lunedì 9 novembre 2009

Saldare il conto, please. (Una sentenza sulle monetizzazioni degli standard urbanistici di "Milano Citylife" che non fa dormire Romeo, Mestrone & C.)


Il T.A.R. di Milano non ha ancora pubblicato le motivazioni della sentenza, ma solo il dispositivo, che tuttavia è di un tenore da non lasciar spazio a dubbi [click here]: le monetizzazioni degli standard urbanistici del mega P.I.I. “Milano Citylife” sull’area Portello-Fiera (quello dei grattacieli storti che anche Berlusconi ha raccomandato di raddrizzare) devono essere pagate come dice l’art. 46 della l.r. 12/2005:

“la convenzione [per l’attuazione del P.I.I.; ndr] può prevedere, in alternativa totale o parziale della cessione [delle aree; ndr], che all'atto della stipulazione i soggetti obbligati corrispondano al comune una somma commisurata all'utilità economica conseguita per effetto della mancata cessione e comunque non inferiore al costo dell'acquisizione di altre aree”.

I costruttori (Generali, Allianz, Ligresti e la famiglia romana Toti), che dopo l’approvazione del progetto, nel 2005, se l’erano cavata con la modica cifra di 4 milioni di euro, e che solo dopo la variante del 2008 ne avevano pagati altri 39, molto probabilmente dovranno sborsare al Comune di Milano altri 120 milioni di euro.

Questa sarebbe la conseguenza più che probabile della sentenza del T.A.R. di Milano che ha accolto uno dei ricorsi presentati dall’Associazione "Vivi e progetta un’altra Milano", limitatamente alla parte “attinente la monetizzazione degli standard urbanistici”, nella quale i ricorrenti sostenevano appunto che la monetizzazione degli standard deve essere calcolata come prescrive il citato articolo della legge urbanistica lombarda. Va sottolineato che il T.A.R. ha ribadito il dettato della legge e non si è fatto sviare dalla valutazione dell’area che il Comune di Milano aveva commissionato all’Agenzia del territorio al momento della variante (poiché dopo la prima approvazione del P.I.I. i ricorrenti avevano già puntato il dito sull’entità irrisoria delle monetizzazioni). I giudici amministrativi hanno ritenuto che anche questa valutazione non era “commisurata all'utilità economica conseguita per effetto della mancata cessione”, e comunque era “inferiore al costo dell'acquisizione di altre aree”. Che proprio questo poi si ritroverà argomentato nelle motivazioni della sentenza sembra essere condiviso, nella sostanza, anche da Carlo Masseroli, assessore all’urbanistica del Comune di Milano, il quale ostenta non solo soddisfazione perché la sentenza “consente il proseguimento del progetto”, ma anche “contentezza” perché la sentenza farà arrivare molti milioni nella cassa comunale! Ovviamente cerca di oscurare, in questo modo, il regalo ultramilionario che il Comune di Milano aveva ripetutamente tentato di fare a Ligresti & C. (Ma altri due esposti sono all’esame della Corte dei Conti e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano).

Tuttavia, il P.I.I. “Milano Citylife”, pur uscito dall’esame del T.A.R. sostanzialmente indenne per quanto riguarda gli aspetti urbanistici fondamentali, potrebbe essere affossato dalla moltiplicazione per quattro della somma delle monetizzazioni, poiché, mentre siamo ancora nel pieno di una crisi economica che potrebbe durare ancora a lungo, sembra che i costruttori abbiano grandi difficoltà a trovare i 2,1 miliardi di euro per finanziare il progetto. L’aggiunta di 120 milioni di monetizzazioni, che dovrebbero essere pagati immediatamente, aggraverà ancor più queste difficoltà. [click here]

Ma di difficoltà ve ne sono altre. Sembra ovvio prevedere che per i pubblici ministeri della Procura del Tribunale di Milano che stanno approfondendo la conoscenza della questione delle monetizzazioni (e che hanno già ascoltato i cittadini), la sentenza dei giudici amministrativi inevitabilmente farà giurisprudenza, tanto più autorevole in quanto prodotta dalla magistratura speciale amministrativa. I giudici ordinari presumibilmente cercheranno piuttosto di acquisire elementi per capire attraverso quali procedure extra-amministrative, e con il concorso di chi, è stato determinato un valore delle aree da monetizzare enormemente più basso di quello di mercato (400 euro invece di 2000!), sia al momento dell’approvazione del P.I.I., sia al momento della variante, e chi (oltre ai costruttori, ovviamente) ne ha tratto vantaggio, poiché operazioni tanto rischiose certo non vengono fatte gratis.

Un analogo approfondimento certamente sarà fatto (ma probabilmente viene già fatto) dai magistrati che si occupano dei fatti e delle “procedure”, appunto del tutto analoghe, che io ho cercato di delucidare e documentare con i miei esposti sui vari P.I.I. e piani di lottizzazione di Limbiate. La dimensione di questi “affari” ovviamente è proporzionata alla piccola dimensione del Comune di Limbiate, tuttavia anche qui abbiamo degli standard urbanistici monetizzati in misura irrisoria, tanto da far mancare alla cassa comunale l’introito di diversi milioni di euro. Ma vi sono anche alcune peculiarità locali: oneri di urbanizzazione (ed anche il contributo sul costo di costruzione) “scomputati” abusivamente; prezzi di materiali e lavori che dovevano essere scontati prima dello "scomputo", ma che sono stati invece scomputati interamente; un’area né ceduta né monetizzata, ma letteralmente fatta sparire con una specie di gioco delle tre carte; un’area che la Provincia di Milano avrebbe dovuto vendere al Comune per quattro soldi affinché vi facesse un parcheggio pubblico, ma che il Comune vorrebbe “girare” per quattro soldi ad un’impresa privata; l’esproprio di alcuni terreni per opere di urbanizzazione primaria che dovrebbe essere accollato all’”operatore privato” (eufemismo per “speculatore”), ma che invece si vorrebbe pagare con soldi pubblici; infine, un’area di proprietà pubblica che è stata venduta per meno della metà del valore di mercato.

La svendita dell’area pubblica ad uno speculatore (pardon: a un “operatore privato”) non è certo il danno maggiore alla cassa pubblica, ma è esemplificativa delle procedure amministrative (se si possono chiamare così) con le quali vengono preparate e portate avanti operazioni speculative come quelle dei P.I.I. Per esempio, per dimostrare che il valore di un terreno pubblico sarebbe meno della metà del valore di mercato, l’esimio architetto Franco Zinna, che era capo, fra l’altro, anche di un Ufficio Espropri del Comune che egli ha sempre tenuto in clandestinità, non si è rivolto all’Agenzia del Territorio (come ha fatto il Comune di Milano, tuttavia senza riuscire ad abbindolare il T.A.R.), ma ha preferito pagare, per l’ennesima volta e con i nostri soldi, una fanciulla con il suo stesso titolo affinché periziasse (si fa per dire) i terreni compresi in un modo o nell’altro nel P.I.I. di Via M.te Sabotino. Costei, grazie agli incarichi ricevuti dal sunnominato esimio architetto, in quattro-cinque anni ha incassato dal Comune circa 200 milioni di euro [Recte: 200 mila euro!]* per compiti da "specialista della materia” (fra i quali il ri-disegno dei vialetti di giardini pubblici che sono stati rifatti lì dov’erano e con le stesse dimensioni di prima!). Nella perizia, tuttavia, la fanciulla ha dimostrato di essere così finemente specializzata da riuscire anche a sbagliare qualsiasi calcolo aritmetico. E se quella perizia doveva fungere da giustificazione autorevole dell’operazione-svendita, un’altra, che era stata preparata seguendo procedure ormai dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, doveva fungere (anche) da giustificazione della monetizzazione irrisoria degli standard.

Ma a volte il destino è cinico e baro. Entrambe le perizie, che erano già state adottate, ovviamente senza alcun controllo (nemmeno da parte degli inetti dell'opposizione!), sono finite sotto gli occhi di un essere malvagio come il sottoscritto, e quindi il babbo della "specialista della materia" è stato costretto a venire due volte ad esibire patetiche giustificazioni dell’operato suo e della figlia. In entrambe le occasioni, i farfugliamenti sempre più avviluppati del "perito" tradivano uno stato d’animo che in quelle settimane non doveva essere propriamente olimpico; tuttavia egli è riuscito sia a dire che gli errori di calcolo erano dovuti ad una svista, sia a scivolare nel grottesco proponendo una correzione che a sua volta conteneva un errore di calcolo, sia a smentire se stesso e la sua figliola esibendo un’altra perizia, nella quale il valore del terreno questa volta era molto vicino al prezzo di mercato, sia, infine, ad inventarsi (spalleggiato da un avvocato/assessore davvero valente) un’innovativa giurisprudenza secondo la quale quando la Corte Costituzionale sentenzia che una norma è illegittima, si continua a seguirla finché non viene sostituita da una nuova norma!

Non contento di tutto ciò, il babbo si è spinto oltre, e dopo qualche mese di chissà quali e quante ambasce paterne e filiali, è andato ancora una volta da solo (lui che non aveva ricevuto l’incarico della perizia!) a giurare in Tribunale sulla veridicità di tutte le perizie sue e della figlia. Ma, (talis pater…) nel confezionare un paio di fascicoli di documenti, il babbo ha talmente pasticciato che anche un bambino capirebbe agevolmente lo scopo vero di un atto tanto maldestro, ma non per questo meno grave: impressionare quello che costui considera il vulgo dei cittadini con un "giuramento", al fine di scoraggiare chi si fosse fatto venire l'uzzolo di andare a mettere sotto gli occhi di un sostituto procuratore le copie dei suoi scartafacci. Infatti, esibendo due perizie in contrasto fra loro, più un’altra elaborata con una procedura già dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, costui ha tranquillamente (?) giurato “di aver bene e fedelmente proceduto alle operazioni e di non aver altro scopo di quello di far conoscere la verità”! Ma io, che com'è noto sono un essere insensibile, non mi sono fatto impressionare. Vedremo quale è stato l’effetto che le perizie hanno fatto sui magistrati della Procura del Tribunale e della Corte dei Conti.

Con perizie fornite da consulenti di questo tipo si è preteso di giustificare sia la svendita del terreno comunale, sia la monetizzazione delle aree standard, e mentre il valore/mq dell’area comunale è stato abbassato a meno della metà, il valore delle aree da monetizzare è stato ulteriormente abbassato fino ad un quarto del prezzo di mercato! Che i magistrati vi dedichino il massimo dell’attenzione (e non vedo come ciò potrebbe non accadere), sembra solo ovvio, come sembra ovvio che su quanto emerge dall’esame delle perizie, delle convenzioni e dei fatti che ho abbondantemente esposto e documentato si riverberi anche la recente giurisprudenza del T.A.R. sul P.I.I. “Milano Citylife”.

