sabato 16 giugno 2012

Se coloro che dipendono dallo stato non conducono una lotta politica per proteggere o migliorare il proprio benessere, la crisi fiscale rimarrà relativamente latente


James O’Connor



In ultima analisi, non comprenderemo la crisi fiscale e il complesso sociale-industriale né meglio né peggio di quanto sapremo comprendere le lotte sociali, politiche ed economiche fra le classi e gli strati economici più importanti della società. Le esigenze del bilancio possono restare irrisolte e i bisogni umani insoddisfatti, ma se coloro che dipendono dallo stato non conducono una lotta politica per proteggere o migliorare il proprio benessere, la crisi fiscale rimarrà relativamente latente.

[...]

Sebbene la spesa statale tenda ad aumentare in relazione al Pnl, non esiste nessuna correlazione o quasi fra il reddito pro capite da un lato, e l'incidenza della spesa statale e della tassazione rispetto al Pnl dall'altro. Evidentemente, livelli diversi di coscienza politica e di conflittualità sociopolitica esistono in paesi (e, per estensione, in regioni) che hanno livelli analoghi di reddito pro capite; quindi la crisi fiscale è meno latente (o più esplosiva) in alcuni paesi (e regioni) che non in altri.

La portata e i limiti ultimi della riforma capitalistica dipendono dalle lotte e dai movimenti politici che si stanno verificando e che determineranno quali forme assumerà il complesso sociale-industriale. Il capitale monopolistico si sforza di definire e di controllare il complesso in accordo con quelli che ritiene i propri interessi. Scrive David Rockefeller:

Alla luce delle richieste emergenti di una revisione del contratto sociale, una risposta passiva da parte della comunità imprenditoriale potrebbe essere pericolosa. Qualunque adattamento del nostro sistema all'ambiente mutevole avrà tante più probabilità di essere realizzato quanto più coloro che comprendono i problemi del sistema parteciperanno alla progettazione delle soluzioni. Spetta dunque agli imprenditori di far causa comune con altri riformatori... per impedire l'incauta adozione di rimedi estremi ed emotivi... [dando] avvio alle riforme necessario che permetteranno agli imprenditori di continuare la loro attività in un nuovo clima...

Riassumendo il punto di vista del capitale avanzato, cosi continua:

ora che il contratto sociale sta nuovamente per essere riveduto, nuovi problemi sociali e ambientali generano una pressione crescente verso ulteriori modifiche e regolamentazioni dell'attività economica. Agendo con prontezza, gli imprenditori potranno assicurarsi una voce in capitolo nel decidere la forma e il contenuto del nuovo contratto sociale.

Il capitale avanzato ricerca dunque un «nuovo contratto sociale», che includa il decentramento e la regionalizzazione delle funzioni di governo, nonché la fusione dell'«inventività» del management societario privato con il potere sovrano dello stato. Per realizzare un «decentramento responsabile», esso creerebbe dei «fronti di controllo locale», ossia enti comunitari senza fine di lucro collegati con gli organismi di programmazione regionale, attraverso i quali i fondi verrebbero convogliati dalla tesoreria statale alle società private che effettuano investimenti sodali-industriali. Sempre di più, lo sviluppo del complesso sociale-industriale e la pianificazione regionale sono questioni inseparabili. E dal momento che la pianificazione regionale presuppone un'amministrazione politica regionale dominata dalle grandi società per azioni, se il complesso sociale-industriale potrà o no alleviare la crisi fiscale dipenderà dal successo che avranno il grande capitale e l'esecutivo federale nel persuadere le amministrazioni locali a collaborare, o nel costringerle a sottomettersi.
In tutt'altra direzione vanno gli sforzi dei gruppi minoritari, dei movimenti per il controllo delle comunità, del movimento di liberazione delle donne, ecc., per diffondere nella società il controllo dal basso. Questi movimenti popolari vogliono quello che i pianificatori capitalistici chiamerebbero un «decentramento irresponsabile». Essi non lottano soltanto per decidere l'ammontare dei fondi statali destinati all'investimento sociale e al consumo sociale, ma anche per controllare i trasporti, la sanità, l'istruzione, gli asili-nido e altre attività. Sempre di più, la posta in gioco coincide con la ripartizione stessa del prodotto sociale fra le principali classi economiche e all'interno di esse, e con i modi stessi di utilizzare il prodotto sociale. Il complesso sociale-industriale e la tendenza al decentramento racchiudono dunque obiettivi contraddittori e potenzialmente esplosivi. Se la crisi sociale, che è alla base della crisi fiscale, non sarà esasperata dalla comparsa di un forte movimento della sinistra rivoluzionaria (o di una reazione fascista), allora il pieno sviluppo del complesso sociale-industriale diventerà una possibilità reale. Ma se nella politica americana si avesse una brusca svolta verso sinistra o verso destra, è chiaro che il significato sociale, economico e politico del complesso cambierebbe profondamente.

