentore)? Non sarà che mostrano di essere anche pusillanimi nelle rare occasioni nelle quali finalmente si accorgono di qualcosa (grazie ai discorsi di qualche cittadino che gli arrivano per interposta persona) ma si limitano, tuttavia, a usare (in modo maldestro) brandelli di questi discorsi solo per farsi un po’ belli nel Consiglio Comunale e si guardano bene dall’agire di conseguenza denunciando all’autorità giudiziaria ciò che dovrebbe essere denunciato? Non sarà che, dopo l’exploit delle elezioni provinciali del 2009, tutta questa gente, poiché certe abitudini contratte nei partiti di provenienza sono dure a morire, ha offerto di sé l'ennesimo desolante spettacolo di mostrarsi impegnata soprattutto a scannarsi vicendevolmente su chi dovrebbe essere il candidato sindaco dell’IDV e su chi sarebbe il legittimo portavoce del “partito”?

Non sarà, quindi, che il personale dell’IDV di Limbiate appare antropologicamente alieno a chi ha in mente un agire cittadino guidato dalle “cinque stelle”?

martedì 16 marzo 2010

Una bufala prevista dalla legge




Il PD di Limbiate ha scatenato un’offensiva. Obbiettivo: far subire i rigori della legge al Tecoppa sub-aspromontano travestito da sindaco di Limbiate. Niente di meno. A dire il vero sembrerebbe più facile ottenere da una gallina l'imitazione del Manneken-Pis di Bruxelles, ma Ti-che-te-tarchett-i-ball, il coordinatore del PD, non è disposto a transigere, né a temporeggiare, perché quando è troppo è troppo! [Il PD di Limbiate scrive al Prefetto] Aveva dichiarato, magnanimo, che non si sarebbe messo a “fare le pulci” su cosa facevano di giorno il sindaco e la sua “addetta stampa”; [Romeo si attenga alle regole] ma che di sera la giovanotta finta bionda slavata abbia l’impudenza di presentarlo in pubblico, e che lui salga sul palcoscenico del "teatro più bello di Milano" (dopo l’Arcimboldi, naturalmente) insieme a una compagnia di travestiti, beh, questo davvero è troppo!

Ci sono delle regole, per Diana! E devono essere rispettate, capito?! La Circolare n. 9/2010 del Ministero dell’Interno è più stentorea di un generale davanti alle sue truppe schierate:

“Si rammenta (art. 9, comma 1 della Legge 22 febbraio 2000 n. 28) che, dalla data di convocazione dei comizi elettorali - cioè dall'11 febbraio, giorno di pubblicazione del manifesto di convocazione dei comizi - e fino alla conclusione delle operazioni di voto, è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni.”
Quindi, la giovanotta di cui sopra, se non sa come riempire le serate, se ne vada piuttosto a ballare, e il Tecoppa sub-aspromontano se ne stia alla larga dai teatri. Se no il PD di Limbiate chiederà al Prefetto di infliggere ai due… ?? Già: qual è la sanzione che potrebbe essere comminata? Quale pena, se non corporale almeno pecuniaria, potrebbe essere inflitta?

Io sono convinto che, considerando solo l'attività fuori dalla campagna elettorale, già i due meriterebbero di essere messi alla gogna per un anno intero ogni martedì mattina sulla Piazza Walter Tobagi, sulla Piazza Aldo Moro, in Via Raffaello Sanzio, a rotazione e ogni volta dando la facoltà a dieci cittadini di accarezzare le loro posterga ignude con un mazzo di ortiche: lui perché usa il Comune come se fosse un’agenzia di affari, e lei perché sarà pure la sua “addetta”, e per questo noi gli paghiamo ogni annno molte diecine di migliaia di euro, ma come “addetta stampa” semplicemente non esiste. Tuttavia, per il fatto che durante la campagna elettorale i due cooperano nell’inosservanza dei “doveri di equilibrio e di correttezza degli amministratori, sia nella scelta dei contenuti che delle forme della comunicazione”, che la legge imporrebbe, per questo, ahinoi, non possiamo schiaffeggiarli nemmeno con un giglio. Il fatto è che la legge non prevede nessuna sanzione per chi si diverte di più a fare lo squilibrato e lo scorretto. La circolare, infatti, chiarisce:

“L'ampiezza dei concetti espressi dal legislatore (…) sembra comunque rapportarsi - tenuto conto dell'assenza di specifiche sanzioni nello stesso contesto normativo - all'opportunità di fare affidamento sui doveri di equilibrio e di correttezza degli amministratori, sia nella scelta dei contenuti che delle forme della comunicazione.”
E quindi, non serve a nulla importunare il Prefetto con l’esposizione delle malefatte del sindaco e della sua “addetta”. O meglio: serve solo a diffondere l’ennesima bufala di Ti-che-te-tarchett-i-ball, il quale trascura coscienziosamente i vari episodi di malaffare nei quali spesso sono implicati suoi sostenitori e amici di partito (costruttori, immobiliaristi, architetti, avvocati, ecc.), che ogni anno provocano danni erariali per diversi milioni, ma non manca di (stra)parlare quando è sicuro che l’”esposizione” non provocherà nessuna ritorsione sulla camarilla affaristica che lui rappresenta. In questo modo egli cerca di nascondere (e sicuramente presso molti vi riesce) che è connivente con i protagonisti di molti episodi di malaffare (la “mafia reale” di Limbiate), e che in altri casi egli obbedisce alla regola dell’omertà.

Ma proviamo ad ammettere che Ti-che-te-tarchett-i-ball non “ci fa”: significherebbe, però, che “ci è”, vale a dire che è tanto somaro da non accorgersi che la norma alla quale si appella è del tutto priva di efficacia perché in nessun modo può essere coercibile, come dice a chiare lettere la stessa circolare che egli richiama. E allora, anche solo per la somaraggine meriterebbe di far compagnia a quei due ogni martedì mattina. Ma in realtà egli “ci fa” e “ci è”; anzi, “ci fa perché ci è”.

L’inefficace comma 1 dell’art. 9 della legge 22 febbraio 2000, n.28, è solo fumo negli occhi. Una bufala che può produrre solo altre bufale. Ma chi c’era al governo quando fu approvata questa legge tanto morigeratrice? Il Presidente del Consiglio dei Ministri era (come lo chiamava il vignettista Vincino ai tempi di "Tango", inserto satirico dell’"Unità") Minimo D’Alema.

lunedì 15 marzo 2010

Sandro Archetti, scopiazzatore maldestro di una laida falsificazione di una grande scrittrice



quanti falsano i dati antichi si dedicano anche, più in generale,
alla falsificazione della storia del tempo presente

Nicole Loraux, 1996




Sandro Archetti ci ha regalato, giorni or sono, un altro fiore da aggiungere alla già rigogliosa antologia della sua produzione à la manière de Frate Antonino da Scasazza e dell’Assessore allo Sporto. Dopo le finissime analisi dell’attuale situazione politica di Limbiate, espresse in testi che nulla hanno da invidiare all’eleganza della prosa d’arte [v. Antologia di un consigliere comunale…], il suo ingegno versatile si è spinto oltre, fino ad attingere le vette dell’analisi storico-comparata dei più grandi statisti degli ultimi due secoli.

È noto che l’on. Fini e Berlusconi discordano anche su questo, poiché il secondo assegna a se stesso la palma del migliore (“sono il più grande capo di governo degli ultimi 150 anni”), mentre per il primo – almeno fino a qualche tempo fa – il più grande statista dell’ultimo secolo era il suo progenitore Benito Mussolini. L’erede del frate scasazzese tuttavia non si perde in queste sciocche diatribe metriche; egli sa bene che quello che conta (historia magistra vitae…) è cogliere l’essenza delle questioni e delle figure storiche e, guidato da questo sano principio metodologico, giunge a conclusioni originalissime che comunica alla città con la prosa scintillante di un pezzo rubricato non a caso sotto “Cultura” [con la maiuscola, n.b.].

