giovedì 4 giugno 2009

Elections, piège à cons


Jean-Paul Sartre



Sartre in un corridoio del palazzo di giustizia parigino,
in attesa di essere interrogato dal giudice,
il 24 settembre 1971





Nel 1789 fu stabilito il voto censitario: significava far votare non gli uomini ma le proprietà, i beni borghesi, che non potevano dare i suffragi che a se stessi. Questo sistema era profondamente ingiusto poiché si escludeva dal corpo elettorale la maggior parte della popolazione francese, ma non era assurdo. Certo gli elettori votavano isolatamente e in segreto: questo tornava a separarli gli uni dagli altri e a non ammettere tra i loro suffragi che dei legami di esteriorità.

Ma questi elettori erano tutti dei possidenti, dunque già isolati dalle loro proprietà che si richiudevano su di loro ridando alle cose, agli uomini tutta la loro impenetrabilità materiale. Le schede elettorali, quantità discreta, non facevano che tradurre la separazione dei votanti e si sperava, addizionando i suffragi, di far scaturire l'interesse comune del più gran numero, cioè il loro interesse di classe. Nelle stesso periodo la Costituente adottava la legge Le Chapelier, il cui fine confessato era di sopprimere le corporazioni ma che mirava, inoltre, ad interdire ogni associazione dei lavoratori tra loro e contro i loro datori di lavoro. Così i non-possidenti, cittadini passivi che non avevano nessun accesso alla democrazia indiretta, cioè al voto usato dai ricchi per eleggere il loro governo, si vedevano ritirare, per sovramercato, ogni permesso di raggrupparsi e di esercitare la democrazia popolare o diretta, la sola che si convenisse loro poiché non erano suscettibili di essere separati dai loro beni.

Quando, quattro anni più tardi, la Convenzione rimpiazzò il suffragio censitario col suffragio universale, non credette bene, tuttavia, di abrogare la legge Le Chapelier, in modo che i lavoratori, definitivamente privati della democrazia diretta, votarono come proprietari anche se non possedevano niente. I raggruppamenti popolari, vietati ma frequenti, divennero illegali rimanendo legittimi. Alle assemblee elette dal suffragio universale si sono dunque opposti nel 1794, nel 1848, nella Seconda Repubblica e infine nel 1870, dei raggruppamenti spontanei ma a volte molto estesi che dovevano essere chiamati appunto classi popolari o popolo. Nel 1848, in particolare, si credette di vedere, opposto ad una Camera eletta col riconquistato suffragio universale, un potere operaio che si era costituito nelle strade e negli Ateliers Nationaux. Si sa come finì: nel maggio-giugno 1848 la legalità massacrò la legittimità. Di fronte alla legittima Comune di Parigi, l'ultralegale Assemblea di Bordeaux trasferita a Versailles non ebbe che da imitare questo esempio. Alla fine del secolo scorso e all'inizio di questo le cose sembrarono cambiare: si riconobbe agli operai il diritto di sciopero, le organizzazioni sindacali furono tollerate. Ma i presidenti del Consiglio, capi della legalità, non sopportavano le spinte ricorrenti del potere popolare. Clemenceau in particolare si distinse nel reprimere gli scioperi. Tutti, ossessionati dalla paura dei due poteri, rifiutavano la coesistenza del potere legittimo, nato qua e là dall'unità reale delle forze popolari, e di quello, falsamente uno, che essi esercitavano e che riposava, in definitiva, sull'infinita dispersione dei votanti. Di fatto erano caduti in una contraddizione che non avrebbe potuto risolversi che con la guerra civile, dal momento che l'uno aveva la funzione di disarmare l'altro.

Votando domani noi andiamo, ancora una volta, a sostituire il potere legittimo col potere legale. Questo, preciso, di una chiarezza in apparenza perfetta, atomizza i votanti in nome del suffragio universale. Quello è ancora in embrione, diffuso, oscuro a se stesso: fa tutt'uno, per il momento, con il vasto movimento antigerarchico e libertario che si incontra dappertutto ma che non è ancora organizzato. Gli elettori fanno parte dei raggruppamenti più diversi. Ma non è in quanto membri di un gruppo bensì come cittadini che l'urna li aspetta. Quella cabina elettorale, piantata nell'aula di una scuola o di un municipio, è il simbolo di tutti i tradimenti che l'individuo può commettere verso i gruppi di cui fa parte. Essa dice a ciascuno: «Nessuno ti vede, non dipendi che da te stesso; stai per decidere nell'isolamento e in seguito potrai nascondere la tua decisione o mentire». Non c'è bisogno di altro per trasformare tutti gli elettori che entrano nell'aula in traditori in potenza gli uni degli altri. La diffidenza accresce la distanza che li separa. Se noi vogliamo lottare contro l'atomizzazione è necessario prima tentare di capirla.