Dobbiamo affrontare ora la questione della rivolta fiscale contemporanea. Va subito notato che il termine «rivolta fiscale» possiede diversi significati a seconda delle persone e dei tempi. Il popolo – su questo gli storici sarebbero probabilmente concordi - non ha mai amato pagare tasse e ha cercato di opporvisi. Questa «resistenza» può esprimersi nel brontolare e nel compiere piccole frodi nelle dichiarazioni, oppure nel rovesciare il governo con la violenza, e in altre azioni intermedie. Cosi pure, gli storici converrebbero che questa resistenza è sempre stata associata a molti fattori, quali il dominio da parte di una potenza straniera, la ripartizione del carico tributario, l'uso del gettito fiscale, la capacità dei contribuenti di trasferire l'attività economica in settori non tassati, la facilità con cui la popolazione colpita dalle imposte può vendere i propri prodotti e in tal modo procurarsi denaro per l'esattore, il livello generale della povertà e cosi via. Nel periodo attuale, in cui la grande maggioranza della popolazione è proletarizzata e sprovvista dell'accesso diretto ai mezzi di produzione, la resistenza al fisco divampa quando chi sopporta l'onere delle imposte avverte che la struttura fiscale è ingiusta e/o disapprova il modo in cui lo stato effettua le sue spese. Proteste quali «le tasse sono troppo alte» possono voler dire «le mie tasse sono troppo alte e quelle di qualcun altro troppo basse», «il governo spende troppo», oppure «il governo spende troppo per qualcun altro e non abbastanza per me», o tutte e tre le cose.
La resistenza fiscale può avere conseguenze politiche estremamente gravi per l'ordine costituito nelle società capitalistiche avanzate. La ragione di fondo è che il lavoratore medio non può sfuggire alle imposte personali sul reddito, alle imposte sulle vendite e di fabbricazione, ne agli altri tributi che ricadono direttamente sul reddito e sul consumo. In fasi precedenti del capitalismo, quando la maggioranza dei contribuenti conservava dei legami con un'attività familiare - fattoria, negozio o azienda -, spesso la gente poteva abbandonare l'attività economica tassata e far ritorno alla produzione non tassata per la sussistenza. Ciò non è più possibile, dato che nella grande maggioranza i contribuenti sono lavoratori con capacità professionali o funzioni inutili nella produzione di sussistenza. Cosi, sebbene nelle parole di Marx «la lotta fiscale [sia] la forma più antica di lotta di classe», oggi l'unica forma rilevante di rivolta fiscale è la lotta politica contro lo sfruttamento fiscale. Negare il voto agli uomini politici «dalle mani bucate», organizzare movimenti politici, rifiutare il pagamento delle imposte come atto politico consapevole: ecco alcune delle molte forme di disobbedienza politica. Sostengono alcuni che alla preminenza della lotta politica vi sarebbe un'eccezione: il fatto che i lavoratori possono lottare per ottenere salari monetar! più elevati, tali da compensare l'onere della maggiore tassazione, e costringere in tal modo lo stato a finanziare l'espansione del bilancio attraverso l'inflazione (tassazione indiretta), anziché con l'aumento della tassazione diretta. Tuttavia l'imposta sul reddito, essendo progressiva, neutralizza in parte o in tutto lo «sgravio» ottenuto per mezzo delle lotte salariali. In ultima analisi, è probabile che la resistenza fiscale fallirà, se non diventerà apertamente politica.
Oggi la resistenza del contribuente si esprime in termini economici e politici. Le lotte salariali hanno fra l'altro lo scopo di recuperare il salario via via perso per effetto della più elevata tassazione diretta e dell'inflazione. Nella misura in cui sono vincenti, queste lotte aggravano l'inflazione, e in tal modo riflettono e insieme intensificano la crisi fiscale. Analogamente, la resistenza politica contro la tassazione riflette e intensifica il divario fra le spese e le entrate dello stato. Cosi la rivolta fiscale, che è innescata dal volume e dalla composizione delle spese statali, oltre che dalla ripartizione del carico tributario, renderà più difficile in futuro il finanziamento di bilanci in espansione.

Sebbene i contribuenti includano i piccoli imprenditori, i professionisti e la classe operaia, la resistenza fiscale non si organizza secondo linee di classe. I problemi fiscali sono raramente percepiti in termini generali, in parte a causa della generale assenza di unità nella classe operaia americana, e in parte perché il sistema fiscale stesso occulta il carattere classista del bilancio.
Di solito i problemi fiscali vengono visti secondo un'ottica di gruppo di interesse o di comunità singola, col risultato di dividere, e non di unire, la classe operaia. La crescita di migliala di unità contribuenti autonome e il proliferare dei distretti speciali e delle autorità sovrammunicipali tendono a porre una comunità contro l'altra, un distretto fiscale contro l'altro, il sobborgo contro la città madre. La basilare questione di classe della finanza statale - come si ripartiscono la tassazione e le spese fra le diverse classi sociali - riemerge cosi in una nuova forma. Le città cercano di costringere i sobborghi a pagare un'«equa parte» delle spese cittadine; la popolazione relativamente agiata dei sobborghi contrasta i programmi della città madre (ridistribuzione del gettito, imposte sul reddito della città madre, imposte sui pendolari, consolidamento o fusione dei distretti fiscali, ecc.). Alcuni sobborghi stanno ora passando all'offensiva e offrono incentivi al capitale privato allo scopo di dotarsi di una base industriale e commerciale più autonoma. In sostanza, la classe operaia del settore monopolistico, i piccoli imprenditori, i professionisti e il grande capitale si battono per mantenere e per estendere i privilegi di cui essi godono in parte a spese della popolazione eccedente, in particolare a spese della popolazione eccedente occupata nel settore concorrenziale.
Anche le imposte immobiliari incontrano una crescente resistenza. In passato esse finanziavano migliorie e lavori pubblici a vantaggio dei proprietari. Oggi un simile rapporto fra queste imposte e le spese è scomparso quasi del tutto (se si eccettua il caso delle scuole). Anzi, si manifesta la tendenza a usare il gettito per finanziare spese a cui molti proprietari di immobili sono contrari. In molte città i residenti che abitano in una casa di loro proprietà stanno lanciando campagne per ottenere che siano indetti dei referendum fiscali contro gli interessi commerciali e industriali del centro cittadino, le cui proprietà immobiliari sono sottovalutate ai fini fiscali. Nei sobborghi poi è molto diffusa l'idea secondo cui l'imposta immobiliare dovrebbe essere sostituita in tutto o in parte da altri cespiti di entrata, una convinzione questa che gli uomini politici di destra negli organi statali e locali sfruttano a vantaggio del piccolo capitale. Fra l'altro a causa della sua impopolarità, l'imposta immobiliare fornisce solo una quota relativamente modesta delle entrate statali e locali (rispettivamente il 5 e il 50 per cento). Inoltre le imposte sugli immobili posseduti da persone fisiche sono state quasi interamente abolite

[Da La crisi fiscale dello Stato, Einaudi, Torino 1977, pp. 253-58]

venerdì 15 giugno 2012

Il fiscalismo moderno è il miglior sistema per rendere l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e… sovraccarico di lavoro


Karl Marx (1818-1883)



Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia un aumento delle imposte in seguito. D’altra parte, l’aumento delle imposte causate dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt[1] l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per rendere l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e… sovraccarico di lavoro.

Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 24; trad. italiana a cura di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1970, I3, pp. 215-16.



[1] Jan De Witt (1625-1672), statista olandese. Capo della borghesia dei Paesi Bassi,  guidò la lotta contro l’Inghilterra e la Francia,  nonché l’opposizione alla casa d’Orange. 


giovedì 14 giugno 2012

Ai beni e ai servizi pubblici non si possono applicare le regole ordinarie del mercato


Maurice Dobb (1900-1976)



[Da Léon Walras (1834-1910)] in poi è stato accettato che ai «beni pubblici» non si possono applicare le regole ordinarie del mercato.

     Il confine tra questi beni ed i beni privati è stato raramente definito in modo chiaro, e forse non può esserlo. Eppure le dimensioni di tale settore, e quindi la misura in cui esso contribuisce al benessere sociale, è fondamentale per la questione dell’ordine d’importanza da assegnare al tipo delle norme per la determinazione dei prezzi di cui si sono occupati gli economisti del benessere.