Conclusioni originalissime: poiché il risultato al quale mira l’analisi storico-comparata del nostro autore è ben altro che la banale determinazione di chi, fra i due statisti sunnominati, sia il più grande. Il risultato cercato ed ottenuto è invece questo: Berlusconi è come Mussolini! Ma per giungere a questa conclusione – poiché un risultato originale deriva sempre da un metodo originale – per Sandro Archetti non è necessario riferirsi (dopo aver fatto la fatica di leggerle) alle analisi e alle opere storiche di autori come Piero Gobetti, Angelo Tasca, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Daniel Guerin, Luigi Salvatorelli, Renzo De Felice, ecc.: tutte anticaglie inutili; né è necessario perdere tempo nel porsi l’evidentemente falso problema se ed in che misura l’analogia sia una forma della comprensione storica, e in che misura sia possibile comprendere il presente con il passato: al macero anche Johann Gustav Droysen, Marc Bloch ed Edward H. Carr, nonché barbosi filologi come Luciano Canfora e filosofi dell'analogia come Enzo Melandri. Non parliamo nemmeno, poi, della necessità di leggere il libro su Berlusconi di Giuseppe Fiori (forse il più grande biografo italiano degli ultimi decenni). Roba da perditempo. Esibendo, come si usa nella comunità degli studiosi, gli opportuni dati bibliografici, Sandro Archetti ci guida a scoprire rapidamente che tutto era stato pre-detto già nel 1945, quando Berlusconi aveva nove anni, dalla scrittrice Elsa Morante!

In La dittatura… striscia il nostro ci presenta un brano che, dice lui, sarebbe stato scritto da Elsa Morante nel 1945, e sarebbe (notare la disinvolta precisione del riferimento bibliografico) “rintracciabile nel 1° volume delle sue opere, edito da Mondadori e pubblicato postumo, nel 1988”; in questo testo vi sarebbero (“eccome se ve ne sono!”, ci sottolinea) “particolari che contano” (!). Il brano che egli ci presenta è il seguente:


« Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale.
La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.
Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente a causa del suo stile enfatico e impudico.
In Italia è diventato il capo del governo.
Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare ».

Questo brano, però, non è stato scritto da Elsa Morante.

Si tratta, infatti, di un falso, e non è nemmeno farina del sacco di Ti-che-te-tarchett-i-ball. Questo testo, infatti, circola ormai da diverse settimane da un blog all’altro (qualcuno ha calcolato che è stato pubblicato da almeno 700 tra blog e siti vari) ed è stato messo insieme da qualche cialtrone antiberlusconiano reazionario (è facile notare che il vero obbiettivo polemico è il “popolo italiano”), che si è servito di frasi e parole prese da un testo realmente scritto da Elsa Morante in un diario del 1945, ma che evidentemente non era destinato alla pubblicazione. In effetti, i curatori delle Opere della scrittrice, pubblicate in due volumi nei “Meridiani” Mondadori (Milano 1988), con ovvia correttezza non l’hanno posto fra le “opere”, ma se ne sono serviti integralmente per la Cronologia della vita della scrittrice che apre la raccolta. Il falso – che potrebbe anche essere una beffa come quella delle teste “scolpite da Amedeo Modigliani”, ma in realtà da alcuni burloni e gettate – affinché fossero subito “ritrovate” - in un canale di Livorno alla metà degli anni ottanta del ‘900) è stato confezionato togliendo dalla pagina di diario della Morante le parti evidenziate in blu nel testo originale, che riporto qui appresso, ed interpolandovi le parti che sopra sono evidenziate in rosso.


« Roma 1° maggio 1945

Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale.
Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.
Alcuni punti però sono sicuri e cioè
: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbero meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), l’uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.

Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da
dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti, anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si può commuovere a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti, i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare. »


Dalle pagine autobiografiche postume,
in “Paragone Letteratura”, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988,
poi in Opere, vol. I, Mondadori, Milano 1988, pp. L-LII




Come si vede, del brano autentico non è rimasto quasi niente, e in quel poco che è rimasto è stata inserita una grande quantità di interpolazioni.