Gli uomini non nascono nella separazione: vengono su nell'ambiente familiare che li fa durante i loro primi anni. In seguito essi faranno parte di diverse comunità socio-professionali e fonderanno essi stessi una famiglia. Li si atomizza quando grandi forze sociali - le condizioni di lavoro in regime capitalista, la proprietà privata, le istituzioni, ecc. - si esercitano sui gruppi di cui essi fanno parte per smembrarli e ridurli alle unità di cui si pretende che essi si compongano. L'esercito, per non citare che un esempio di istituzione, non considera mai la persona concreta del richiamato, che non può afferrarsi che sulla base della sua appartenenza a dei gruppi esistenti. Esso non vede in lui che l'uomo, cioè il soldato, entità astratta che si definisce per i doveri e per i rari diritti che rappresentano i suoi rapporti col potere militare. Questo «soldato», che esattamente il richiamato non è ma al quale il servizio militare intende ridurlo, è altro in sé da se stesso e identicamente altro presso tutti i commilitoni di una stessa classe. E' questa identità stessa che li separa poiché essa non rappresenta per ciascuno che l'insieme prestabilito delle sue relazioni con l'esercito. Così, durante le ore di addestramento, ciascuno è altro da sé e, nello stesso tempo, identico a tutti gli Altri che sono altri da se stessi. Egli non può avere rapporti reali con i suoi compagni che se, durante i pasti o di sera, nella camerata, essi si spogliano tutti insieme del loro essere-soldato. Tuttavia la parola atomizzazione, così spesso impiegata, non rende la vera situazione delle persone disperse e alienate dalle istituzioni. Non si può ridurle alla solitudine assoluta dell'atomo anche se si tenta di sostituire le loro relazioni concrete con le persone, con dei semplici legami di esteriorità. Non li si può escludere da tutta la vita sociale: il soldato prende l'autobus, compra il giornale, vota. Questo presuppone che egli usi dei «collettivi» con gli Altri. Semplicemente, i collettivi si indirizzano a lui come a un membro di una serie (quella di coloro che comprano i giornali, dei telespettatori, ecc.). Egli diventa identico quanto all'essenza a tutti gli altri membri, differendone solo per il suo numero d'ordine. Noi diremo che è serializzato. La serializzazione dell'azione la si ritrova nel campo pratico-inerte dove la materia si fa mediazione tra gli uomini nella misura in cui gli uomini si fanno mediazione tra gli oggetti materiali (dal momento che un uomo prende il volante della sua auto egli non è altro che un guidatore tra gli altri e perciò contribuisce a rallentare la velocità di tutti e la sua stessa, e questo è il contrario di ciò che desiderava quando voleva possedere lui stesso un'automobile).

A partire da ciò nasce in me il pensiero seriale che non è il mio proprio pensiero ma quello dell'Altro che io sono e quello di tutti gli Altri; bisogna chiamarlo pensiero d'impotenza perché io lo produco in quanto io sono l'Altro, nemico di me stesso e degli Altri e in quanto io porto dovunque questo Altro con me. Supponiamo un'azienda dove non c'è stato uno sciopero da venti o trent'anni, ma dove il potere d'acquisto dell'operaio diminuisce costantemente a causa del «caro-vita». Ciascun lavoratore comincia a considerare una azione rivendicativa. Ma i venti anni di « pace sociale » hanno stabilito poco a poco tra i lavoratori relazioni di serialità. Ogni sciopero - fosse anche di ventiquattr'ore - richiederebbe un raggruppamento di lavoratori. In questo momento il pensiero seriale - che separa - resiste fortemente alle prime manifestazioni del pensiero di gruppo. Esso sarà razzista (gli immigrati non ci seguirebbero), misogino (le donne non ci capirebbero), ostile alle altre categorie sociali (i piccoli commercianti e i contadini non ci aiuterebbero), diffidente (il mio vicino è un Altro; dunque non so come potrebbe reagire), ecc. Tutte queste proposizioni di separazione non rappresentano il pensiero degli operai stessi, ma quello degli altri che essi sono e che vogliono mantenere il loro statuto d'identità e di separazione. Se il raggruppamento riuscisse, non si troverebbe più traccia di questa ideologia pessimista. Non aveva altra funzione che di giustificare il mantenimento dell'ordine seriale e dell'impotenza in parte subita, in parte accettata.