Nel capitalismo, la categoria di beni e servizi pubblici è oggi relegata in confini ristretti (specialmente in America, a cui si riferisce l’espressione galbraithiana [di John Kenneth Galbraith (1908-2006] «opulenza privata, squallore pubblico», e in misura minore anche in Inghilterra) dal timore che possa far concorrenza e recar danno agli interessi privati. Quando questa categoria di beni viene finanziata con l’imposizione generale è probabile che sia ulteriormente ostacolata dall’impopolarità che incontra la sua estensione a spese delle aliquote più elevate – un timore largamente alimentato dalla tradizione individualista e forse soprattutto dai più elevati gruppi di reddito che hanno meno probabilità di avvantaggiarsi in misura corrispondente al loro contributo d’imposta.

L’istruzione gratuita o il latte, le medicine o gli alloggi sovvenzionati, per la loro stessa natura interesseranno in maniera diseguale  le differenti famiglie e i differenti gruppi sociali e i differenti livelli di reddito. Essi equivalgono a sussidi dati a certe forme di consumo a spese di altre, ed hanno natura e misura così differenti (per quanto riguarda l’incidenza su particolari gruppi e individui) da rendere scarsamente possibile un sistema capace di distribuire l’onere supplementare d’imposta secondo qualche criterio basato sul beneficio. Anzi, anche se ciò fosse possibile, il fine primario del provvedimento (il suo effetto di distribuzione del reddito) sarebbe in molti casi annullato da un tale sistema di imposizione.

    [I beni e i servizi pubblici hanno] una importanza che va oltre quella di essere semplici «eccezioni» ai precetti della distribuzione effettuata dal mercato attraverso il sistema dei prezzi, [si tratta] di un intero «settore» o «divisione del consumo comunitario», che sta accanto e a riscontro del «settore» o «divisione del consumo individuale». (…) A quest’ultimo si dovrebbero applicare le tradizionali norme di determinazione dei prezzi; mentre al primo, proprio per la sua natura e raison d’être, non si dovrebbero applicare. La soddisfazione dei bisogni nell’ambito di questa sfera comunitaria dovrebbe essere decisa fuori del mercato e in base ad altre ragioni che non siano la «domanda di mercato»; in molti casi la distribuzione potrebbe essere addirittura gratuita e completamente priva di prezzi.

Le due principali categorie di beni e di servizi che hanno i requisiti per essere inclusi in questa sfera comunitaria sono, in primo luogo, i beni che soddisfano bisogni essenzialmente collettivi e che per la loro stessa natura sono consumati collettivamente, e in secondo luogo le soddisfazioni che hanno caratteristiche meno precise dei beni e servizi, che non possono essere divise o graduate tra gli individui, ma che devono essere godute nelle stessa misura da tutti o da nessuno.

[È diventato un luogo comune] argomentare che il consumatore debba coprire il costo di ogni prodotto che egli acquista; altrimenti vi sarebbe discriminazione. Ne consegue che i ricavi della vendita di un prodotto devono essere eguali al suo costo. Sulla base di questo «principio» da diversi economisti è stato sostenuto che è ragionevole attendersi che le persone che traggono beneficio da un certo prodotto o servizio coprano per intero – e in proporzione al rispettivo consumo – il costo che la società incontra per produrlo compreso il costo dell’investimento originario. Se i ricavi coprono solo il costo marginale (nel caso che questo sia minore del costo medio) la differenza (che rappresenta il costo dell’investimento originario) dovrà essere sopportata da qualche settore della comunità, e se non è addebitato a coloro che consumano il prodotto, questo costo ricadrà su altri che non sono i beneficiari. Come principio morale a sé stante, questo «principio del beneficio» è manifestamente in grado di esercitare un richiamo molto differente sulle differenti persone. Chi scrive può soltanto dire di non essere mai stato convinto che gli si dovesse dare molto peso come principio economico, qualunque sia il richiamo politico che esso può avere in particolari contesti. Il «principio del beneficio» non ha raggiunto un posto molto preminente nella finanza pubblica come principio regolatore della distribuzione dell’imposta: generalmente e molto giustamente esso ha ceduto sempre il passo a considerazioni di «equità » e di «capacità contributiva». Nella politica dei prezzi in generale esso evidentemente non può competere sullo stesso piano con le considerazioni della distribuzione del reddito; e può difficilmente avere l’onore di una citazione salvo forse da chi crede che l’attuale distribuzione del reddito sia ideale o di ispirazione divina.


[Passi scelti da Economia del benessere ed economia socialista (tit. or. Welfare economics and the economics of socialism, Cambridge University Press, 1969), Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 243-46; 266-67, con alcuni lievi adattamenti formali]


Un gassificatore in meno






A Bedizzole [12.058 abitanti in 21 frazioni sparse su 26 Kmq! N.d.r.], vicino al lago di Garda, un comitato di cittadini è riuscito a bloccare la realizzazione di un inceneritore (o gassificatore) sperimentale di cacca di pollo (pollina).


Dopo le amministrative di maggio 2012 e dopo la giornata di oggi si riaccende un barlume di speranza, potendo toccare con mano quanto possa essere importante il risveglio dei cittadini, per troppi anni controllati unidirezionalmente dai mass media, e che oggi possono, invece, attivarsi e moltiplicare il loro potere grazie alla comunicazione e alla collaborazione.

Il progetto era stato presentato oltre un anno fa da una azienda, che ne avrebbe ricavato finanziamenti pubblici milionari a favore delle energie rinnovabili. La pollina, infatti, è stata recentemente equiparata per legge alle biomasse per poterne incentivare l'incenerimento. 

Scelta in controtendenza rispetto allo smantellamento degli inceneritori in corso in America e in Europa, le cui linee guida per l'ambiente indicano il divieto di realizzazione di nuovi inceneritori per rifiuti che possono essere differenziati o compostati.

La pollina non è un buon combustibile e può essere trattata in molti modi più ecologici rispetto all'incenerimento: ma l'incenerimento permette anche di aggirare la direttiva nitrati (che impone agli allevatori l'onere di spargerla in superfici estese per diluire l'effetto dannoso sul suolo di un rifiuto pieno di antibiotici e sostanze chimiche: c'è poco di naturale negli allevamenti intensivi!).

La pollina, per di più, sarebbe stata per buona parte importata da altre zone, con un andirivieni di centinaia di mezzi pesanti al giorno.

L'impianto sarebbe, dunque, stato inefficiente, antieconomico, e con pesanti emissioni nell'atmosfera, già gravata dai record di inquinamento (e di tumori) della Pianura Padana.