Si può quindi ritenere plausibilmente che, dopo la sentenza sulle monetizzazioni di “Milano Citylife”, siano aumentate le probabilità di un deciso intervento della magistratura penale, che potrebbe innanzitutto sindacare la legittimità degli atti di molte persone che, ricoprendo ruoli diversi, nelle fasi di elaborazione e di approvazione dei P.I.I. di Limbiate si sono prodigate (spesso con abilità da autentici... peracottari) per assicurare regali milionari ad alcuni palazzinari, e poi disapplicare questi atti qualora li ritenesse illegittimi, salva restando la competenza del Giudice Amministrativo per la loro eventuale rimozione.

Ma, oltre alle difficoltà (chiamiamole così) che potrebbero essere create dalla magistratura penale e che riguarderebbero diverse persone, l’obbligo di monetizzare gli standard sulla base del valore di mercato delle aree potrebbe far diventare l’affare P.I.I. non più tanto appetibile (come nel caso di "Milano Citylife" e pur facendo le debite proporzioni). E pertanto potrebbe avvenire che i P.I.I. non fossero annullati dalla giustizia amministrativa, ma che, riaffermato l’obbligo di monetizzare gli standard come dice la l.r. 12/2005, si rivelassero non più tanto profittevoli e quindi nei fatti inattuabili.

A giusto titolo, quindi, Romeo, Mestrone & C. non riescono a dormire.


* (15/11/2009) Fino ad oggi il post è stato letto da molte decine di persone, alcune delle quali mi hanno anche telefonato per commentarlo, ma nessuno mi ha segnalato il ciclopico lapsus, del quale mi sono accorto per puro caso da solo. In quel contesto, il Maligno deve averci messo la coda, perché 200 milioni di euro è tutto il bilancio del Comune per diversi anni! Per il lapsus (del resto evidente) mi scuso con gli interessati, ma quello che ritengo di dover dire sul loro operato (e che del resto dico da tempo) non cambia e non cambierà, in nessuna sede.

domenica 8 novembre 2009

Cala, Trinchetto, e occhio alla corvetta della Capitaneria!


Da un fogliaccio locale, il 6 novembre 2009 abbiamo appreso che Antonio Romeo, pro tempore sindaco di Limbiate, parlando della sala che faticosamente sta sorgendo in quel di Pinzano, ha detto:

“Sarà il comune a gestire un così importante teatro, il più bello di Milano dopo gli Arcimboldi, a mio parere, perché è il Comune che investe nella cultura e crede in quello che fa”

“Non prenderò in considerazione quelle associazioni che ci hanno già pubblicamente criticato rivendicando uno spazio, loro non lo avranno”.

Una volta, uno dei più grandi pensatori del Novecento, l’operaio metalmeccanico Cipputi, ammise: “A volte ho delle idee che non condivido”. Anch’io (si parva licet componere magnis) a volte ho delle idee che non condivido e, dopo aver letto la prima frase, ho pensato che forse sarebbe l’ora di unirmi a quelli che chiedono l'abrogazione della legge Basaglia. Ma per fortuna subito dopo mi è tornato il ricordo di un Carosello di 45 anni fa:




Sulla seconda frase, c’è poco da dire: Tecoppa, anche se veste i panni di Capitan Trinchetto (siamo sempre nel teatro), conserva l’animo del capomanipolo.


http://www.teatroarcimboldi.it/gallery.php


(9 novembre 2009) A grande richiesta, ecco un'immagine immaginaria, diffusa da chi crede di esserne il proprietario, del nuovo Teatro di Tecoppa (che non è stato ancora completato, e quindi nemmeno fotografato): click here

lunedì 2 novembre 2009

Le menzogne spudorate di un altro magliaro, pro tempore assessore aiazzonico alla pianificazione della distruzione del territorio


L’assessore aiazzonico [1] è riemerso alla luce, ma sempre agghindato come un necroforo, ed ha affidato al peggiore dei giornali-pattumiera locali la diffusione di una serie di menzogne incredibilmente spudorate, seguite da farneticamenti, megalomanie, wishful thinking. Sul “Giornale di Desio” del 27 ottobre questo tristo figuro ha fatto stampare:

1) in otto anni sono stati proposti solo quattro Programmi Integrati d’Intervento.

Prima menzogna spudorata. L’assessore aiazzonico vorrebbe maldestramente incartare i P.I.I. in una bella confezione, oppure indorare una pillola che a lui fra i primi potrebbe andare di traverso (e forse già gli è andata di traverso). Il tentativo di dimostrare che, suvvia, i P.I.I. sono stati pochi potrebbe anche risultare esilarante, ma, appunto, l’assessore aiazzonico mistifica (cioè dice il falso) spudoratamente. I quattro Programmi Integrati d’Intervento sono stati approvati non in otto ma in circa quattro anni. Dopo gli ultimi due approvati alla fine del 2007, non ne sono stati proposti altri semplicemente perché… la fifa ha fatto e continua a fare novanta. È noto che sui Programmi Integrati d’Intervento il sottoscritto ha presentato alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti alcuni esposti analitici e abbondantemente documentati che non sono stati archiviati. La quantità e il tipo di guai che ne potrebbero derivare per i molti che hanno congegnato i P.I.I., soprattutto fuori dall’amministrazione comunale, ovviamente sono ben ponderati da costoro.

Gli interessi delle imprese, dei professionisti che lavorano per loro, dei politici di rango superiore a quello paesano (con i quali in realtà si concordano e si programmano trasversalmente certe operazioni) coincidono solo parzialmente con quelli di alcuni spiantati che sono riusciti ad occupare alcune postazioni strategiche del mercato politico-economico locale. Questi, privi non solo del savoir-faire, ma anche dei numeri minimi per aspirare ad una seppur piccola carriera da “politico”, vivono perennemente corrosi dall’ansia di sfruttare per tempo le posizioni che (come sanno bene) occupano solo provvisoriamente. Poter decidere (diciamo così), finché si è in tempo, sulle porzioni possibilmente più grandi delle rendite create dall’amministrazione pubblica, per costoro è una necessità immediatamente vitale. Quegli altri, invece, hanno risorse (di ogni genere) ben più grandi, ed interessi economici e “politici” che pur essendo della medesima natura sono assai più consistenti e tendono necessariamente ad essere duraturi. Inoltre, a differenza dell’assessore aiazzonico, che ogni tanto tenta di assumere le pose e il farfugliare di quello che lui crede che sia il “politico pensante” , quelli sono in grado di “pensare” davvero.

E dunque, visto come si sono messe le cose dopo l’approvazione degli ultimi P.I.I. alla fine del 2007, chi “pensa” ha caldamente “consigliato” (anche all’assessore aiazzonico) di mettere da parte i Programmi Integrati d’Intervento, almeno per il momento. Ve n’erano, infatti, molti altri da lanciare (si chiamassero o no Programmi Integrati d’Intervento: questa, infatti, è solo un’etichetta sotto la quale si fanno passare operazioni di tutt’altra natura). L’assessore aiazzonico era convinto di poterne approvare altri prima delle elezioni amministrative del 2011, ma già agli inizi del 2008 l’aria che tirava per queste operazioni non era propriamente saluberrima. Lui proprio non voleva, ma alla fine qualcuno gliel’ha fatto capire per forza: per il momento, niente fretta e profilo basso. E mettesse da parte, anche, la pretesa di candidarsi ad alcunché.

2) ancora nessun mattone su via Sabotino, dove pende una sospensiva del Consiglio di Stato e sul P.I.I. di via Belluno, dove alla firma della convenzione ha visto seguire un ricorso al Presidente della Repubblica.

Seconda menzogna spudorata. “Su via Sabotino” non “pende” nessuna sospensiva. Il ricorso al T.A.R., fino al momento della sentenza, di per sé non poteva provocare alcuna sospensione. Adesso, nulla e nessuno potrebbe impedire di cominciare i lavori, poiché il Consiglio di Stato ha sospeso l’esecuzione della sentenza (con la quale il T.A.R Lombardia aveva annullato la delibera di approvazione del P.I.I.) con la motivazione che dall’esecuzione della sentenza (= impossibilità di cominciare i lavori) potrebbe “derivare un danno grave e irreparabile” per il Comune e per l’operatore privato. Dunque, questi potrebbe cominciare a costruire. Certo, ci sarebbe qualche rischio… che evidentemente nessuno vuole correre, almeno per il momento, tanto più che nella “Convenzione” firmata il 10 giugno 2008 i termini per iniziare i lavori sono stati stabiliti nel modo seguente (art. 13, comma 1):

“Gli interventi previsti dal programma e dalla presente convenzione dovranno avere inizio entro un anno dal rilascio del primo permesso di costruire, denuncia di inizio di attività ovvero altro idoneo titolo abilitativo, che dovrà essere richiesto entro sei mesi dalla data odierna …” (qui, come negli altri passi riportati, i corsivi sono miei; ndr).

Quindi, il termine per l’inizio dei lavori (anche per le opere pubbliche) sarebbe il 10 dicembre 2009. E si comincia già a vedere che è una menzogna anche quello che l'assessore aiazzonico vorrebbe sostenere più avanti, e cioè che i ricorsi e gli esposti, impedendo l’inizio dei lavori, avrebbero provocato un danno al Comune!

Per quanto riguarda il P.I.I. di via Belluno, il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, presentato quasi un anno prima della firma della “Convenzione”, non ha alcun effetto sospensivo. La stipula del contratto è stata tirata per le lunghe (per 15 mesi!) per la paura che il ricorso al T.A.R. contro il P.I.I. di via Sabotino, e soprattutto l’esposto alla Procura della Repubblica (la quale istruisce procedimenti penali), hanno ingenerato sia nell’operatore privato sia nella giunta comunale. Gli uni e gli altri sanno bene, infatti, che gli stessi aspetti illegittimi caraterizzano entrambi i P.I.I., e allora hanno inscenato la seguente pantomima (resa possibile dalla legge): innanzitutto, anche se sarebbe stato obbligatorio firmare la convenzione entro un anno dall’approvazione del P.I.I., vale a dire entro il 20 dicembre 2008, volutamente ciò non è stato fatto. Quindi, formalmente seguendo la legge, ma in realtà seguendo un copione concordato, il sindaco ha “diffidato” l’operatore privato a firmare la convenzione entro i successivi 90 giorni. La pantomima serviva per prendere tempo, infatti la convenzione è stata firmata solo allo scadere del novantesimo giorno, il 20 marzo 2009. In mancanza della firma, il 21 marzo il P.I.I. sarebbe decaduto.

3) “ritardando la partenza di questi due ultimi interventi – ha spiegato l’assessore – abbiamo avuto un danno economico perché non entrando oneri non abbiamo potuto fare le opere pubbliche di cui avrebbe beneficiato la collettività”

Terza, e triplice, menzogna spudorata. Primo: con la convenzione per Via M.te Sabotino è stato stabilito che per gli oneri di urbanizzazione non doveva essere pagato nemmeno un centesimo, poiché sia gli OO.UU. primaria sia gli OO.UU. secondaria sarebbero stati compensati con opere costruite dai privati; per lo stesso motivo, con la convenzione per Via Belluno è stato stabilito che non dovevano essere pagati gli OO.UU. primaria. (Le opere da costruire come compensazione, in realtà, come dimostrano i progetti allegati ai P.I.I., sono quasi esclusivamente lavori di pacchiano restyling di opere già esistenti e in ottimo stato).