Il suffragio universale è un'istituzione, dunque un collettivo, che atomizza o serializza gli uomini concreti e si rivolge in essi a delle entità astratte, i cittadini, definiti da un complesso di diritti e doveri politici, cioè dal loro rapporto con lo Stato e le sue istituzioni. Lo Stato ne fa dei cittadini dando loro, per esempio, il diritto di votare ogni quattro anni, a condizione che essi rispondano a delle condizioni molto generali - essere Francesi, avere più di ventun'anni - che non caratterizzano veramente nessuno di loro. Da questo punto di vista tutti i cittadini, siano essi nati a Perpignan o a Lilla, sono perfettamente identici, come abbiamo visto che lo erano i soldati nell'esercito: non ci si interessa dei loro problemi concreti che nascono nelle loro famiglie o nei loro raggruppamenti socio-professionali. Di fronte alle loro solitudini astratte e alle loro separatezze si ergono gruppi o partiti che sollecitano i loro voti. Si dice loro che essi delegano il loro potere a uno o più di questi raggruppamenti politici. Ma, per «delegare la sua autorità», bisognerebbe che la serie costituita dall'istituzione del voto ne possedesse almeno una piccola parte. Ora, questi cittadini, identici e fabbricati dalla legge, disarmati, separati dalla diffidenza di ciascuno verso gli altri, mistificati ma coscienti della loro impotenza, non possono in nessun caso, fin quando hanno lo statuto seriale, costituire questo gruppo sovrano del quale ci è stato detto che emana tutti i poteri, il Popolo. Considerato che si è loro concesso suffragio universale, l'abbiamo visto, per atomizzarli ed impedirgli di raggrupparsi tra loro. Solo i Partiti, essendo originariamente dei gruppi - d'altronde più o meno serializzati e burocratizzati -, possono considerarsi come aventi un embrione di potere. In questo senso bisognerebbe rovesciare la formula classica, e quando un Partito dice: «Sceglietemi!», non intendere con ciò che gli elettori gli deleghino la loro sovranità, ma che i votanti, rifiutando di unirsi in gruppo per accedere alla sovranità, designano una o più comunità politiche già costituite ad estendere il potere, che esse già possiedono, sino ai confini nazionali. Nessun partito potrà rappresentare la serie di cittadini perché esso deriva la sua potenza da se stesso, cioè dalla sua struttura comunitaria; la serie d'impotenza non può, in alcun caso, delegargli una porzione d'autorità. Ma al contrario il Partito, quale che esso sia, usa la sua autorità per agire sulla serie reclamandone i voti; e la sua autorità sui cittadini serializzati non è limitata che da quella di tutti gli altri partiti messi insieme. In una parola, quando io voto, io abdico al mio potere - cioè alla possibilità che è in ciascuno di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non ha nessun bisogno di rappresentanti - e affermo che noi, i votanti, siamo sempre altri da noi stessi e che nessuno di noi può in alcun caso abbandonare la serialità per il gruppo, se non per interposta persona. Votare è senza dubbio, per il cittadino serializzato, dare il suo voto a un Partito, ma è soprattutto votare per il voto, come dice Kravetz, cioè per l'istituzione politica che ci mantiene nello stato d'impotenza seriale. Lo si è visto, nel giugno 1968, quando de Gaulle ha chiesto alla Francia, in piedi e costituitasi in gruppi, di votare, cioè di andare a dormire e di avvolgersi nella serialità. I gruppi non-istituzionali diffidarono; gli elettori, identici e separati, votarono per l'U.D.R. che prometteva di difenderli contro l'azione dei gruppi che essi, solo qualche giorno prima, costituivano. Lo si vede ancora oggi quando Séguy chiede tre mesi di pace sociale per non spaventare gli elettori, in verità perché le elezioni siano possibili, cosa che non sarebbero più se quindici milioni di scioperanti, decisi e istruiti dall'esperienza del 1968, rifiutassero di votare e passassero all'azione diretta. L'elettore deve continuare a dormire e compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto di voto non è che l'interdizione di unirsi agli altri per risolvere con la praxis i veri problemi.