Ma, secondo la legge, un inceneritore di biomasse fino a un MegaWatt può essere approvato dalla Provincia con iter semplificato, senza Valutazione di Impatto Ambiantale (VIA) e senza parere vincolante dei Comuni. In tutta Italia fioriscono, pertanto, decine di progetti analoghi, che aspirano ad approfittare degli incentivi: un vero sperpero di denaro pubblico per progetti spesso di nessuna utilità pubblica, visto che, oltre tutto, il fabbisogno energetico del paese è già abbondantemente coperto. 

Il comitato bedizzolese ha raccolto 10.000 firme e ha ottenuto il coinvolgimento di sette comuni di partiti diversi (ma concordi nella contrarietà al progetto!). 

Grazie a cinque manifestazioni di protesta, tre conferenze con esperti per valutare rischi e alternative e una fiaccolata, è stata tenuta viva l'attenzione dei cittadini e dei media, anche grazie all'utilizzo massiccio dei social media.

Tutto ciò ha convinto i funzionari provinciali a ponderare con molta cautela una domanda che, senza la mobilitazione popolare, sarebbe stata pressoché automaticamente accolta. 

Ben lontano dalla semplice mentalità "Nimby" [Not in my backyard, non nel mio cortile; n.d.r.], il Comitato si è battuto non per spostare l'impianto, ma per dimostrare la dannosità sociale ed ecologica di questi progetti e di tante altre fonti di nocività non giustificate dall'interesse pubblico. E, nei mesi, il dialogo con altri comitati ha portato ad una vera e propria
Rete provinciale per l'ambiente, con continuo scambio di informazioni, suggerimenti, manifestazioni condivise e un vero progetto: liberare la provincia più inquinata d'Italia dalle proprie fonti di nocività.

Il 13 giugno la risposta: la provincia di Brescia ha ascoltato le ragioni dei cittadini, degli imprenditori agricoli e turistici della zona, rifiutando l'approvazione al progetto: l'interesse di un privato non può e non deve schiacciare la salvaguardia della collettività.



P.S. Nella foto della manifestazione di oggi, il consigliere della lista civica M5S del Comune di Desenzano del Garda Luisa Sabbadini insieme ai ragazzi del M5S che hanno aiutato con la loro presenza il comitato civico di Bedizzole.

(Articolo di Giorgio da Bedizzole)

 

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/lombardia/2012/06/cittadini---inquinatori-1-0.html

martedì 12 giugno 2012

Homenaje a Teofilo Stevenson 1952-2012








È morto Teofilo Stevenson, leggenda della Rivoluzione cubana


 (ASCA-AFP) - L'Avana, 12 giu - E' stato uno dei piu' grandi pugili di tutti i tempi malgrado non sia mai passato fra i professionisti per amore della sua patria, Cuba. Teofilo Stevenson, dominatore della scena della boxe dilettantistica per oltre 14 anni e primo a vincere la medaglia d'oro olimpica nella stessa categoria (pesi massimi) per tre volte consecutive, è morto ieri a 60 anni per un attacco cardiaco.

Nato nel 1952, Stevenson vinse il primo oro a Monaco nel 1972, il secondo nel 1976 a Montreal e nel 1980 a Mosca, ma gli fu negata la possibilità di ottenere una quarta medaglia, quando Cuba aderì al boicottaggio promosso dall'Unione Sovietica contro le Olimpiadi che si disputarono a Los Angeles nel 1984.

Stevenson ha terminato la carriera nel 1986, con il record di 302 vittorie in 321 incontri, diventando poi allenatore e dirigente della Federazione cubana di pugilato e occupandosi di un altro grande campione, Felix Savon, anche lui vincitore di tre ori olimpici (1992, 1996, 2000).

Dopo i giochi del 1976 rifiutò diverse offerte per passare ai professionisti e soprattutto per combattere contro l'allora campione dei pesi massimi Muhammad Ali, rimanendo fedele agli ideali della Rivoluzione Cubana. ''Cos'è un milione di dollari a confronto dell'amore di otto milioni di cubani?'', era solito ripetere. (uda/)
 

La lezione rivoluzionaria di Teofilo

da "il manifesto" del 29 marzo 2006


Incontro con il mito della boxe cubana che oggi compie 54 anni e ha portato in Italia una rappresentativa juniores per una serie di stage con i pugili di casa nostra. «Lo sport è salute perché dà molti più anni alla vita di quanti la vita ne dia allo sport. Così vinciamo nonostante l'embargo Usa»

Oggi il mito compie 54 anni. Alto, ancora «tirato », per nulla ingrassato, come è invece accaduto a tanti altri pugili una volta scesi dal ring sulla terra. Lo abbiamo atteso nella sala del palazzo delle Federazioni, a Roma, mentre intanto dallo schermo arrivavano le immagini del documentario dedicatogli da Alessandro Angelini. Sei ragazzi in tuta cubana accompagnano le movenze di Teofilo negli incontri che l'hanno consegnato alla storia del pugilato. Sono i cadetti juniores che il tre volte oro olimpico cubano ha portato in Italia per una serie di stages con i pari età di casa nostra. Sfugge loro tra le labbra, qua e là, persino un «suggerimento» («gancio!») quando vedono nello schermo l'avversario un po' scoperto. Poi intuiscono scattare il diretto destro - quasi invisibile all'occhio - e sorridono. Soprattutto quando vedono Teofilo, alle olimpiadi di Monaco '72, dare lezione a Duane Bobick, una delle «grandi speranze bianche» che hanno concluso la carriera già tra i dilettanti. Poi lui entra e loro diventano più seri, anche se con gli occhi ridenti. E cercano di capire cosa si dice tra Gianni Minà che intrattiene da par suo la platea (in cui spicca anche Vincenzo Cantatore) e l'esempio vivente che inseguono da quando hanno infilato per la prima volta i guantoni. È un'altra lezione, di stile anche questa. Il mito non si compiace, quasi sminuisce il suo immenso talento, restituendo invece a Cuba, alla Rivoluzione, al sistema educativo che è riuscita a mettere in piedi, i meriti di una carriera difficilmente ripetibile. Del resto loro lo sanno, si sono rivisti bambini nelle palestre sbrecciate, nei cortili polverosi, mentre imparano i rudimenti della noble art dai migliori maestri che ci siano al mondo. Come tecnica, nessuno lo contesta, quella cubana è la scuola migliore. « È un onore ricevere tanti complimenti qui in Italia - esordisce Teofilo con voce calda e soffocata - ma questi vanno ai miei allenatori, al mio popolo, al mio comandante. Se sono diventato così famoso è perché lo sport, insieme alla cultura, all'educazione e alla salute, è stato la base della Rivoluzione cubana come spiegò Fidel Castro nel famoso discorso La storia mi assolverà. Il nostro paese ha fatto sforzi enormi per portare avanti lo sport nonostante l'embargo americano. Con poche risorse, siamo sempre riusciti a fare tanto».