Secondo: con la firma delle convenzioni il Comune ha incassato totalmente quanto era previsto che incassasse. Per Via M.te Sabotino il Comune ha incassato le cifre seguenti (art. 18 della convenzione):

- cessione area e diritti volumetrici: € 384.839,10;
- monetizzazione aree per urbanizzazione secondaria: € 15.808,00;
- monetizzazione standard di qualità: € 467.961,75.
Totale incassato per Via M.te Sabotino: € 868.608,85.

Per Via Belluno il Comune ha incassato la cifra seguente (art. 9 della convenzione):

- monetizzazione aree standard: € 467.955,60.

Somma degli incassi per i due P.I.I.: 868.608,85 + 467.955,60= 1.336.564,45 €.

Nessun “danno” economico, quindi, è stato provocato dalla “ritardata partenza” dei P.I.I. approvati alla fine del 2007.

Dove sono finite le somme incassate?

Terzo: con la convenzione per il P.I.I. di Via Belluno (firmata il 20 marzo 2009, cioè, torno a sottolineare, quasi un anno dopo la presentazione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica) l’operatore privato ha contratto con il Comune, fra gli altri, i seguenti obblighi:

1) “gli interventi relativi agli edifici privati previsti dal programma e dalla presente convenzione dovranno avere inizio entro un anno dal permesso di costruire, o altro idoneo titolo abilitativo, che dovrà essere richiesto entro 6 mesi dalla data della stipula del presente atto”;

2) “il rilascio del permesso di costruire o di altro titolo abilitativo per le opere pubbliche… dovrà essere contestuale al rilascio di permessi di costruire, o di altri idonei titoli abilitativi, relativi agli interventi privati previsti dal Programma”;

3) “segnatamente le opere di urbanizzazione primaria e secondaria dovranno essere eseguite come segue:

a) l’inizio dei lavori delle opere a standard qualitativo… deve avvenire entro sessanta giorni dalla stipula della presente convenzione;

b) le opere relative alla riqualificazione della Via Belluno come da progetto allegato agli atti del P.I.I., completo di tutti i servizi ed il collegamento fra l’area ad ambito del P.I.I. e la Via Jenner, devono iniziare entro 60 giorni dalla stipula della presente convenzione”.
[2]

Dalla combinazione del punto 3 con il punto 2, risulta che per poter iniziare i lavori delle opere pubbliche i permessi dovevano essere chiesti (con quelli per gli edifici privati) entro il 19 maggio 2009. Ora, nonostante per Via Belluno non vi sia mai stato alcun ostacolo all’inizio dei lavori, siamo già nel mese di novembre e non solo questi lavori non sono stati cominciati, ma nemmeno si ha notizia della richiesta dei permessi di costruire. (Sul testo della convenzione avrebbe lungamente lavorato un rubizzo geometra che gode della fama, che egli stesso alimenta, di tecnico che “le cose le fa per bene”, addirittura "alzando la voce" anche con i “politici”! Costui ha più volte millantato di aver "messo a posto" diverse parti del testo della convenzione, ma la persistenza delle clausole richiamate dimostra che anch’egli è un peracottaro. Se queste clausole fossero rispettate davvero (cosa che il Comune dovrebbe imporre, ma non lo fa), esse potrebbero mettere in seri guai, come vedremo fra poco, sia il Comune sia i costruttori).

È questa palese violazione degli obblighi contrattuali, semmai, che ha creato un danno economico al Comune, poiché le opere che ancora non sono state costruite erano state contrattate come compensazione degli oneri di urbanizzazione non versati e come contropartita a favore dell’ente pubblico per l’approvazione del P.I.I. L’assessore aiazzonico e il suo socio Tecoppa sub-aspromontano ovviamente omettono di diffidare la ditta (ufficialmente) responsabile a rispettare il contratto. Perché?

L’assessore aiazzonico e il sindaco nel consiglio comunale si sono profusi in assicurazioni sulla validità dei P.I.I., che sarebbe stata assicurata da una fase di progettazione durata, come hanno infinocchiato, ben due anni, e certificata (con la bellezza di 9 righe!) da un nucleo di valutazione composto da due tecnici esperti e da un valente avvocato. Delle due, una: o i P.I.I. sono inappuntabili, e allora ben si potrebbero cominciare i lavori; oppure, poiché ben si conoscono gli aspetti illegittimi dei P.I.I. e se ne temono le conseguenze non solo amministrative, ma anche penali... la fifa fa novanta. Ecco perché i due non faranno mai alcunché per far rispettare i contratti e, con essi, l’interesse della collettività che l'assessore aiazzonico richiama pretestuosamente: se i P.I.I. dovessero essere annullati dal Consiglio di Stato o dal Presidente della Repubblica dopo la costruzione delle opere pubbliche (ed entrambe le decisioni sarebbero inappellabili) l’operatore privato potrebbe chiedere i danni al Comune. E coloro che dovrebbero rispondere personalmente dei danni causati predisponendo e facendo approvare un P.I.I. illegittimo, sarebbero diversi…

Ovviamente l’assessore aiazzonico e il Tecoppa sub-aspromontano si dedicano ad altro. Nella borsa politica del centro-destra le loro azioni ormai sono solo junk bonds. Cosa è possibile fare per tentare di risollevarne il corso? Il sindaco ha la risorsa del teatro, che spera di poter utilizzare per una operazione di ricostruzione del consenso, ma, anche se dopo venticinque anni di discorsi ha imparato ad azzeccare almeno qualche congiuntivo, quello della cultura non è propriamente il suo terreno. E comunque, anche la sua sorte personale è segnata già da tempo. Le risorse dell’assessore aiazzonico invece sono molto più modeste, e può solo pateticamente affidarsi ai servizi di una “giornalista” ignorante e incapace e ad un giornale-pattumiera, sicuro che gli stamperanno, senza batter ciglio e riproducendone fedelmente anche la sconclusionatezza, tutte le sue volgari menzogne. Fra le quali vi è quest’altra:

4) “preciso che nel nostro mandato non abbiamo reso edificabili terreni, ma chi costruisce lo fa attraverso le possibilità offerte dalla precedente giunta di centro sinistra”

Quarta spudorata menzogna. Caratteristica specifica dello strumento chiamato P.I.I. è quella di essere un autentico grimaldello per scardinare qualsiasi regola urbanistica. Infatti con i P.I.I. sono state approvate varianti al Piano Regolatore Generale che hanno reso edificabili aree che prima non lo erano, e fra esse anche aree che erano destinate ad usi pubblici, comprese alcune aree di proprietà pubblica. (Varianti simili sono state approvate anche con l’operazione “alienazione degli immobili patrimoniali”, e senza che gli inetti della finta opposizione aprissero bocca, anzi si sono affrettati a presentare emendamenti alle destinazioni delle cifre che si presume di incassare). Va bene che il centro-sinistra si era già messo alacremente a far diventare edificabile l’ingente quantità di aree che secondo il P.R.G. di allora non lo erano, ma ormai sono passati otto anni dalla sua fine. Il centro-destra ne ha seguito le orme, e quindi come può pretendere, costui, di scaricarsi di ogni responsabilità?

Ma non basta. L’assessore aiazzonico, che sa bene che cosa ha rovinato la sua attuale carriera, ma ovviamente nulla sa del concetto di responsabilità politica, coltiva tuttavia delle ambizioni da teorico, e si mette anche a dare giustificazioni “ragionate” della “modernità” dei P.I.I. Ma di questo in un prossimo articolo

Note

[1] V. http://it.youtube.com/watch?v=M8YZmBFqnIU

[2] Va segnalato che nella convenzione firmata dall’ architetto Enrico Galbiati, per il Comune, e dalla società Immobiliare San Norberto Sei di Negri Vittorio e C. s.a.s., in questo punto è stata omessa inspiegabilmente l’importante clausola approvata dal Consiglio Comunale: “il tutto… dovrà essere in conformità con quanto previsto dal successivo art. 11.3", che così recitava: “il progetto edilizio relativo agli edifici potrà – in fase di esecuzione – introdurre modificazioni delle caratteristiche volumetriche e tipologiche degli edifici senza la necessità di preventiva approvazione di variante al P.I.I. a condizione che non risultino alterate le caratteristiche morfologiche di impostazione del programma, indicate nel planivolumetrico allegato, che non vengano modificate le quantità globali di SLP e che non diminuisca la dotazione di aree (anche equivalenti) a standard” (corsivo mio; ndr), che già non era esattamente quanto stabilito dal richiamato art. 14, comma 12 della L.R 12/2005.: “Non necessita di approvazione di preventiva variante la previsione, in fase di esecuzione, di modificazioni planivolumetriche, a condizione che queste non alterino le caratteristiche tipologiche di impostazione dello strumento attuativo stesso, non incidano sul dimensionamento globale degli insediamenti e non diminuiscano la dotazione di aree per servizi pubblici e di interesse pubblico o generale.” Intanto, come si legge, la legge parla di aree per servizi pubblici e di interesse pubblico o generale, e non fa alcun riferimento alle aree equivalenti a quelle “a standard”, come nella convenzione approvata dal Consiglio Comunale, ma quali sarebbero queste aree equivalenti? Perché nella frase “il tutto… dovrà essere in conformità con quanto previsto dal successivo art. 11.3” queste ultime parole sono state sostituite con un generico “dalla presente convenzione”?

mercoledì 21 ottobre 2009

Il magliaro illusionista



Michelangelo Campisi, (minuscolo) notabile politico locale e psichiatra notturno a distanza, sabato scorso ha partecipato ad una “marcia” per difendere il Parco delle Groane. La “marcia” ha percorso una distanza di ben 200 metri, e quindi nella storia delle marce di lotta si colloca al terzo posto, dopo la Coluna Prestes (Brasile, 1925-1927: 24.000 km) e la Lunga Marcia (Cina, 1934-1935: 6.000 km).

Dopo aver superato indenne ogni sorta di ostacoli, fra i quali ben due dei famigerati “rialzi di carreggiata” di 15-20 cm di altezza, posti uno all’entrata e l’altro all’uscita di un angusto incrocio con rotatoria, sui quali non ci lasciano le penne solo le più corazzate fra le coppe dell’olio delle automobili, Campisi e gli altri marciatori (circa un centinaio, se si contano anche i bambini e gli infanti sui passeggini spinti da diverse mamme e babbi) hanno finalmente raggiunto “la porta del Parco delle Groane”, ovverosia, quello che oggi come oggi non è niente di meno del “limite della ragione e della capacità di urbanizzare in modo consapevole e sostenibile”: un prato, lungo la via F.lli Cairoli, per metà spelacchiato, ma compreso nel Parco delle Groane. Conficcate nel terreno alcune paline con il triangolo rosso “Parco delle Groane”, per ben delimitare la base da difendere, tutte le forze sono state dispiegate, come una formazione di armigeri pronti per la battaglia, di fronte… ai telefonini con videocamera incorporata. Già nel pomeriggio dello stesso sabato, le immagini erano nel blog dell’Italia dei Valori di Limbiate. La colonna che ha conquistato il prato non si vede affatto. Si vede però la cocuzza di Campisi nell’atto di aspirare robuste boccate di fumo da una sigaretta (si stava giusto difendendo l’ambiente), più un paio di suoi, credo, amici di partito.