Si tratta di un’operazione volgarissima, compiuta da qualcuno che raggiunge gli stessi abissi di deprivazione morale e culturale del nostro erede scasazzese; costui, incurante di qualsiasi correttezza, ha creduto anch’egli di poter far dire a una scrittrice sicuramente fra le più grandi del Novecento ciò che egli crede si possa dire di Berlusconi. E questo povero, ingenuo e maldestro falsario si è anche illuso di riuscire maggiormente credibile raccontando la frottola di aver reperito il brano nell’edizione alla quale sommariamente rinvia. Evidentemente, egli ritiene che chiunque acceda al blog del suo partito manchi, come egli manca, di qualsiasi conoscenza di Elsa Morante, sia altrettanto privo di qualsiasi pratica di libri e di letture, e non possa sospettare, già ad una prima lettura, il falso; infine, che non sia in grado di controllare.

Ricordare che Elsa Morante è stata in diverse sue opere una grande scrittrice è un’ovvietà. Tuttavia, per quanto riguarda la rappresentazione del mondo in generale e per quanto riguarda la capacità di giudizio propriamente storico era (come, mi ricordo, diceva Sebastiano Timpanaro) “un disastro”. Questo aspetto si manifestò (con tratti addirittura di regressione verso un generico populismo di stampo ottocentesco) soprattutto nell’ultima fra le sue opere maggiori, La Storia (1974), che ebbe un grande successo di pubblico (in gran parte dovuto, a mio parere, non solo al grande battage pubblicitario ma anche al fatto di essere pubblicata proprio quando iniziava il cosiddetto “riflusso” post-’68). Tuttavia, quando nel 1945 parlava di Mussolini e del rapporto che questi aveva intrattenuto per oltre un ventennio con il popolo italiano, Elsa Morante, per essere stata contemporanea del fenomeno e per averlo osservato con angoscia, sapeva bene di cosa stava parlando, e proprio perché era una scrittrice di valore era ben in grado di compiere un’analisi psicologica del personaggio Mussolini. È vero che manca nel testo della Morante qualsiasi accenno alle responsabilità, per l’ascesa di Mussolini e del fascismo, dei grandi agrari, dei grandi gruppi economici e industriali, dell’imbelle opposizione liberale, della maggioranza del movimento operaio in mano ai riformisti (ma fra essi, inascoltato, Giacomo Matteotti chiedeva di organizzare l'autodifesa armata come, prima del 1915, aveva sostenuto che per scongiurare l'ingresso dell'Italia nella guerra si doveva organizzare l'insurrezione), del Capo dello Stato di allora (il re, che si rifiutò di firmare lo stato d’assedio che avrebbe stroncato in poche ore il colpo di stato dell’ottobre del 1922), degli alti gradi dell'esercito, della Chiesa, del servilismo degli intellettuali, ecc. Ma non si deve dimenticare che era solo una pagina di un diario privato non destinata alla pubblicazione; e tuttavia, anche con questi gravi limiti, chi ne ha manipolato il testo fino a distruggerlo quasi interamente, per dargli la forma di un misero anti-berlusconismo ante-litteram ha dovuto eliminare tutti i precisi riferimenti ad alcuni fra i principali delitti di Mussolini e del fascismo, e molte delle precise notazioni sulla psicologia delle masse durante il ventennio e sulla figura del capo del fascismo.

Ma non è il caso, qui, di mettersi a fare una discussione storico-letteraria. Quello che conta è denunciare l’operazione di un somaro come Sandro Archetti, consigliere comunale e coordinatore del PD locale che per dire un paio di idiozie su Berlusconi (senza mai osare nominarlo), pur essendo del tutto privo di conoscenze storiche e letterarie, e privo in generale della pratica di libri e di letture, ha abusato del nome di una grande scrittrice pubblicando la falsificazione oscena di un suo testo. Questo poveretto, trovata chissà come la falsificazione, l’ha immediatamente riprodotta mirando all’effetto che avrebbe dato il nome di una grande scrittrice, e non ha controllato il testo lì dove è reperibile, cioè nell’edizione delle Opere della Morante nei “Meridiani” di Mondadori (che ha citato, senza averla vista, tanto per darsi un tono), né si è accorto che insieme al testo falso nella rete circolano anche le proteste di molti lettori onesti della Morante.