Perché altri paesi latinoamericani molto più grandi di Cuba non hanno mai raggiunto i vostri risultati sportivi?

A Cuba la Rivoluzione ha creato un istituto di medicina sportiva e una scuola internazionale dello sport che ci hanno permesso di tirare su atleti e allenatori di primo livello. E' un sistema che continua a produrre ancora oggi gli stessi talenti del passato. Ospitiamo atleti che vengono da ogni angolo del mondo e a tutti insegnamo che il sacrificio porta risultati. Lo sport è salute perché dà molti più anni alla vita di quanti la vita ne dia allo sport.

Il tuo rifiuto del professionismo fu una scelta ideologica o una conseguenza del fatto che chi prima di te aveva provato l'avventura in America (Kid Gavilan e Kid Chocolate) aveva fallito malamente?

Loro hanno vissuto in un'altra epoca, sotto il regime di Batista. Il nostro apostolo, José Martí, diceva «siate colti per essere liberi». Così uno sa dove andare e quali passi affrontare. Il professionismo tratta i pugili come una merce da vendere e mettere da parte una volta che non servono più.

Chi è l'avversario che ti ha messo maggiormente in difficoltà?

Il rivale più duro è sempre stato l'allenamento. Se non lo superi, non puoi vincere. Come lo studio prima degli esami.

Cos'è la paura sul ring? 

Ognuno la vede secondo il proprio punto di vista. Per me è la responsabilità di affrontare un impegno. Se sei ben preparato, la paura scompare.

Negli anni settanta tutto il mondo sognava un incontro tra te e Alì, come sarebbe finita?

Lo hanno chiesto anche a lui e ha risposto che il match sarebbe finito pari. Mohammed è stato uno dei più grandi di sempre, prima come uomo poi come pugile. Si è battuto per i diritti della sua gente, ha cercato di aiutare il mondo a risolvere i problemi. Ha un grande cuore e una grande sensibilità, soprattutto nella vita privata.

E della parabola di Tyson che pensi? 

Non conosco il mondo professionistico e dunque non mi sento di rispondere. Non credo comunque che la sua storia sia molto diversa da quella di tanti altri finiti male, la boxe ne è piena di casi così.

Sei mai andato ko? 

Una volta, in Bulgaria, durante una finale di un torneo juniores. Scivolai e mi rialzai senza problemi. Knockdown non mi ci ha mai messo nessuno.

Neanche il tuo erede, Felix Savon, quando facevate guantoni insieme?

Ci ha provato due volte e due volte l'ho steso, senza muovere i piedi, solo le mani. Io lo avvisavo prima: guarda che se mi colpisci fai male. I suoi allenatori gli dicevano di studiarmi e non provocarmi. Lo mandai a gambe all'aria prima di un mondiale e Alcides Sagarra lo rimproverò: a un leone puoi tirargli la coda finché dorme ma quando si sveglia lascia perdere...

Le prossime medaglie olimpiche Cuba le conquisterà in Cina... 

Mi dicono che i cinesi sono grandi organizzatori di eventi. Vedremo.

(Francesco Piccioni)

lunedì 11 giugno 2012

Un terrificante attentato alla salute psichica e fisica della spocchiosissima ed incompetentissima vice-sindachessa Ripamonti e l'inettitudine dell'Asinistra