Ai protagonisti di epici episodi di guerra guerreggiata un certo tasso di manicheismo, ed anche di esaltazione, deve essere perdonato. Come si può pretendere sobrietà di pensiero, misura nei giudizi e senso autocritico da chi ha ancora l'animo perturbato dagli inenarrabili patimenti della lotta sopportati fino a ieri? Se poi certi atti di ardimento sono stati compiuti con tanta nonchalance da riuscire, nel frattempo, a farsi una bella sigaretta, si deve anche considerare con umana simpatia la tendenza di certi reduci alla vanteria e alla mancanza di pudore.

Ma non c’è niente di peggio di quegli arditi che poi, nella vita normale, non sapendo come altrimenti sbarcare il lunario, si mettono a vendere merci di nessun valore e dalla dubbia provenienza, servendosi, per gabellarle, dei meriti accumulati in guerra. Il nostro minuscolo notabile politico locale (e psichiatra notturno a distanza), tornato alla vita normale dopo l’epica marcia del sabato, il lunedì successivo ha dovuto necessariamente rivestire panni borghesi e rimettersi a maneggiare il solito bric-à-brac, con il quale, ormai da alcuni lustri, pretende di coltivare e di vendere un’immagine di sé che denoti eleganza, cultura e preparazione politica. Eleganza, cultura e preparazione politica posseduti in misura tale da non aver avuto, fino a ieri, alcuna remora ad ubbidire servilmente ai personaggi che lui ha venerato come maestri, ma che erano solo disonesti, beceri, ignoranti e politicamente inconsistenti. Nessuno stupore, quindi, qualche mese fa, quando, insieme ad uno statista postelegrafonico, Campisi ha improvvisamente abbandonato il PD in piena campagna elettorale, proprio alla maniera dei sorci che abbandonano la nave che affonda. Il motivo reale dell’abbandono (la frustrazione delle ambizioni sue e dell’altro a candidature più o meno prossime) dapprima è stato gabellato per “motivi personali”, e poi per critiche all’incapacità di fare opposizione del partito che aveva diretto fino a pochi giorni prima. Giusto perché sarebbero state formulate in un Partito “Democratico”, di queste critiche non si era mai avuto alcun sentore. E pensare che chi si permetteva di mettere in dubbio la reale consistenza dell’”opposizione” del PD e l’autonomia di pensiero di Campisi, veniva definito da costui “bizzarro”, “bislacco”, “strampalato” (durante il turno diurno), e certificato come “affetto da delirio isterico compulsivo” e denunciato al Sant’Uffizio (durante il turno notturno come psichiatra).

Il passaggio ad un marchio che in quel momento stava conquistando nuove fette del mercato politico, l’IDV (che, appunto, per la maggior parte dei suoi membri è solo il marchio che attualmente va per la maggiore), tuttavia non ha comportato affatto un cambiamento di stile (chiamiamolo così), né una revisione autocritica della propria storia politica, resa finalmente possibile dalla libertà da certi legami politici. Al contrario, mantenendo l’unico pattern mentale che gli sia consueto (all’incirca il seguente: Romeo è cattivo, quindi io sono buono), con il passaggio al partito di Di Pietro Campisi è regredito alla difesa a spada tratta degli errori che nel 2001 hanno provocato la consegna del Comune a quell’altra nullità politica, culturale ed amministrativa di Romeo. E dire che un paio di anni fa il ragazzotto mal cresciuto si era spinto fino a fare, nel consiglio comunale, la seguente sconvolgente ammissione (accompagnata da alcuni vezzosi volteggi delle manine): “L’intervento edilizio di Piazza della Repubblica non lo voterei più, perche devo riconoscere che la piazza ora è… brutta”. Adesso, poiché Romeo fra gli altri beni demaniali vuole vendere anche una ex scuola, Campisi fa marcia indietro. Anche se tutto lo spazio della piazza è stato occupato da un enorme condominio (tanto brutto da far venire l’angoscia anche a chi non sa che lì c’era una piazza), dalle sue pertinenze e da una strada a serpentina, egli riesce a dire: “lo spazio pubblico a disposizione dei cittadini si è mantenuto sostanzialmente invariato"!

L’incredibile disinvolta affermazione si trova in un post anonimo ma manifestamente scritto da Campisi, pubblicato nel blog dell’Italia dei Valori di Limbiate (Romeo si vende una scuola). Il misero voltagabbana prepara la truffa scrivendo, poco prima, che Fortunati avrebbe venduto solo le volumetrie, ma non (insinuazione sub-liminale) la superficie, come se il condominio fosse stato costruito altrove! E tenta di scaricarsi di ogni responsabilità, passando sotto silenzio che EGLI, Campisi, ha votato quello scempio come capogruppo del PDS!

Mentre scrivevo questo post, qualcuno intanto gli manifestava di scandalizzarsi per tanta impudenza, ma Campisi si è spinto oltre: “noi (ndr: dell’IDV) non eravamo in maggioranza quando Fortunati ha scelto di edificare in piazza della Repubblica”, cercando di nascondere le sue responsabilità dietro una sigla allora inesistente! E ancora: “chi ha fatto il Piano Regolatore sulla base del quale è stato possibile per Fortunati concludere quell'operazione?”, imbrogliando sul fatto che il PRG del quale è stata votata la variante che ha reso possibile l’orrendo scempio edilizio era stato firmato, alla metà degli anni ottanta, proprio dal suo mentore Fortunati, allora assessore alla partita!

Campisi, tra l’altro, dice che Romeo ora è “inaspettato [??] emulo del suo predecessore Fortunati”. Proprio perché ho scritto più volte che la banda attualmente al governo di Limbiate non ha fatto altro che proseguire e attuare la politica edilizia di Fortunati, votata servilmente da Campisi, costui ha più volte dato in escandescenze e ha proposto la mia messa al rogo. E quindi, "che gli dovremmo dire adesso”, a lui che si fa emulo, ovviamente a livello paesano, di Letizia Moratti (la quale include nella somma delle aree verdi di Milano anche il verde delle terrazze dei grattacieli, oltre a tutte le aiuole stradali), e, pensando di giustificarsi, ancora insiste con protervia e impudenza: “noi [cioè lui; ndr] intendevamo solo dire in maniera asettica [sic!] e stando alle carte che la superficie attuale calpestabile per strade, piazzette, marciapiedi, aiuole, spazi verdi e parcheggi ha mantenuto sostanzialmente invariato lo spazio pubblico a disposizione dei cittadini” - che gli dovremmo dire adesso? Che quei sottoproletari che una volta sbarcavano il lunario vendendo, come ambulanti, stoffe e tessuti dalla dubbia provenienza e di pessima qualità, ma spacciate per merci di qualità, si chiamavano magliari? Quelli, però, qualcosa almeno la vendevano, anche se poi si rivelava di pessima qualità. Campisi, invece, non si accontenta di fare il magliaro, pretende di fare anche l’illusionista, e, superando il Totò di un celebre film, cerca di vendere come esistente una piazza che non c’è più.



P.S. (22/10/2009) Per rendersi conto di com'era la piazza prima che i vandali Fortunati e Campisi decidessero di coprirla di cemento, click here. Il contorno giallo delimita la piazza, quello rosso l'ex scuola abbattuta (un edificio storico degli anni trenta; a proposito di scuole messe in vendita!), quello verde i due piccoli giardini, dei quali sono rimasti solo un paio di piante.


mercoledì 23 settembre 2009

De profundis? 2. Alcune banali (seppure amare) verità...


...sottaciute o dissimulate dagli ambientalisti finti del “comitato” semiclandestino ora denominato “+Limbiate –cemento”.

Parte 2.


Mauro Varisco ormai viene dipinto come un eroico ed inespugnabile baluardo contro la cementificazione di Limbiate, ma non è mai stato capace, in realtà, di uscire da quella forma di grettezza sociale che in sociologia viene indicata con il termine “NIMBY”, acronimo di Not In My Back Yard, “non nel mio cortile”. Il “cortile”, nel caso di Varisco & C., era abusivo. Infatti, egli e i suoi amici hanno sempre avuto come vero interesse solo il “recupero” di un’area in parte pubblica, praticamente interclusa e nei fatti accessibile esclusivamente a loro, dalle loro villette di via M.te Sabotino n. 5, nella recinzione di diverse delle quali era stato aperto del tutto abusivamente un ingresso al terreno comunale. E si badi: si trattava non di ingressi provvisori ad un terreno non usato dal proprietario, bensì di una serie di solidissimi cancelletti metallici tutti uguali, costruiti ed installati a regola d’arte. Potendo accedervi così comodamente, molti si erano infatti “ritagliata” un’area in corrispondenza della propria villetta, e l’avevano delimitata con piccole siepi. Questo abuso è andato avanti per molto tempo, tanto che già nel 2004 la situazione era stata registrata,  con la specifica simbologia, nella Cartografia Aerofotogrammetrica ufficiale del Comune di Limbiate.



Da Google maps: sono visibilissimi i segni delle coltivazioni [Aggiunta il 29-6-2013]

(N. B.: anche se si legge "® 2013" l'immagine mostra la situazione di circa 5 anni fa; infatti sono ancora visibili le piante abbattute nell'autunno del 2008; inoltre, se sul sito Google maps si sposta l'immagine verso sinistra, si può notare che all'inizio di Via M.te Sabotino non c'è ancora la nuova costruzione di proprietà del Comune, che è stata edificata successivamente)

[Click Aerofotogrammetrico.zip (occorrono circa 3 minuti per caricare tutto il documento); v. tavola n. 4, e legenda: "orto" e "palizzata-cancellata"; click anche articolo 1158 c.c.] 

Orti, siepi e cancelletti erano tuttavia invisibili dalla via M.te Sabotino, perché nascosti da altre siepi naturali molto alte e da piante ed arbusti vari più vicini alla strada. Quando un anno fa tutto ciò è stato eliminato [dal proprietario privato, che ha anche diffidato Varisco & C. ad eliminare gli abusi edilizi; aggiunta del 29 giugno 2013], orti, siepi e cancelletti sono diventati visibili da chiunque passasse da lì (questo era il vero scopo dei lavori “di pulizia” fatti dalla SAN INVEST) ed è divenuto visibile, anche, che su quell’area non vi è mai stato qualcosa che effettivamente potesse essere chiamata “bosco”, ma solo un po’ di arbusti spontanei e al massimo alcune piante malate che in ogni caso dovevano essere abbattute. (Nemmeno l’altra area attigua ma esterna all’area da edificare - quella di proprietà dei tre ricorrenti al TAR, da espropriare parzialmente per opere di urbanizzazione - può essere definita “un bosco”, poiché un’ottantina - a voler essere generosi - di piante rachitiche e malate non sono “un bosco”! Ma su questo particolare mi soffermerò più avanti).