Quello della falsificazione è il costume con il quale Ti-che-te-tarchett-i-ball ama esibirsi iterativamente, tanto da far pensare che egli sia la personificazione di uno scioglilingua milanese che produce senza tregua frottole, falsificazioni e distorsioni. Solo per ricordarne alcune:

- le denunce alla Corte dei Conti dei danni erariali causati dal centro-destra limbiatese, millantate ma mai presentate;

- i sette (sette!) progetti ecologici elaborati “scientificamente” da lui e dai suoi amici di partito (ma scopiazzati chissà dove), fatti passare come “adottati dalla Giunta” (in realtà da questa sollecitati, e tuttavia ormai svaniti nel nulla);

- i favolosi rimborsi di fantomatici versamenti per lo smaltimento delle acque reflue che sarebbero spettati a migliaia di cittadini (sui quali l’ha menata per mesi, finché è stato costreto a confessare che sulla situazione della rete fognaria non sapeva niente);

- i presunti danni per 1.800.000 euro causati ai cittadini limbiatesi dall’artemisia non sfalciata (calcolati mediante l’uso della “proprietà transitiva”, ma mai documentati);

- i mancati versamenti dei contributi dello Stato al bilancio del Comune di Limbiate (frottola che abilmente gli era stata messa in bocca dalla coppia Marcel Terragni-Albertine Cogliati, mentre lo Stato in realtà aveva puntualmente versato quanto dovuto);

- le denunce ciarlatanesche della penetrazione della mafia nell’amministrazione pubblica in Brianza (continuando, da perfetto dilettantucolo dell’antimafia, ad omettere di denunciare i mille episodi di malaffare qui a Limbiate – a cominciare da quelli di cui sono responsabili gli amici del suo partito - che si potrebbero documentare con gli stessi documenti ufficiali);

- un pessimo asilo nido privato fatto passare per un’autorevole istituzione pedagogica (la smentita gli è arrivata dall’interno stesso del settore);

- ecc. ecc.

E questo figuro sarebbe il candidato che secondo alcuni sciagurati/e l’”opposizione” di centro-sinistra dovrebbe presentare nelle elezioni del 2011!



Forma e sostanza nel diritto. A proposito del decreto legge n. 29 del 2010



di Gaetano Azzariti


Nessuno credo possa negare che il decreto-legge n. 29 del 2010 (cosiddetto salva liste) è stato adottato in una situazione di forte tensione politica, che rischiava - e ancora rischia - di degenerare e uscire fuori controllo. Appare evidente, inoltre, che lo svolgimento di elezioni amministrative regionali che non veda la partecipazione di tutte le formazioni politiche, e in particolare non veda la lista espressione diretta del partito più votato a livello nazionale, rappresenta una lesione al diritto politico di elettorato attivo (non invece del tutto di quello passivo, come preciserò tra un attimo), e in sostanza si traduce in un più generale vulnus all'ordinamento democratico-rappresentativo. Mi sembra necessario però aggiungere che questa considerazione - spesso minacciosamente ripetuta - non può andare disgiunta dalla indicazione dei responsabili che hanno determinato questa situazione di fatto; di chi cioè ha prodotto la lesione lamentata o il vulnus denunciato. E questi sono certamente coloro che non hanno rispettato quanto è chiaramente scritto nelle leggi – sia statali sia regionali - circa il termine di presentazione delle liste. Per questo il diritto di elettorato passivo, in fondo, più che essere stato negato, è stato non esercitato; almeno per quella parte che spetta alle formazioni politiche, mentre per la parte che spetta ai singoli candidati è stato sì conculcato, ma dai delegati alla presentazione delle liste. Del che quest’ultimi dovrebbero rispondere in sede civile, oltre che politica.