    La sentenza n. 147/2012 della Corte Costituzionale [per il testo integrale click Ricerca sulle pronunce] ha dichiarato che era illegittima la norma, voluta dal ministro Gelmini, che obbligava a raggruppare le scuole dalle materne alle medie inferiori in Istituti Comprensivi di almeno 1000 alunni. Il PD e la spocchiosissima, incompetentissima, inetta e sempre più imbufalita vice-sindachessa Ripamonti, e Ti-che-te-tarchett-i-ball e tutti i loro amici, possono mettersi dove si capisce anche se non lo scrivo la delibera con la quale riuscivano a fare ancor peggio della già pessima norma nazionale: abusando di una legge finanziaria berlusconiana, al tempo già impugnata da sette Regioni, volevano cedere due scuole al Comune di Solaro e creare a Limbiate, come conseguenza obbligatoria, due enormi I.C., uno di 1.300 e l’altro di 1.700 alunni! Un’aberrazione che nessun altro sarebbe riuscito a concepire.
La vice-sindachessa spocchiosissima ora lamenterà, probabilmente, che anche i giudici della Consulta esprimono una “visione di radicale disistima politica e personale” di lei Angela Ripamonti, come quella che esprime il sottoscritto, della quale si è lamentata nel corso di una delle tante violazioni del regolamento del Consiglio Comunale sulle quali non osa aprir bocca la servile Wanda Osiris presidente; l’orang-outang della politica limbiatese concionerà invece che lui resta convinto della giustezza del provvedimento comunale, ecc. ecc. Tralasciamo, però, di infierire su questa corte dei miracoli; concediamo una tregua alla vice-sindachessa, che in queste ore, poverina, dev’essere sconvolta da un travaso di bile. Vale la pena, invece, di fare qualche considerazione, alla luce del modo in cui si è conclusa la vicenda, sull’ormai evanescente Comitato Scuola Città e sulla lista elettorale dell’Asinistra, che occupa il C.S.C. e lo egemonizza con i metodi tipici della partitocrazia.
La sentenza, infatti, non è una sconfitta solo per il PD e per il gruppo di potere sovracomunale del quale fa parte la Ripamonti; essa mette in chiaro, anche, il fallimento del Comitato Scuola Città, che dopo il Consiglio Comunale aperto del 26 ottobre 2011 ha rifiutato di scontrarsi con la giunta, come l’evolversi dei fatti avrebbe imposto, non solo perché la maggioranza dei suoi membri aveva votato per il centrosinistra, ma soprattutto in ossequio al volere dell’Asinistra di Limbiate, che su alcuni membri del C.S.C. esercita, più che un’egemonia, un vero e proprio plagio. A Limbiate, oltre ad alcuni gruppetti di politicanti (o aspiranti politicanti) non c’è niente. I cittadini ogni tanto sono convocati per sorbire la brodaglia retorica di Pellegata e per scrivere pizzini. Niente di più. In questa situazione, il C.S.C. ha gettato al vento l’occasione irripetibile di avviare, finalmente anche a Limbiate, la costruzione di una forma di organizzazione dei cittadini autonoma dalle cerchie dei politicanti. Un’esperienza che, se fosse stata portata avanti con coerenza, ora vedrebbe confermato il suo valore, ed anzi sarebbe esaltata, dalla decisione della Consulta. Invece, “maestri”, eminenze grige e consiglieri comunali dell’Asinistra, che si fanno venire l’itterizia al solo pensiero di dover fare opposizione ad un partito ultraliberista come il PD, hanno consigliato e favorito l’auto-insabbiamento del C.S.C. Piuttosto che favorire lo sviluppo di una coscienza autonoma dei cittadini, consiglieri comunali e “maestri” dell’Asinistra, hanno preferito consigliare e favorire l’atrofizzazione dell’unica esperienza associativa degli ultimi decenni che dalla concretezza dei fatti era spinta a reclamare  una reale partecipazione alle decisioni politico-amministrative. (Lo riconosceva un filosofo della politica come Norberto Bobbio, liberale ma onestissimo: la partecipazione c’è solo quando si partecipa ad una decisione; tutto il resto, nella migliore delle ipotesi, è solo bric-à-brac “consultivo” o, peggio ancora, banale “ascolto”). 
   Il vuoto lasciato dal C.S.C. è oggi occupato spregiudicatamente dal centro-destra, al quale è lasciata l'organizzazione e la guida della protesta per l'aumento delle tariffe dei servizi pubblici: vale a dire che l'opposizione sociale è stata consegnata nelle mani di chi a suo tempo ha firmato i contratti per i servizi con i soggetti privati che oggi pretendono, ed ottengono, dall'inetta Ripamonti e dal centrosinistra il rispetto delle clausole-capestro che impongono di aumentare le tariffe dei servizi pubblici! Di questo risultato possono gloriarsi i vari Ongaro, Iannone, Gibertini, una maestra ottusa dalla weltanschauung casearia e altri del C.S.C., insieme ai loro mentori e referenti dell'Asinistra.
Ovviamente, ancora una volta, soprattutto gli ultimi appena nominati millantano il contrario, ma la sentenza, che giunge mentre il C.S.C. e l’Asinistra non sono riusciti, neanche lontanamente, ad avvicinarsi all’obiettivo, evidenzia anche che la vicenda degli I.C. sarebbe potuta essere, per una sinistra priva della A, un’occasione d’oro per provare a contendere al PD l’egemonia dell’elettorato del centrosinistra. Se sulla questione degli I.C. fosse stata fatta la scelta di praticare un’opposizione coraggiosa e coerente, da portare avanti, se necessario, anche fino alla rottura della coalizione del centrosinistra, come l’importanza della questione avrebbe richiesto e giustificato (una rottura che tuttavia sarebbe stata del tutto ininfluente per quanto riguarda la maggioranza necessaria per governare il Comune) - quella scelta oggi risulterebbe convalidata, in modo implicito ma evidentissimo, dalla sentenza della Corte Costituzionale. L’assetto politico della coalizione sarebbe modificato; i rapporti di forza diventerebbero più favorevoli per entrambi i consiglieri dell’Asinistra, che appartengono a partiti diversi e si muovono sempre separatamente, a parte qualche comunicato stampa congiunto.
Ma questa scelta è stata rifiutata con terrore. Il fatto è che entrambi i consiglieri dell’Asinistra partecipano alla coalizione con la preoccupazione angosciosa e corrosiva di, e solo per, ottenere un po’ di visibilità, che non sarebbero in grado di procurarsi diversamente, non avendo mai fatto nella loro vita, né conosciuto, e men che meno studiato, una qualsiasi esperienza di prassi sociale. Una preoccupazione che prevale su qualsiasi considerazione politica, della quale del resto non sono capaci, poiché della politica riescono ad immaginare solo le mistificazioni più o meno consolatorie nelle quali quotidianamente si avvoltolano, e ne disconoscono la vera natura. (Questo modo di stare nella coalizione risulta proficuo più per Traina che per l’altro, che è solo grant, gross, pussé ciula che baloss, ma crede di essere un  Atlante con il mondo sulle spalle).
Una diversa situazione dei rapporti di forza avrebbe positive conseguenze su molte altre questioni, a proposito delle quali l’Asinistra ha un mancamento al solo pensiero di fare davvero l’opposizione interna (infatti non la fa). Su questioni come le tariffe dei servizi, in particolare quella del trasporto scolastico, il fisco comunale, il PGT, l’area di Via Ravenna, il P.L. Euronics, gli OO.UU, ecc., con rapporti di forza più favorevoli si potrebbe contrastare il neo-liberismo selvaggio della vice-sindachessa, di Ti-che-te-tarchett-i-ball, dello sbrodolante neo assessore alla speculazione edilizia, dell’improbabile e desolante De Luca. Ma, lo diceva già Don Abbondio (o meglio Alessandro Manzoni, che nel 1848, tuttavia, essendo troppo vecchio per andare sulle barricate milanesi, consigliò al figlio di andarci): il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare.

***

Per chi non ha la pazienza di fare una lettura integrale della sentenza della Corte Costituzionale, ne riporto le parti essenziali dopo aver premesso, per una migliore comprensione, l’articolo 19, comma 4, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011:

«Per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012 la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti compresivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche».

Le parti essenziali della sentenza:

[…]

Il (…) D.P.R. 20 marzo 2009, n. 81 (Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola, ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), mirava a modificare il quadro normativo, disponendo, all’art. 1, che alla definizione «dei criteri e dei parametri per il dimensionamento della rete scolastica e per la riorganizzazione dei punti di erogazione del servizio scolastico, si provvede con decreto, avente natura regolamentare, del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, adottato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza unificata» tra lo Stato e le Regioni. Il medesimo art. 1, peraltro, stabilisce che, fino all’emanazione del menzionato decreto ministeriale, continui ad applicarsi la disciplina vigente, in particolare il d.P.R. n. 233 del 1998, ivi compreso il relativo art. 3 da considerarsi abrogato soltanto all’atto dell’entrata in vigore del predetto decreto ministeriale (art. 24, comma 1, lettera d, del d.P.R. n. 81 del 2009).

Non risulta (…) che tale decreto sia mai intervenuto, tanto che alcune delle Regioni ricorrenti hanno fatto presente, negli odierni ricorsi, che l’art. 19, comma 4, in esame è stato emanato quando esse avevano già provveduto all’approvazione dei piani regionali di dimensionamento in vista dell’inizio dell’anno scolastico 2011/2012, piani evidentemente formulati secondo lo schema di cui al d.P.R. n. 233 del 1998.