Il tipo di scrutinio, sempre scelto dai gruppi dell'Assemblea e mai dagli elettori, aggrava le cose. La proporzionale non strappava i votanti alla serialità, ma almeno utilizzava tutti i voti. L'Assemblea dava una immagine corretta della Francia politica, cioè serializzata, poiché i Partiti erano rappresentati proporzionalmente al numero dei voti che ciascuno aveva ottenuto. Il nostro scrutinio al contrario, si ispira al principio opposto che è, diceva assai giustamente un giornalista, 49% = 0. Se in una circoscrizione al secondo turno, i candidati dell'U.R.D. ottengono il 50% dei voti, vengono tutti eletti. Il 49% dell'opposizione precipita nel nulla: corrisponde a circa la metà della popolazione che non ha il diritto di essere rappresentata.

Con questo sistema, prendiamo un elettore che ha votato comunista nel 1968 e i cui candidati non sono stati eletti. Egli vota - supponiamo - per lo stesso P.C. nel 1973. Se i risultati sono differenti da quelli del 1968, ciò non dipenderà da lui poiché egli avrà, nei due casi, dato il suo voto agli stessi candidati. Perché il suo voto sia utile, è necessario che un certo numero di elettori che hanno votato nel 1968 per la maggioranza attuale, se ne distacchino, stanchi e decidano di votare più a sinistra. Ma, intanto, non è affare del nostro uomo farli decidere; e poi, essi sono verosimilmente di un altro ambiente, e lui non li conosce nemmeno. Tutto avviene altrove e altrimenti: con la propaganda dei partiti, con certi organi di stampa. L'elettore del P.C., quanto a lui, non ha che da votare, è tutto quello che gli si chiede: egli voterà ma non parteciperà alle azioni che mirano a modificare il senso del suo voto. E poi, molti di quelli ai quali si potrebbe far cambiare idea sono ostili all'U.D.R. ma visceralmente anticomunisti: essi preferiscono eleggere dei «riformatori» che diventeranno così gli arbitri della situazione. E non è verosimile che questi si schierino con P.S. e P.C.; essi apporteranno la loro forza complementare all'U.D.R. che come loro vuole conservare il regime capitalista. L'alleanza dell'U.D.R. e dei riformatori, questo è il senso oggettivo del voto dell'elettore comunista: che in effetti è necessario perché il P.C. conservi i suoi suffragi e li aumenti, ed è questo aumento che diminuirà il numero degli eletti della maggioranza e li determinerà a gettarsi nelle braccia dei riformatori. Non c'è niente da dire se si accettano le regole di questo gioco da coglioni. Ma, in quanto il nostro elettore è se stesso, cioè in quanto uomo concreto, il risultato che egli avrà ottenuto come Altro identico non lo soddisferà affatto. I suoi interessi di classe e le sue determinazioni individuali coincidono per fargli scegliere una maggioranza di sinistra. Egli avrà contribuito a inviare all'Assemblea una maggioranza di destra e di centro dove il partito più importante sarà ancora l'U.D.R. Così quando quest'uomo metterà la scheda nell'urna, questa riceverà dagli altri un significato altro da quello che egli aveva inteso darle: ritroviamo qui l'azione seriale che abbiamo trovato nel settore pratico-inerte.

Andiamo ancora più in là: poiché io affermo, votando, la mia impotenza istituzionalizzata, la maggioranza in carica non ci pensa due volte a dividere e manipolare il corpo elettorale, avvantaggiando le campagne e le città che «votano bene» a spese delle periferie e dei sobborghi che «votano male». Tanto che perfino la serialità dell'elettorato viene trasformata. Se era perfetta, un voto valeva l'altro. Siamo lontani dal conto: servono centoventimila voti per eleggere un deputato comunista, trentamila per mandare all'Assemblea un U.D.R. Un elettore della maggioranza vale quattro elettori del P.C. Egli vota contro ciò che bisogna chiamare una supermaggioranza, cioè contro una maggioranza che vuole mantenersi in carica con altri mezzi che la serialità pura dei voti.