Per ottenere consenso su un generico ma mistificante discorso ambientalista (tanto che, come discorso generico, non vi è più chi non lo condivida) è stata inventata la panzana del bosco, alla quale Mauro Varisco ne ha aggiunte altre, espresse con stentate frasette (poiché nemmeno le forme più banali della comunicazione politica si possono imparare dall’oggi al domani) sull’”ecomostro” e sulla “colata di cemento”, e con ridicolaggini a proposito di “vaccini” e “ricette”. Con tali discorsi egli si presenta con i suoi amici a scroccare soldi alla cittadinanza per battaglie in “difesa dalla cementificazione”, ma continua a dimostrare di non capire chi sia e cosa sia la cittadinanza! (Mi riferisco, evidentemente, alla collettività e al concetto).

Infatti, costui non ha saputo (né voluto) dare un’impronta davvero pubblica e collettiva alla sua azione nella fase di approvazione del P.I.I., e non ha saputo individuarne i punti deboli, che non sono certo le presunte “distruzioni ambientali”, né ha capito che in ciò l’”opposizione” non era in grado di (e nemmeno veramente voleva) aiutarlo. Anche l’unico argomento degno di questo nome portato autonomamente da Varisco & C. (quello della vendita del terreno comunale al di sotto del suo probabile valore di mercato) è stato usato del tutto strumentalmente, come mero espediente polemico, e infatti il valore/mq della perizia di un tecnico comunale (abitante anch’egli in via M.te Sabotino n. 5!) per lungo tempo è stato indicato con una cifra errata, poiché né Varisco né i suoi amici politici si erano preoccupati di fare una verifica sui documenti della stima comunale, né su quelli della stima dell’ineffabile “perito” privato allegata al P.I.I. E infatti la funzione centrale delle varie “stime” in tutto il meccanismo truffaldino del P.I.I. non era stata minimamente colta.

Beninteso, è vero che, come amava dire il filosofo Benedetto Croce, “nisciuno nasce imparato”, ma una disposizione meno gretta, meno esclusivamente gelosa del proprio “cortile”, e più intelligentemente (oltre che civicamente) propensa a considerare la questione dal punto di vista di tutta la collettività e in particolare dal punto di vista dell’intero quartiere Mombello (e non del solo ghetto del civico n. 5 di Via M.te Sabotino) avrebbe consentito, già prima dell’approvazione, di capire come fosse effettivamente congegnato il P.I.I., e quindi sarebbe stato possibile cominciare ad imparare come trovare gli argomenti per fare denunce sì politiche, ma nel senso che avrebbero messo in luce sia le varie lesioni del diritto inalienabile di tutta la collettività agli “standard” urbanistici, sia gli ingenti danni alla cassa pubblica, sia, infine, i metodi truffaldini usati per mascherare tutto ciò. Questi erano gli argomenti utili per organizzare una ben più numerosa opposizione capace di coinvolgere almeno tutta la collettività di Mombello. La rivendicazione giusta, infatti, quella veramente civica (e quindi veramente politica), non poteva che essere quella della realizzazione delle strutture pubbliche (che non comprendono solo il verde), di cui il quartiere è carente, su quell’area che a ciò era destinata, anche servendosi di uno strumento urbanistico come il Programma Integrato d’Intervento, che si chiama così perché (ed è tale solo quando) prevede l’integrazione di funzioni pubbliche e funzioni private. E sarebbe stata anche un’ottima base sulla quale cercare ed imporre, eventualmente, una mediazione. Magari si poteva progettare di costruire sul terreno comunale un centro civico o un altro edificio pubblico. Ma Varisco & C. non hanno mai perseguito un obbiettivo del genere poiché, come hanno più volte sostenuto (ecco, per esempio, la grettezza), una costruzione dietro le loro villette le avrebbe deprezzate! Costoro erano talmente convinti della validità dell’argomento del “deprezzamento” (di alcune normalissime villette a schiera!) da inserirlo in un esposto indirizzato, all’inizio del 2008, alla magistratura, che conteneva anche un’altra perla, presa in prestito dal frasario consociativista dell’attuale coordinatore del PD: il P.I.I. era da condannare poiché era stato approvato dalla sola maggioranza! Ovviamente di quell’esposto non si è più saputo nulla. Sarà stato cestinato.

Un’azione di questo tipo avrebbe sicuramente ottenuto la simpatia di tutta la popolazione limbiatese, la quale tuttora quasi nulla veramente sa della questione. Dappertutto, nel mondo, chiunque sia stato costretto ad auto-organizzarsi per difendere la sua condizione e i suoi diritti di cittadino ha dovuto presto imparare che non si può sperare di trasformare in coscienza collettiva le proprie pur sacrosante rivendicazioni, se non si informa correttamente la cittadinanza. In mancanza di ciò, non si può ottenere alcun reale sostegno. Per questo scopo, l’esperienza insegna, non vi è altra possibilità se non quella di produrre e diffondere direttamente le informazioni. L’originalissima “ricetta” di Mauro Varisco, invece, è la seguente: periodicamente fa uno show compiaciuto in quelle che lui chiama “conferenze stampa”, nelle quali in realtà non informa, e nelle quali quattro ragazzotti smandruppati non fanno mai quello che tutti i giornalisti veri fanno in simili occasioni: fare domande per stimolare o addirittura costringere chi tiene la conferenza a dare effettivamente informazioni. Le domande non vengono fatte perché, anche dopo aver scritto articoli su articoli, nessuno di questi ragazzotti è riuscito ad accumulare un minimo di vere conoscenze sulla questione. Ovviamente, in quello che poi scrivono brillano solo le omissioni, le incongruenze, le autentiche asinerie, l’incultura generale.

Questo tipo di azione avrebbe inevitabilmente fatto pagare alla giunta Romeo-Mestrone un prezzo politico che non tutti, nella maggioranza di centro-destra, sarebbero stati disposti a pagare a cuor leggero (e avrebbe anche messo in chiaro davvero il rischio altissimo, per qualcuno, di essere costretto a prendere domicilio in Milano, Piazza Filangieri n. 2). Infatti, i primi a sapere quali magagne nascondono operazioni come il P.I.I. di via M.te Sabotino sono ovviamente coloro che le approntano: tecnici, funzionari, “politici”, i quali contano però sull’opacità delle procedure amministrative, sulla connivenza dell’opposizione (magari compensata con concessioni su altri innocui provvedimenti), sulla frantumazione sociale, sulla tendenza di molti cittadini a restare rinserrati nel proprio particolare, sulla loro scarsa disposizione (favorita da tutto ciò che li circonda) a stabilire relazioni non condizionate da credenze di vario tipo e da falsi miti, nonché, in generale, sulla mancanza di cultura civica in senso proprio. Chiaro: è possibile ribaltare questa situazione solo con un’azione politica che richiede tempo e fatica da spendere personalmente. Ovviamente è più comodo servirsi del tempo e della fatica fornita gratis (in ogni senso) da qualcun altro, sul quale, al momento opportuno, ma solo in sua assenza, si può riversare grettezza, calunnie, cattiveria : nevvero, Mauro Varisco?

Tuttavia, non esistono alternative: chi vuole opporsi alle prepotenze dei governanti è costretto a cambiare, almeno in una certa misura, tutto ciò; e si tratta, ovviamente, di una lotta faticosa in cui inevitabilmente si deve pagare lo scotto di cambiare anche se stessi. Mauro Varisco questo non l’ha ancora capito, come non ha mai voluto capire che se il P.I.I. era stato comunque approvato (nonostante nella maggioranza fossero diversi ad essere consapevoli della sua impresentabilità) ciò era avvenuto perché in realtà l’azione della minoranza del Consiglio Comunale e quella di qualche banchetto di fronte alla chiesa non avevano avuto alcuna incisività, e non avevano nemmeno lontanamente minacciato di far pagare qualche prezzo politico alla Giunta Comunale e alla maggioranza. E quindi, incapace e anzi rifiutando con protervia di riflettere su tutto ciò, e di trarne le dovute conseguenze sul piano dell’azione, dopo la sentenza del TAR, nonostante ormai si fosse calato nella parte dell’eroico baluardo contro la cementificazione di Limbiate, egli (con i cinque partiti che lo sostengono) ha lasciato che passasse del tutto liscia la decisione della Giunta Comunale di ricorrere in appello, disattendendo totalmente l’indicazione che, di fatto, avevano ribadito i giudici amministrativi: prima dell’approvazione di un P.I.I. è necessario effettuare la V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica).


Tutto ciò proprio nel momento in cui la crisi interna alla maggioranza diveniva ormai irreversibile, tanto che è ormai evidente che gli equilibri interni sono cambiati. (Anche più recentemente, nessun tentativo di incidere su questa crisi è stato fatto dalla minoranza consiliare, come sempre cieca ed inetta). E quindi del tutto tranquillamente quelli della banda Romeo-Mestrone hanno imposto alla giunta e alla maggioranza la decisione di spendere altri 23.000 euro in avvocati, ben consapevoli tutti che, pagato dai cittadini questo prezzo, loro non avrebbero pagato nessun prezzo politico.


(segue)



lunedì 21 settembre 2009

Il gioco delle tre carte svelato alla magistratura



Poiché è giunto il momento opportuno, ho presentato un altro esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, alla Procura presso la Corte dei Conti e alla Sezione Regionale di Controllo della stessa Corte.

L'esposto in parte riproduce (in forma diversa) i seguenti post:










De profundis? 1. Alcune banali (seppure amare) verità...


...sottaciute o dissimulate dagli ambientalisti finti del “comitato” semiclandestino ora denominato “+Limbiate-cemento"


Parte 1

Il Consiglio di Stato, con l’Ordinanza n. 4172/2009 del 26 agosto u. s. ha sospeso l’efficacia della sentenza del TAR della Lombardia che aveva annullato la delibera di approvazione del P.I.I. di Via M.te Sabotino, e pertanto, nelle more del giudizio di appello presso il Consiglio di Stato, nulla osta più all’inizio dei lavori.

Si deve dire “nulla osta all’inizio”, e non “alla ripresa”, poiché, al contrario di quanto dicono Mauro Varisco e i suoi amici, i lavori non sono mai stati iniziati. Quelli fatti circa un anno fa sono stati eseguiti dalla ditta incaricata violando alcune norme sui cantieri e andando oltre le autorizzazioni regolarmente concesse, ma non erano lavori di costruzione di alcunché. Quelli fatti qualche settimana dopo la sentenza del TAR avevano lo scopo, previa diffida, di mettere in luce e stroncare la protervia dei membri del “comitato”, quasi tutti sempre rimasti nell’ombra. Costoro (del tutto abusivamente, come vedremo meglio più avanti) avevano continuato ad occupare la parte dell’area già di proprietà pubblica, anche dopo l’approvazione del P.I.I. e anche dopo la presentazione dei ricorsi! Ma nemmeno questi erano lavori di costruzione di alcunché. (È probabile che chi ha interposto appello si sia servito, ad colorandum, anche di questo argomento, che va in gloria della sublime intelligenza di Varisco & C., per mettere in cattiva luce presso il Consiglio di Stato chi si oppone al P.I.I.)