4.— Alla luce delle osservazioni che precedono, la questione avente ad oggetto l’art. 19, comma 4, è fondata.

La disposizione censurata mostra, anzitutto, un certo margine di ambiguità perché, mentre impone l’aggregazione delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, in istituti comprensivi, non esclude la possibilità di soppressioni pure e semplici, cioè di soppressioni che non prevedano contestuali aggregazioni. Ma, comunque, anche volendo disattendere questa possibile lettura, è indubbio che la disposizione in esame incide direttamente sulla rete scolastica e sul dimensionamento degli istituti, materia che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 200 del 2009, n. 235 del 2010 e n. 92 del 2011), non può ricondursi nell’ambito delle norme generali sull’istruzione e va, invece, ricompresa nella competenza concorrente relativa all’istruzione; la sentenza n. 200 del 2009 rileva, in proposito, che «il dimensionamento della rete delle istituzioni scolastiche» è «ambito che deve ritenersi di spettanza regionale». Trattandosi di ambito di competenza concorrente, allo Stato spetta soltanto di determinare i principi fondamentali, e la norma in questione non può esserne espressione.

L’art. 19, comma 4, infatti, pur richiamandosi ad una finalità di «continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione», in realtà non dispone sulla didattica: esso, anche con questa sua prima previsione, realizza un ridimensionamento della rete scolastica al fine di conseguire una riduzione della spesa, come, del resto, enunciato dalla rubrica dell’art. 19 («Razionalizzazione delle spese relative all’organizzazione scolastica. Concorso degli enti locali alla stabilizzazione finanziaria»), dalla rubrica del Capo III del decreto-legge («Contenimento e razionalizzazione delle spese in materia di impiego pubblico, sanità, assistenza, previdenza, organizzazione scolastica»), nonché dal titolo del medesimo («Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria»). L’aggregazione negli istituti comprensivi, unitamente alla fissazione della soglia rigida di 1.000 alunni, conduce al risultato di ridurre le strutture amministrative scolastiche ed il personale operante all’interno delle medesime, con evidenti obiettivi di risparmio; ma, in tal modo, essa si risolve in un intervento di dettaglio, da parte dello Stato, in una sfera che, viceversa, deve rimanere affidata alla competenza regionale.

Il carattere di intervento di dettaglio nel dimensionamento della rete scolastica emerge, con ancor maggiore evidenza, dalla seconda parte del comma 4, relativa alla soglia minima di alunni che gli istituti comprensivi devono raggiungere per ottenere l’autonomia: in tal modo lo Stato stabilisce alcune soglie rigide le quali escludono in toto le Regioni da qualsiasi possibilità di decisione, imponendo un dato numerico preciso sul quale le Regioni non possono in alcun modo interloquire. Va ribadito ancora una volta, invece, come questa Corte ha chiarito nella sentenza n. 200 del 2009, che «la preordinazione dei criteri volti all’attuazione del dimensionamento» delle istituzioni scolastiche «ha una diretta e immediata incidenza su situazioni strettamente legate alle varie realtà territoriali e alle connesse esigenze socio-economiche di ciascun territorio, che ben possono e devono essere apprezzate in sede regionale, con la precisazione che non possono venire in rilievo aspetti che ridondino sulla qualità dell’offerta formativa e, dunque, sulla didattica».

Occorre rilevare, per completezza, che l’Avvocatura dello Stato ha invocato, nei propri scritti difensivi, oltre ai titoli di competenza esclusiva ed ai principi fondamentali in tema di competenza concorrente in materia di istruzione, anche quello di competenza concorrente relativo al coordinamento della finanza pubblica. 
 La Corte osserva, al riguardo, che, pur perseguendo la disposizione in esame – come si è detto – evidenti finalità di contenimento della spesa pubblica, resta pur sempre il fatto che anche tale titolo consente allo Stato soltanto di dettare principi fondamentali, e non anche norme di dettaglio; e, secondo la giurisprudenza di questa Corte, «norme statali che fissano limiti alla spesa delle Regioni e degli enti locali possono qualificarsi principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica alla seguente duplice condizione: in primo luogo, che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della medesima, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente; in secondo luogo, che non prevedano in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi» (sentenza n. 326 del 2010). 
 Sulla base delle precedenti considerazioni, va rilevato che la disposizione sottoposta a scrutinio non risponde alle condizioni necessarie per costituire un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica.

[…]
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19, comma 4, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011;

[…]

venerdì 8 giugno 2012

Non saremo ridotti al silenzio






Ogni giugno, leader sindacali, datori di lavoro e funzionari governativi si incontrano a Ginevra per la Conferenza Internazionale del Lavoro. E ogni anno dal 1926, questa conferenza ha dedicato un po' di tempo per discutere delle peggiori violazioni dei diritti sindacali. Ma non quest'anno - perché quest'anno i datori di lavoro si sono impuntati e hanno detto "no". Mentre scrivo queste parole, i sindacati hanno rilasciato alcune forti dichiarazioni (ecco un esempio: http://www.imfmetal.org/index.cfm?c=30052&l=2) e stiamo monitorando la situazione. Se necessario faremo certamente una campagna online.

In concomitanza con la conferenza, la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI-ITUC) ha appena pubblicato la sua relazione annuale sulle violazioni dei diritti sindacali – ed è una lettura che dà i brividi.

"La Colombia è ancora una volta il paese più pericoloso al mondo per i sindacalisti," scrive la CSI. "Delle 76 persone uccise per le loro attività sindacali, senza contare i lavoratori uccisi durante la Primavera Araba, 29 hanno perso la vita in Colombia. E in Guatemala, ancora una volta i sindacalisti hanno pagato un alto prezzo, con 10 omicidi commessi impunemente. Altri otto sindacalisti sono stati uccisi in Asia."

È possibile leggere il rapporto completo qui.

Come ad evidenziare questi problemi, due delle federazioni sindacali globali hanno lanciato appelli importanti nelle ultime 24 ore.

Il primo è a sostegno dei lavoratori petroliferi in Iraq - assicurati di partecipare alla campagna online qui.

L'altro sostiene nove leader sindacali in Algeria, cinque dei quali donne, che sono in sciopero della fame dal 6 maggio. Anche loro hanno bisogno del tuo sostegno urgentemente - clicca qui.