Per leggere tutto l’articolo:
http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=334



mercoledì 10 marzo 2010

Antologia di un consigliere comunale e coordinatore del PD di Limbiate, discepolo di Frate Antonino da Scasazza ed epigono dell’Assessore allo Sporto



Gentile signor P.G. come capita spesso siamo di fronte ad un tema portante nella visione della città, della sua urbanistica e della sua estetica.

Questa amministrazione continua a ritenere gli alberi inseriti nel contesto urbano, come un problema, quindi da estirpare alla radice. Quello che lascia perplessi è la saccenza con cui questi amministratori trattano le competenze degli altri, in questo caso dell’impresa di manutenzione che aveva consigliato una potatura minima.

Abbiamo provveduto a trasmettere un’interpellanza scritta al Comune (da Pini marittimi massacrati al Centro sportivo via Tolstoj).


L’appoggio ai candidati del Popolo della Libertà nella corsa per il Consiglio regionale li obbliga a liberarsi da quell’apparente aurea di “verginità politica”, per schierarsi politicamente al fianco di uno schieramento che ha un Presidente del Consiglio plurindagato, arrogante, irrispettoso delle regole, delle istituzioni e della Costituzione italiana (da Per Limbiate, Insieme per Pinzano & co, liste civiche? ).


Il fatto che il piazzale di fronte all’ingresso del Comune e piazza 5 Giornate, essendo prive dei certificati di collaudo, non possano essere considerate “proprietà pubbliche” [e di chi sarebbero “proprietà”? (ndr)], che nessuno vi abbia garantito la sicurezza, che non sia stato possibile sbloccare le fideiussioni delle imprese che le hanno realizzata (società peraltro fallite), ha dei grossi risvolti politici, e se fossimo nei panni del Sindaco, andrebbe a documentarci.

Ora scommettiamo che sulla metrotranvia, dove intendiamo incalzare il Sindaco… (da Limbiate ha un sindaco troppo confuso e indeciso).




[Si valuta appieno l'importanza del primo autore citato nel titolo se si considera che anche un grande linguista e filosofo del linguaggio come Tullio De Mauro gli dedicò un breve ma mirabile saggio, Viaggio a Scasazza (provincia, come è noto, "di Trapani e Agrigento e, forse, Siracusa"), in L'Italia delle Italie, Editori Riuniti, Roma 1987, pp. 185-189 (2 ed., ivi, 1992). Molti lacerti di Frate Antonino sono ancora reperibili su You Tube.

La tradizione del secondo autore è affidata, purtroppo, solo all'oralità di alcuni limbiatesi (mi risulta, però, che qualcuno conserva quaderni fittamente riempiti con i suoi brani amorevolmente trascritti), ma, secondo il mio modesto avviso, egli regge validamente il confronto con Frate Antonino, poiché solo un autore dello stesso valore poteva comporre frasi come le seguenti: "Ringrazio il qui presente (...) perché è stato per molto tempo vicino al capezzolo di mia moglie, quando era malata"; "L'importanza del lavoro dei artichecchi non può essere sminuzzata", ecc.].




lunedì 8 marzo 2010

[“Non c’è un modo legale per sanare la situazione”]


Intervista a Lorenza Carlassare, professore emerito a Padova


“Come costituzionalista sono molto restia a parlare dell’ultimo decreto del governo. È tutto illegittimo: il giurista non ha niente da dire perché non esiste un modo legale per sanare la situazione”.

“… c’è una prima cosa da dire: come si può sostenere che si tratta di una “norma di interpretazione autentica”? Il provvedimento stabilisce che la presentazione delle liste può avvenire anche nel giorno non festivo successivo all’entrata in vigore del decreto. Cosa si interpreta qui? Questa è una disposizione nuova che introduce una proroga dei termini.”


Per leggere tutta l'intervista (publicata su "Il Fatto Quotidiano" del 7 marzo 2010):
http://masaghepensu.splinder.com/post/22358712/TUTTO+INCOSTITUZIONALE...Loren