Perché voterò? Perché mi hanno convinto che il solo atto politico della mia vita consiste nel portare il mio suffragio nell'urna una volta ogni quattro anni? Ma è il contrario di un atto. Io non faccio che rivelare la mia impotenza ed obbedire al potere di un Partito. Inoltre, io dispongo di un voto di valore variabile se obbedisco all'uno o all'altro. Per questa ragione, la maggioranza della futura Assemblea non riposerà che su una coalizione e le decisioni che prenderà saranno dei compromessi che potranno non riflettere affatto i desideri che esprimeva il mio voto. Nel 1959 la maggioranza ha votato per Guy Mollet perché egli pretendeva di fare al più presto la pace in Algeria. Il governo socialista che prese il potere decise di intensificare la guerra: ciò che portò molti elettori a passare dalla serie, che non sa mai per chi vota né per che cosa, al gruppo d'azione clandestina. E' ciò che essi avrebbero dovuto fare molto prima ma, di fatto, fu l'improbabile risultato dei loro voti che denunciò l'impotenza del suffragio universale.

In verità tutto è chiaro se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta è una mistificazione. Si pretende che l'Assemblea eletta sia quella che riflette meglio l'opinione pubblica. Ma non c'è opinione pubblica che non sia seriale. L'imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in noi lasciando dei «bleus à l'âme» e un senso di frustrazione. Così, quando ci chiamano a votare, io, io Altro, ho la testa farcita di idee pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie idee. L'insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia: ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese, soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una crisi d'identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a tutti gli altri e abitato da questi pensieri d'impotenza che nascono dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi vota? Io non mi riconosco più.

Tuttavia ci sono quelli che votano come essi dicono, «per cambiare i mascalzoni», il che vuol dire che ai loro occhi il rovesciamento della maggioranza U.D.R. ha priorità assoluta. E io riconosco che sarebbe bello far cadere per terra questi politici bacati. Ma si è riflettuto che per rovesciarli si deve mettere al loro posto un'altra maggioranza che conserva gli stessi principi elettorali?

U.D.R., riformatori e P.C.-P.S. sono concorrenti: questi partiti si mettono su un terreno comune che è la rappresentanza indiretta, il loro potere gerarchico e l'impotenza dei cittadini: in breve, il «sistema borghese». Che il P.C. che si pretende rivoluzionario si sia ridotto, dopo la coesistenza pacifica, a cercare il potere borghesemente accettando l'istituzione del suffragio borghese, dovrebbe far riflettere. È a chi addormenterà meglio i cittadini: l'U.D.R. parla di ordine, di pace sociale, il P.C. tenta di far dimenticare la sua immagine di marca rivoluzionaria. Ci riesce così bene, di questi tempi, con l'aiuto dato dai socialisti, che, se riuscisse a prendere il potere grazie ai nostri voti, respingerebbe sine die la rivoluzione e diventerebbe il più stabile dei partiti elettorali. Ci sono tanti vantaggi a cambiare? In ogni caso, si annegherà la Rivoluzione nelle urne, cosa che non deve stupire, poiché, in ogni caso, sono fatte per questo.

Certi, tuttavia, vogliono essere machiavellici, cioè servirsi dei loro suffragi per ottenere un risultato altro che seriale. Essi sperano, mandando, se possono, una maggioranza P.C.-P.S. alla nuova Assemblea, di costringere Pompidou a gettare la maschera, a sciogliere la Camera, in altri termini a forzarci alla lotta attiva, classe contro classe o piuttosto gruppo contro gruppo, forse alla guerra civile. Che strana idea, di lasciarci serializzarci conformemente ai voti del nemico perché reagisca con la violenza e ci obblighi a costituire dei gruppi. E' un errore. Il machiavellismo ha bisogno di partire da dati certi e di cui si può prevedere l'effetto. Non è questo il caso: non si possono prevedere a colpo sicuro i risultati di un suffragio serializzato: è prevedibile che l'U.D.R. perderà dei seggi e che il P.S.-P.C. e riformatori ne guadagneranno; il resto non è così probabile da definirvi su una tattica. Un solo segno: il sondaggio dell'I.F.O.P. pubblicato da France-Soir il 4 dicembre: 45% a P.C.-P.S., 40% all'U.D.R., 15% ai riformatori. E questa curiosa constatazione: ci sono molti più suffragi per P.C.-P.S. che gente persuasa che questa coalizione vincerà. Dunque ci sarà molta gente - tenuto conto di tutte le incertezze di un sondaggio - che voterà per la sinistra con la certezza che questa non raccoglierà la maggioranza dei suffragi: ancora di questa gente per la quale l'eliminazione dell'U.D.R. è prioritaria ma che non ha tanta voglia di rimpiazzarla con la sinistra. Queste osservazioni danno dunque, nel momento in cui scrivo, 5 gennaio 1973, per probabile una maggioranza U.D.R.-Riformatori. In questo caso, Pompidou non scioglierà l'Assemblea, preferirà mettersi d'accordo con i riformatori: la maggioranza si ammorbidirà un po', ci saranno meno scandali, cioè ci si metterà d'accordo perché siano meno facilmente scoperti, J.-J. S.-S. e Lecanuet entreranno nel governo. E' tutto. Il machiavellismo si ritorcerà dunque contro i piccoli Machiavelli.