I rappresentanti dei datori di lavoro a Ginevra possono volere che smettiamo di parlare dei diritti dei lavoratori, e forse riusciranno a farlo durante la conferenza dell'ILO. Ma non possono impedirci di fare le nostre campagne - come gli faremo vedere nelle prossime ore. Stiamo per riempire le caselle di posta dei dirigenti politici di Iraq e Algeria con i nostri messaggi di protesta. E mostreremo ancora una volta al mondo cosa significa solidarietà.

So che posso contare sul vostro sostegno – grazie!


Eric Lee

domenica 3 giugno 2012

La bufala dell’esenzione dall’addizionale comunale all’IRPEF


 



Nessuno sembra volersene accorgere, ma la sempre più imbufalita vice-sindachessa Ripamonti (che fa anche finta di occuparsi del bilancio del Comune di Limbiate) è riuscita ancora una volta a regalare alla parte più povera dei cittadini limbiatesi l’ennesimo provvedimento odioso: l’esenzione dall’addizionale comunale all’IRPEF per i redditi non superiori a 8.000 euro, approvata dal Consiglio Comunale il 29 maggio. L’odiosità non sta negli effetti del provvedimento, che saranno nulli, bensì nel fatto che si tratta di una bufala, di una cinica e oltraggiosa presa per i fondelli di pensionati con assegno minimo e di lavoratori precari, soprattutto donne e giovani, poiché i redditi fino alla soglia indicata sono già esenti dall’IRPEF, e per conseguenza anche da qualsiasi addizionale!
Infatti, per la dichiarazione dei redditi 2012, le soglie reddituali di esenzione totale dall'IRPEF per ciascuna categoria di reddito sono le seguenti: 
  
- lavoro dipendente per l'intero anno:  8.000 euro  
- lavoro dipendente per meno di un anno:  4.800 euro  
- lavoro non dipendente:  4.800 euro
- redditi di attività sportive dilettantistiche: 7.500 euro  
- pensione con età uguale o superiore a 75 anni: 7.750 euro  
- pensione con età inferiore ai 75 anni: 7.500 euro  
- rendita catastale prima casa e relative pertinenze:  nessuna soglia  
- redditi di terreni: 185,92 euro  
- redditi agrari: 500 euro  
- redditi dominicali di terreni: 500 euro 
- redditi di fabbricati:  500 euro  
- altri redditi non rapportati al periodo di lavoro:  4.800 euro.

Immaginiamo il fervore con il quale l’atto è stato preparato: le consultazioni con il Dr. Cogliati, responsabile finanziario del Comune; i calcoli complessi per stabilire che la cassa pubblica sarebbe privata all’incirca di soli 18.000 euro; il lavorìo della segreteria istituzionale, sotto la guida sicura ed elegante della segretaria comunale, per preparare l’ordine del giorno; le consultazioni nella semiclandestina conferenza dei capi-gruppo. Infine, la vice-sindachessa spocchiosissima ma incompetentissima ha presentato, con una faccia di tolla ammalorata coperta da due dita di cerone, l’imbroglio grottesco al Consiglio Comunale. Accanto a lei sedevano: un collega assessore dell’Italia dei Valori bollati e dei sali e tabacchi, di professione commercialista; un ragioniere comunale che, per le violazioni di leggi e per i danni causati,  dovrebbe essere cacciato dal Comune a pedate nelle posterga; di fronte, fra i consiglieri comunali: un moccioso maleducato e più stupido dell’acqua delle barbe, laureato in economia; un altro ragazzino (anch’egli dell’Italia dei Valori bollati), ragioniere commercialista; un ex revisore contabile; qualche altro diplomato in ragioneria; ecc. Incredibilmente, e senza nessuna difficoltà, il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità!
Ma, come i poveri ben sanno dalla notte dei tempi, gli oltraggi alla povertà sono come le disgrazie, che non giungono mai da sole: la bufala è stata commentata come misura concreta per sostenere le fasce di reddito più basse da una faccia di picegamorto di consigliere capogruppo del PD che si comunica tre volte al giorno, il quale si è premurato di annunciare, anche, che il Comune restituirà l’addizionale all’IRPEF a chi ha quattro figli e un reddito fino a 60.000 euro! In questo modo il centrosinistra pagherà una delle “cambiali” elettorali che gli sono state “girate” un anno fa da chi, stando con i piedi ben piantati nel centro-destra, le aveva “firmate” per coltivare la ridicola pretesa di diventare qualcuno capace di contrapporsi a Romeo. Poi, però, il progetto elettorale è fallito ma, convenientemente alleatosi con il centrosinistra, costui (che ha votato quasi tutti i P.I.I. dell'ultima giunta Romeo; pochi altri non li ha votati solo perché ancora non era subentrato nel consiglio comunale) ha ottenuto, oltre alla promessa di valorizzazioni immobiliari (che se non sarà mantenuta non sarà certo per colpa del centrosinistra), anche il posto di presidente del Consiglio Comunale; in cambio, ha portato anche il pacchetto di voti di un'associazione locale di “famiglie numerose”, previo lo “sconto”, per l’appunto, delle “cambiali” elettorali che aveva "firmato" per ottenere i pochi voti di alcuni gruppi d'interesse. Le cambiali, anche quelle elettorali, prima o poi giungono alla scadenza, ed ovviamente costui, oltre che servirsi della sua “carica” per atteggiarsi a paludatissima Wanda Osiris del consiglio comunale (ma i boys, ahimé, sono alquanto scadenti e a volte riottosi), senza peraltro riuscire a mostrare qualcosa di più di un inverecondo servilismo verso la segretaria comunale, la Ripamonti e la maggioranza, non ha trascurato di servirsene per ottenere per i suoi sostenitori provvedimenti (questi sì, sostanziosi e concreti) dei quali godranno quasi esclusivamente una serie di famiglie che, pur essendo tanto benestanti da potersi permettere il lusso di coltivare e praticare l’ideologia della prole numerosa, pretendono (ed ottengono, a quanto pare!) aiuti in danaro pubblico che non sono assegnati a nessuna famiglia che abbia un reddito inferiore della metà ma, disgraziatamente, solo due o tre figli!
Questa bufala, che non potrebbe manifestare meglio lo “stile” della giunta di centrosinistra, la sua inettitudine a governare il Comune, il tasso di umana solidarietà che permea la sua considerazione politica dei ceti meno abbienti della città, ha dato al consigliere dell’Asinistra l’opportunità di superarsi un’altra volta. Confermando di essere solo grant, gross, pussé ciula che baloss, costui si è complimentato, “anche se lo sgravio riguarda solo le famiglie con reddito limitato”!

sabato 2 giugno 2012

Inno della Repubblica



Matteo Salvatore (1925-2005)