Ovviamente, l’ordinanza non significa che il Consiglio di Stato ha già scritto la sentenza sul ricorso in appello, ma non si può, a questo punto, non intravedere un certo orientamento. L’ordinanza è stata emessa, ovviamente, “Visto il ricorso in appello con i relativi allegati; Visti tutti gli atti della causa” [sott. mie; ndr] e “visto l’art. 33, comma terzo … della legge 6 dicembre 1971, n. 1034” che dice:

“Il Consiglio di Stato … su istanza di parte, qualora dall'esecuzione della sentenza possa derivare un danno grave e irreparabile, può disporre, con ordinanza motivata emessa in camera di consiglio, che la esecuzione sia sospesa”.

E quindi il Consiglio di Stato, che dall’esame degli atti si è già fatto un’idea della possibile sentenza, ha ritenuto “danno grave e irreparabile” proprio l’impedimento di edificare rappresentato dalla sentenza del TAR e non l’edificazione, ed ha deciso di rendere intanto possibile al costruttore di edificare. La sentenza potrebbe essere emessa anche fra due-tre anni, quando il P.I.I. sarebbe o ultimato o in via di ultimazione (con un investimento di 16 milioni di euro), e magari con tutti o molti degli appartamenti già venduti e con le opere pubbliche esterne all’area del P.I.I. già realizzate. In questa situazione, le speranze che l’appello contro la sentenza di annullamento del P.I.I. sia respinto, e che sia ordinato l’abbattimento di quanto eventualmente costruito, si rivelerebbero davvero scarsamente fondate. Forse Mauro Varisco e i suoi amici sempre rimasti clandestini (perché in realtà sono quasi tutti sostenitori di Romeo & C.), almeno per quanto riguarda l’obiettivo di non far costruire i palazzi del P.I.I. farebbero meglio a mettersi l'animo in pace. È molto probabile che dovranno rinunciare ad accedere ad un’area pubblica per farne un uso privato e che non potranno più immettervi indisturbati i fumi dei loro barbecue (proibiti, tra l’altro, dal Regolamento di Polizia Locale).

Le dichiarazioni fatte da Mauro Varisco ai fogliacci locali (per esempio: “Questo non cambia nulla, infatti comunque là non si può costruire e ci opporremo se questo accadrà”) sono solo sbruffonate patetiche di un ometto che si è troppo montata la testa, evidentemente, per conservare con la realtà un rapporto sobrio. Inutile domandargli sulla base di quale diritto stabilito da quale legge egli pretenderebbe di opporsi, perché è chiaro che non lo sa. Gli si potrebbe invece chiedere, poiché sicuramente vi sta pensando, se questa volta chiederà l’intervento dei caschi blu dell’ONU!

* * *

Se ci si trova ora dinanzi a queste inquietanti prospettive nell’assenza di qualsiasi mobilitazione, i maggiori responsabili politici (cioè verso la cittadinanza tutta) sono, oltre all’inetta opposizione al centro-destra, proprio Mauro Varisco e i suoi fantomatici comitati. Costoro non hanno mai voluto capire che il P.I.I. di via M.te Sabotino non era “una tegola” sulla loro testa, bensì un fatto di rilievo politico, sul quale era necessario organizzare e allargare costantemente una mobilitazione politica che coinvolgesse tutta la cittadinanza, oltre ogni steccato di partito. “Politica” è un termine quasi sempre equivocato da Mauro Varisco, e spiegargliene le varie accezioni è del tutto vano. Per lui “politica” è solo quella dei partiti, i quali vanno bene se sostengono le sue pretese private, e vanno male se le deludono. E infatti, nonostante le periodiche “conferenze stampa” (nelle quali egli si esibisce con una lavagna luminosa che non sa usare), poi regolarmente strombazzate sui fogliacci locali, la vicenda non è mai uscita, finora, dall’ambito dell’interesse privato di alcuni cittadini esclusivamente interessati all’intangibilità del loro minuscolo ghetto con annesso cortile abusivo su terreno pubblico. Ma il fatto più grave è che a volere che la vicenda restasse ristretta in un ambito sostanzialmente privato non sono stati solo i quattro gatti di via M.te Sabotino, ma anche i cinque “partiti” dell’opposizione.

Una riflessione su tutta questa vicenda si impone, poiché innanzitutto essa esemplifica manualisticamente non solo i vari aspetti della politica d’affari tipica del centro-destra (il P.I.I. in questione li concentra praticamente tutti), non solo come certi interessi privati di alcuni cittadini, sfruttando gli interessi privati di alcuni notabili politici possano essere travestiti da interessi pubblici, ma anche il grado di inettitudine di tutta l’"opposizione", che persiste bovinamente in un’attività (ormai quarantennale) di distruzione di qualsiasi tentativo di organizzazione di legami sociali autonomi dalle cricche partitiche. Il deserto politico, culturale e civile della Limbiate attuale è il risultato del totalitarismo becero di alcune cricche elettorali, che tuttavia portano il nome di “partiti”, i quali favoriscono viceversa l’emersione della mediocrità e della grettezza sociale. A conferma di questa situazione, basti considerare che nessuna riflessione autocritica viene mai espressa dai "partiti" dopo i periodici clamorosi fallimenti elettorali; l’ultimo, quello del giugno scorso (elezioni europee e provinciali) ha tra l’altro dimostrato che al PD non è bastato investire (in senso proprio) nelle imprese di Mauro Varisco & C., per non perdere dieci punti di percentuale (pari a quasi un terzo dei voti ottenuti alle precedenti elezioni).[1] 

(segue)


[1] Per rispetto della verità si deve però dire che una sottile riflessione sui risultati elettorali è uscita direttamente dai beneficiati dagli investimenti, per il tramite di una ragazzetta che presume di essere giornalista (ma non lo sarà mai), figlia di uno dei membri occulti del gruppetto di Varisco C. Questa poveretta, trascurando la bazzecola della catastrofica perdita di voti dei suoi sponsor, si è servita per la sua analisi di quell’elegante topos logico-aristotelico che dice: “Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola”, e quindi, poiché il centro-destra a Limbiate non ha superato il 50%, ha scritto, all’incirca: “se per la Provincia [che attualmente comprende, si badi, oltre cinquanta comuni; ndr]) avessimo votato solo noi di Limbiate, saremmo andati al ballottaggio … questo risultato lascia ben sperare per il futuro…” e via delirando.

domenica 6 settembre 2009

Cuscini sulle panchine per gli immigrati. [Civiltà ed ironia di un vero sindaco calabrese (di lingua arberesh)]



Ho appreso con molto ritardo (dal blog dell’IDV di Limbiate, Italia dei Valori Limbiate) che, per impedire che fosse approvata, con alcuni voti della maggioranza di centro-destra, una mozione di solidarietà ad un cittadino limbiatese di origini egiziane vittima di un selvaggio pestaggio a sfondo razzista, ancora una volta (alla fine di luglio) il Tecoppa sub-aspromontano trapiantato tra i brughi delle Groane si è esibito nel Consiglio Comunale nell’unica parte che gli riesce bene, quella del capo-manipolo sbraitante alla maniera del Catenacci di bracardiana memoria.

Nel corso dei Consigli Comunali, costui si esibisce improvvisamente in questa parte ogni volta che vuole richiamare all’ordine quelli che considera non consiglieri comunali, bensì suoi miliziani. Ed ogni volta egli ha come valida spalla un ex droghiere che siede al tavolo della presidenza del Consiglio Comunale convinto di essere ancora dietro il bancone della sua drogheria, e di avere di fronte non consiglieri comunali, bensì massaie alle quali da buon droghiere non può non decantare la bontà delle sue merci, anche mentre sta imbrogliando. Questi potrebbe campare agiatamente con le rendite accumulate facendo il droghiere, tuttavia per fare da spalla al Tecoppa (altro non fa) prende dal Comune (cioè dalle nostre tasche) più di mille euro mensili.

Per fare il sindaco, invece, il Tecoppa sub-aspromontano prende dalle nostre tasche ogni mese duemila e quattrocento euro, e può quindi dedicarsi spensieratamente, prima, a causare danni erariali (cioè alla cassa comunale), e poi a fare il gradasso minacciando di ripeterli dopo essere stato condannato nei tribunali. Alcuni di questi danni, per molte centinaia di migliaia di euro, sono già stati definitivamente accertati dalla magistratura ordinaria (si rammenti il licenziamento per ragioni politico-sindacali di due dirigenti) e inevitabilmente, quindi, saranno accertati anche dalla magistratura contabile; prossimamente ne saranno accertati altri per molti milioni di euro, da me documentati alla magistratura ordinaria e contabile servendomi esclusivamente di copie di atti ufficiali (mi riferisco ai vari piani edilizi con i quali sono stati concessi ai palazzinari enormi “risparmi”, fra gli altri, di oneri di urbanizzazione).

Ma oltre a ciò, costui, che disgraziatamente proviene dalla stessa regione nella quale sono nato io, la Calabria, sconcia l’immagine dei calabresi!

Fortunatamente, però, altri sono i veri sindaci calabresi, quelli che sono in grado di dimostrare civiltà verso gli immigrati, ed ironia verso i limiti mentali del becerume leghista. Civiltà ed ironia sono qualità che, mi permetto di rivendicare, fanno parte da sempre del patrimonio culturale e dell'antropologia dei veri calabresi. Chi ne volesse dimostrazione potrebbe cliccare sui seguenti link:

http://www.comunediacquaformosa.it/
Decalogo sui comportamenti da tenere in un paese “deleghistizzato”
http://www.unita.it/news/la_storia/87115/calabria_acquaformosa_si_deleghizza


P.S. 1: Il 19 di settembre ad Acquaformosa ci sarà una manifestazione, "Deleghistizziamoci", all'insegna, appunto, della civiltà e dell'ironia. Si può aderire con una mail:

P.S 2: Ho avuto notizia del "Decalogo" del Comune di Acquaformosa da un sito calabrese gestito da un gruppo di ciellini!


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venerdì 4 settembre 2009

"Ogni volta che la leggo mi commuovo di più"


gk ha lasciato un commento sul post "[Mio povero bufalo, mio povero, amato fratello…] L..." (pubblicato più di un anno fa!)


Da quando l'ho aperto, il blog volutamente NON È predisposto per consentire a tutti la pubblicazione di commenti. Nelle poche occasioni in cui mi coarto a leggerli, il livello di quelli pubblicati sugli altri blogs limbiatesi o mi sgomenta, o quasi mi fa venire l'itterizia, non solo per la mancanza di intelligenza politica (o di intelligenza tout court), ma anche per la mancanza, spesso, di sensibilità, che è cosa ben diversa dall'umanitarismo da due soldi al chilo sempre abbondantemente esposto dai due o tre "politici" limbiatesi che imbrattano il web, e dalle loro claques. E purtroppo una parte di coloro che continuano ad accedere al mio blog, nonostante non pubblichi più niente ormai da molti mesi (poiché nella vita a volte capita di dover dedicare le proprie cure ad attività più urgenti e vitali, per sé e per i propri famigliari) - una parte, ahimè, è costituita da costoro...

Questa volta faccio un'eccezione, perché il commento è stato inviato da qualcuno che si fa commuovere da Rosa Luxemburg. Rosa, tuttavia, era com-movente (il trattino sta lì di proposito) non solo in una lettera in cui racconta delle lacrime che aveva sentito di versare insieme ad un bufalo massacrato di botte, ma - su un altro registro, e tuttavia con le stesse profonde motivazioni - com-movente era anche (e lo è ancora) negli scritti politici e teorici composti per la liberazione del proletariato e dell'umanità intera (la parola "proletariato" l'itterizia la fa venire, invece, e me ne rallegro, ai beoti che abbondano nell'area del PD, dell'IDV, dell'Asinistra e anche di Rifondazione [?] Comunista [?] di Limbiate).




martedì 9 giugno 2009

[Una bella vista sul cielo stellato, dalle finestre dei piani superiori di un edificio la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale…]


Max Horkheimer







Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.

Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo.

Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.

Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. [*]

Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.


[Max Horkheimer, Il grattacielo, in Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi, Torino 1977, pp. 68-70]


* Si veda anche: Rosa Luxemburg, [Mio povero bufalo, mio povero, amato fratello…]. La compassione di una socialdemocratica rivoluzionaria polacca




sabato 6 giugno 2009

[L’invidia è peggiore dell’odio. Piccola scelta di passi di Max Horkheimer sull’educazione politica]



Max Horkheimer
(1895-1973)


[Il primo passo è tratto da Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale (1946), Einaudi, Torino 1969, pp. 118-119; tutti gli altri sono tratti da Riflessioni sull’educazione politica (1963), in La società di transizione. Individuo e organizzazione nel mondo attuale, Einaudi, Torino 1979, pp. indicate nelle parentesi tonde finali]


[…] l’individualità è menomata quando ciascuno decide di far parte per se stesso. Quando l’uomo comune rinuncia a partecipare alla vita politica, la società tende a tornare alla legge della giungla, che cancella ogni vestigio di individualità. L’idea di un assoluto isolamento individuale è sempre stata un’illusione. Le più apprezzate qualità personali, come l’indipendenza, l’amore per la libertà, la capacità di simpatia, il senso della giustizia, sono virtù sociali oltre che individuali. L‘individuo pienamente sviluppato è il frutto supremo di una società pienamente sviluppata; l’emancipazione dell’individuo non sta nella sua emancipazione dalla società, bensì nel superamento di quell’«atomizzazione» sociale che può raggiungere il culmine in periodi di collettivizzazione e di cultura di massa.

Si deve tener presente che già la generazione che ha contribuito all’affermazione del nazionalsocialismo è stata contrassegnata dalla mancanza di un’autorità positiva nell’educazione (…) e ha dovuto fare a meno dell’autorità autentica e amata. (123)

[…] L’opposto di ciò - ed è proprio questo che conta nell’educazione - è l’uomo che non viene determinato da alcuna carenza consapevole o semiconsapevole, ma ha la sensazione di possedere interamente la cultura in cui vive. Non occorre che egli sia avido di potere, perché ne dispone in misura ragionevole. Non è invidioso e può essere magnanimo. Proprio l’invidia è caratteristica degli uomini che avvertono una propria carenza. (…) Questa invidia è peggiore dell’odio. E La Rochefoucauld, da buon psicologo, osserva acutamente: «L’invidia è un sentimento ancora più implacabile dell’odio». (123-124)

[…]

L’educazione deve portare il giovane a non dover essere geloso e invidioso del potere. Per ottenere questo risultato è necessario l’intero spettro dell’esperienza. Se ci si chiede che cosa sia veramente la libertà (non solo in senso politico), si può dire che essa è in gran parte la possibilità di godere realmente di molte cose, di essere felici in molti modi. […] Non solo: la gioia rende gli uomini migliori. È impossibile che degli uomini felici, capaci di godere e che vedono molte possibilità di essere felici, siano particolarmente malvagi. E non è un caso che il termine « gusto » anche riferito alle cose più elevate, all’arte, venga derivato dal godimento. (124)

[A chi] ha imparato a godere, [e] grazie alle sue molte esperienze (…) ha in pari tempo imparato a conoscere gli uomini, (…) i singoli volti potranno anche raccontare cose diverse e interessanti (…). (124)

Esiste dunque un apprendimento della felicità e un apprendimento del godimento. Ma nel nostro mondo sociale odierno modificato, a questa possibilità si frappongono molti ostacoli, (…) perché si è verificato qualcosa che non esisteva prima della rivoluzione inglese e francese (…) (125)

Il mutamento a cui mi riferisco è un’ascesa delle masse. Un fenomeno caratteristico del nostro tempo è che masse di uomini hanno raggiunto un tenore di vita più elevato, senza per questo aver acquisito un livello superiore di cultura. Non si sono conquistate il benessere con un lungo lavoro, com’era accaduto nel caso della borghesia. (…) La loro situazione esteriore è effettivamente migliorata, eppure manca l’assimilazione e l’elaborazione di una cultura spirituale, acquisibile solo nel corso di un lungo sviluppo ricco di aspri confronti (125)

Il superamento del pregiudizio e un atteggiamento tollerante sono tuttavia possibili solo per l’uomo privo di invidia ed equilibrato che dispone di una vasta gamma di esperienze. Egli non ha motivo di danneggiare altri o di non aiutarli. A tale liberalità si perviene quando si combinano due fattori: una vita relativamente priva di preoccupazioni, stabilizzata a un determinato livello, e un lungo avvio, ossia uno sviluppo adeguato. (126)

[…]

Che cosa significa veramente democrazia? Forse che si ha il diritto di votare? Rousseau sarebbe stato di questo avviso. Ma se sapesse che la nostra democrazia presuppone anche dei partiti organizzati, ne sarebbe profondamente stupito; egli non voleva partiti, e soprattutto non voleva giganteschi apparati di partito. Non aveva la benché minima nozione di quello che poi sarebbe stata la « mass communication ». Con essa noi intendiamo un’enorme massa di segni che agiscono sull’uomo e in base ai quali egli si deve orientare. E che cosa insegna l’educazione a proposito della società? Che ci si deve attenere ai segnali e reagire rapidamente, proprio come quando si guida l’automobile in mezzo al traffico, se ci si vuole far strada nella vita. E cosi gli uomini diventeranno infinitamente più abili e più efficienti nel dominare la natura, infinitamente più meticolosi, ma non più autonomi, e certamente non indipendenti interiormente; al contrario, essi diverranno necessariamente tanto dipendenti, quanto più si sforzano di avere successo nella vita. (127)

(…) In questa democrazia l’uniformazione è nei partiti, e in essi è anche il denaro. Ma la democrazia consiste proprio nel fatto che il potere non è accentrato nelle mani di grandi organizzazioni, ed è invece ripartito tra i singoli, appartiene a piccoli gruppi. La parola «democrazia» è quindi addirittura pericolosa, perché dietro di essa scompaiono quelli che sono i veri problemi. (127-128)








venerdì 5 giugno 2009

[On a raison de se révolter. Libertarismo politico di Jean-Paul Sartre]


[Estratti da: Franco Fergnani, La cosa umana. Esistenza e dialettica nella filosofia di Sartre, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 237-238; 239-241; 250-251]







[Il laborioso apprendimento della “forza delle cose” e il ripensamento-totalizzazione della propria démarche filosofico-politica, a partire dal 1936 e anche prima, dell’ultimo Sartre]

Un’avventura dialogica che comincia un giorno del novembre 1972 e che finisce un giorno del marzo 1974, con andamento estemporaneo, tesi in via di formazione, interlocutori disposti a mettersi in questione e a modificarsi a vicenda strada facendo. Pagine grezze volutamente non rifinite, un ventaglio di argomenti estremamente ampio (la paranoia istituzionale, la mitizzazione del “potere” e i connessi fideismi, la riaffermazione del principio della contingenza, la posizione stessa di Sartre come “intellettuale classico” in crisi e come autore del Flaubert, [1]l’inestinguibilità dell’interrogazione filosofica, ecc.), formulazioni talvolta rudimentali e conclusioni spesso appena accennate o lasciate in sospeso. Le conversazioni tra Sartre e due suoi giovani amici gauchistes, Philippe Gavi e Pierre Victor, svoltesi nell’arco di quasi un anno e mezzo e pubblicate nel giugno del 1974 sotto il titolo On a raison de se révolter [2] nella collezione “La France sauvage” di Gallimard, ci danno una testimonianza di notevole efficacia proprio in questa loro immediatezza e costituiscono un documento che è stato finora [ed è rimasto; ndr] ben poco utilizzato.

Anzitutto, On a raison de se révolter è importante per quello che Sartre vi ha detto di se stesso, per le “riscoperte” che fa, per ciò che “ritrova” e ritiene di poter recuperare del suo passato, lungo chemins bien bizarres et tourniquants, per il modo con cui ripensa e totalizza la propria démarche filosofico-politica a partire dal 1936 e anche prima. Nel corso degli anni Sessanta Sartre ha scritto o dichiarato a più riprese che ciò che lo ha mutato, dal tempo di L’essere e il nulla [3] alle posizioni di circa un ventennio dopo, ciò che lo ha condotto all’accettazione critica del marxismo (e a modificare il proprio atteggiamento verso la psicanalisi, benché con margini di riserva ora più e ora meno accentuati), è stato il laborioso apprendimento della “forza delle cose”. Confessione autobiografica e analisi autocritica, com’è noto, si sono spesso mescolate. Un’espressione come: “la vita mi ha insegnato la forza delle cose” figura appunto all’inizio dell’ampia intervista di fine 1969 alla “New Left Review”. [4] Di qui la necessità per l’interprete di evitare due opposte tentazioni egualmente fuorvianti: sia la tentazione di sminuire in una visione piattamente evolutiva la portata degli elementi di svolta, di trasformazione e di autocritica (sui quali l’autore stesso ha insistito non senza durezza e talora con un certo gusto di autoaccusa) sia quella di dicotomizzare, di privilegiare la discontinuità, di fare di un movimento complesso - di un cambiamento prodottosi “à l’intérieur d’une permanence” - qualcosa di paragonabile ad una linea spezzata.

[…]


[Uno scontro violento svolgentesi direttamente al livello dei “valori”]

Con e dopo l’esperienza del “maggio”, di fronte ai fermenti antiautoritari e anti-gerarchici vivi nel paese e a contatto con le formazioni della Nuova Sinistra, Sartre è stato indotto ancora una volta a mettersi in questione, a ripensare la condizione dell’intellettuale, a modificare sensibilmente il suo stesso modo di guardare al proprio passato, di rapportarvisi e di riviverlo. Nelle tensioni del ‘68 egli ha ravvisato i termini di uno scontro violento svolgentesi direttamente al livello dei “valori”, ha visto il delinearsi di un movimento di opposizione profondamente restio ad essere incanalato entro schemi partitici e a marciare in ranghi serrati, operante sul piano del “sociale” piuttosto che su quello “politico” (nel senso settoriale e professionalistico del termine). Mentre si consumava, con il ‘68 stesso e con Praga, la sua rottura definitiva con il mondo comunista ufficiale, Sartre ha creduto di ritrovare, trasfigurate e obiettivate nella realtà di un movimento di lotta - nel rifiuto ad esempio del sérieux delle gerarchie su ogni piano della vita sociale e all’interno delle formazioni politiche -, le ragioni o alcune ragioni della sua vecchia polemica contro la “coscienza soddisfatta”, l”uomo d’ordine”, il rivoluzionario intriso di spirito di serietà. Rinasce in questo polemico ritorno di fiamma l’esemplare Brunet di Chemins de la liberté che nel rimettersi al Partito e alla Causa trova una sorta di scappatoia alla responsabilità personale.

Vedo ricomparire sotto aspetti nuovi - diceva Sartre nei colloqui - vecchie cose nelle quali credevo [...] - il moralismo ad esempio - e alle quali ho rinunciato in nome del realismo, quando ho cominciato a lavorare un po’ con i comunisti... [5]

“Moralismo” riscoperto, rinnovato e intensificato radicalismo. La coloritura morale (e in qualche momento rigidamente moralistica) di questa nuova fase è innegabile. C’è nel Sartre di questi anni un impulso polemico che tende a recuperare le istanze antiborghesi e soprattutto libertarie che attraversano tanta parte della sua opera filosofico-letterasia dai frammenti ed abbozzi giovanili a La nausea [6] e al Saint Genet. [7] Ce lo attesta la requisitoria continua contro le “macchine di potere» il pratico-inerte istituzionale, i “regimi” che non appena installati “fanno apparire fattori di alienazione”, contro l’istituzione che si assolutizza e si pone delirantemente come proprio fine, che diventa in modo paranoide scopo a se stessa e bolla ogni atto di opposizione come atto di provocazione e di devianza. Sullo sfondo di questo rinnovato radicali. smo affiora una nuova riflessione sui problema della morale, soprattutto nelle sue dimensioni quotidiane e dirette, in stretto legame con il bisogno di autodeterminazione e di personalizzazione nell’ambito di una prassi comune contrapposta alla segmentazione seriale. La precettistica, la codificazione dell’esperienza morale, la tematizzazione di quest’ultima nel discorso teorico — in altri termini l’etica normativa e i sistemi filosofici di morale — possono essere ascritte a quelli che il linguaggio marxista tradizionale chiama piani sovrastrutturali. Viceversa la moralità intesa come ethos vivente, irriflesso, relativamente spontaneo, coincidente con la disposizione concreta degli agenti del processo produttivo sociale, è considerata da Sartre attinente alle stesse infrastrutture. Si pone, egli dice, al livello dei rapporti di produzione e anzi al livello delle stesse forze produttive, a condizione beninteso che non si incorra nello scambio tra “forze produttive” e “tecnica produttiva”. [8]

Il rifiuto del “realismo amoralista” si fonda in linea di principio sulla critica delle concezioni meccaniciste, “sovrastrutturali” o comunque riduttive della moralità; sul terreno più direttamente politico esso sfocia nella polemica contro l’iper-tatticismo, le calcolate prudenze, la Realpolitik priva di tensione e di aggressività ideale, lo spirito d’ordine e il conservatorismo di fondo della “sinistra timorata”. [9] E “moralismo” sarà allora la richiesta di una azione di lotta “axée sur la liberté” che non perda di vista la necessità di assicurare il massimo di congruenza tra mezzi e fini, che valorizzi le spinte dal basso e si saldi ai processi spontanei di dissoluzione del “seriale” nei gruppi di iniziativa locale, che abbia il coraggio e la capacità di compiere negazioni radicali verso l’ordine costituito. Non solo: ma che si ponga programmaticamente come “anti-istituzionale”, come negatrice di “ogni” ordine:

Un’istituzione è un’esigenza che si rivolge a degli individui astratti e atomizzati, mentre un’autentica praxis non può esistere che a partire da gruppi concreti. Se un partito rivoluzionario deve esistere oggi, è necessario che esso assomigli il meno possibile ad una istituzione, e d’altra parte che esso contesti ogni istituzionalità fuori di sé, ma in primo luogo in sé. Ciò che occorre sviluppare tra la gente non è il rispetto di un presunto ordine rivoluzionario, bensì lo spirito di rivolta contro ogni ordine. [10]

Lasciando da parte i commenti che preferiscono indugiare sulla nota ribellistica giungendo alla conclusione poco redditizia di “estremismo romantico”, in questo rifiuto dell’ordine è da cogliere anzitutto la premessa teorica che gli fa da supporto, e cioè il rilievo - largamente motivato nella Critica [11] su un piano morfologico-astratto - circa la tendenza di ogni ordinamento a sedimentarsi in strutture inerti con conseguente processo di riserializzazione, [12] e circa la necessità di mantenere aperte, anche nell’ordine nato da una rivoluzione socialista, possibilità permanenti di rivitalizzazione, di accorciamento dei periodi di stasi seriale. […]


[Libertarismo politico]

Non di rado appare nel personale contributo sartriano alle conversazioni con Victor e con Gavi un richiamo tutt’altro che velato a quel “minimum ontologico” che è connesso alla distinzione tra il concetto respinto di “natura umana” e il concetto riconosciuto valido di “condizione universale umana”; più di una volta si incontrano formule che indicano nella libertà “le propre de l’homme”, prerogativa che lo definisce nel suo essere-nel-mondo e nel suo essere-in-situazione. Bisogna d’altra parte non perdere di vista la reale portata di questa riaffermazione. La riaffermazione della libertà come qualità e come valore è uno di quei “ritorni” di cui dicevamo all’inizio se si guarda alla sua riaccentuazione e riattualizzazione, ma non esce dal quadro teorico delineato dalla Critica [13], e l’enfasi che ora l’accompagna è ispirata essenzialmente da una preoccupazione pratica. La “liberté retrouvée” è la possibilità di concepire una lotta politica imperniata sulla déprise du pouvoir, sulla definitiva messa da parte della concezione del militante-soldato, sul rifiuto del dualismo permanente tra capi e gregari, sulla rinuncia al mito di una risolutrice “conquista del potere”. E denuncia l’intendimento di conferire un’anima libertaria ed extraparlamentare all’azione delle forze anticapitalistiche, la speranza estrema di dar vita ad una “gauche irrespectueuse”. Se Sartre confessa alla fine degli incontri con i suoi due interlocutori, nel 1974, di aver recuperato negli ultimi anni ciò che aveva in parte dimenticato (“una teoria che m’appartiene profondamente, la teoria della libertà”), il contesto dell’ammissione rende chiaro che questo parziale oblio concerne essenzialmente la sfera politica.

Il libertarismo di On a raison de se révolter si pone in spirito di scissione di contro alle gerarchie sociali, alla democrazia formale indiretta, al potere centralizzato, alla sovrapposizione della “legalità” alla “legittimità”, e a favore di una democrazia “dal basso” che si potrebbe anche indicare come democrazia dei gruppi in fusione, delle piccole apocalissi quotidiane. L’opposizione di principio e di fatto alla democrazia di delega è considerata nelle conversazioni uno dei capisaldi della non completa intesa di Sartre con i maos. Del resto, nell’arco di tempo in cui le conversazioni si svolgevano, la pubblicazione su “Les Temps Modernes” di Elections, piège à cons (in occasione delle elezioni del ‘73 in cui la sinistra ufficiale si presentava con un programma comune) costituiva la più drastica presa di posizione contro il principio del voto, sulla base delle categorie di omogeneità-discretezza, separazione degli identici formalizzati e congiunta impotenza seriale, ricavate direttamente dalla teoria degli insiemi pratici della Critica.

A parte la polemicità propagandistica del titolo, si trattava di una analisi di rilievo, largamente accoglibile, a nostro avviso, in quanto capitolo di una sempre aperta critica della supervalutazione ideologica del suffragio universale e dell’ideologia “democraticista” del cittadino elettore [...].


[1] Cfr. L'Idiot de la famille: Gustave Flaubert de 1821 à 1857; ed. it. L' idiota della famiglia : Gustave Flaubert dal 1821 al 1857, Il saggiatore, Milano 1977.

[2] Cfr. On a raison de se révolter, Gallimard, Paris 1974; ed. it. Ribellarsi è giusto, Einaudi, Torino 1975.

[3] Cfr. L'essere e il nulla. Saggio di ontologia fenomenologica, A. Mondadori, Milano 1958; ed. or. L'Être et le Néant. Essai d'ontologie phenomenologique, Gallimard, Paris 1943.

[4] Cfr. Itinerary of a Thought, “New Left Review”, n. 58, November-December 1969, pp. 43-66; ed. it. Sartre visto da Sartre, in Materialismo e rivoluzione, a c. di Franco Fergnani e Pier Aldo Rovatti, Il Saggiatore, Milano 1977, pp. 148-183.

[5] Cfr. On a raison de se révolter, cit., p. 78; ed. it. Ribellarsi è giusto, cir., p. 65.

[6] Cfr. La nausea, Einaudi, Torino 1953; ed. or. La Nausée, Gallimard, Paris 1932.

[7] Cfr. Saint Genet, comédien et Martyr, Gallimard, Paris 1952; ed. it. Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano 1972.

[8] Cfr. On a raison de se révolter, cit., p. 45; ed. it. Ribellarsi è giusto, cit., pp. 34-35.

[9] “Chiamiamo da noi ‘sinistra timorata’ [gauche respectueuse] una sinistra che rispetta i valori di destra, anche se si rende conto di non condividerli: tale fu la ‘nostra sinistra’ al tempo della guerra di Algeria” (Sartre, Plaidoyer pour les intellectuels (1965), in Situations VIII, Gallimard, Paris 1973, p. 421).

[10] Cfr. On a raison de se révolter, cit., pp. 47-48; ed. it. Ribellarsi è giusto, cir., p. 37.

[11] Cfr. Critica della ragione dialettica, Il Saggiatore, Milano 1963; ed. or. Critique de la raison dialectique – Tome I – Théorie des ensembles pratiques, Gallimard, Paris 1960.

[12] Ciò non comporta affatto – a livello storico e sociale concreto una messa sullo stesso piano dei vari ordinamenti (nota di F.F.).

[13] “Certamente, se l’uomo non fosse libero non lo si potrebbe asservire”: è un passo della conclusione di Questioni di metodo pubblicata contemporaneamente a Critica della ragione dialettica (nota di F.F.).