Se essi vogliono tornare alla democrazia diretta, quella del popolo in lotta contro il sistema, quella degli uomini concreti contro la serializzazione che li trasforma in cose, perché non cominciare da qui? Votare, non votare è lo stesso. Astenersi, in effetti, è confermare la nuova maggioranza, quale essa sia. Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta dappertutto le istituzioni.




[«Marxiana», n. 1, gennaio-febbraio 1976, pp. 181-193 (ed. or.: «Les Temps Modernes», n. 318, janvier 1973)]


























venerdì 22 maggio 2009

Il doppio Stato



A proposito di «doppio Stato», di cui in questi giorni parlano e scrivono politici e giornalisti che, continuando ad aggiungere sulle loro giubbe nastrini di «campagne d'opposione», continuano tuttavia ad essere arruffati (gli uni) e arruffoni (gli altri), vale la pena di ricordare, a chi per avventura volesse approfondire il significato del termine e del concetto, i seguenti post:

- [Stato di diritto e stato d’eccezione (o di polizia)]
- Ernst Fraenkel,

Alle essenziali indicazioni bibliografiche su Ernst Fraenkel che vi si trovano, potrebbe essere aggiunto il saggio di Angelo Bolaffi, Dalla «Kollektive Demokratie» al «doppio Stato» nell'analisi di Ernst Fraenkel (1984), ripubblicato in Il crepuscolo della sovranità, Donzelli, Roma 2002, pp. 95-130, per ulteriori estese indicazioni.


[]


sabato 2 maggio 2009

Più forti loro



Da "City of Gods, la free/free press precaria", distribuita alla Mayday Parade di Milano, Primo Maggio 2009.

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Un mostro minaccia i nostri territori

Assemblea regionale dei movimenti sui territori

6 maggio 2009, h.21.00


Cascina autogestita Torchiera senz'acqua
Piazzale Cimitero Maggiore, 18


Milano
























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mercoledì 25 marzo 2009

Fallimento strategico

Luigi Cavallaro* e Riccardo Realfonzo**

(dalla rivista online Economia e politica, 18 febbraio 2009)




Le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico hanno un significato eminentemente politico, ma segnano anche un punto di svolta nella contesa tra paradigmi alternativi di politica economica. Esse ratificano infatti un percorso fallimentare che sarebbe ingeneroso attribuire alla sola volontà del segretario dimissionario, ma che questi ha comunque perseguito con tenacia: la rescissione di ogni legame fra gli eredi del Partito comunista italiano e quella tradizione, che potremmo definire “solidaristico-keynesiana”, che aveva ispirato la redazione delle norme fondamentali della nostra “costituzione economica”.

Quali esse siano è ben noto. L’art. 41 Cost., che – dopo aver affermato che l’iniziativa economica è libera – stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana e demanda alla legge il compito di definire i “piani e programmi” opportuni perché l’iniziativa pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. L’art. 42, che enuncia il diritto di proprietà solo per attribuirgli una funzione sociale e disciplinarla in modo da renderla accessibile a tutti. L’art. 43, che riserva alla proprietà pubblica (ed eventualmente a “comunità di lavoratori”) la produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o di beni in regime di monopolio naturale o che abbiano preminente interesse generale. L’art. 44, che disciplina la proprietà terriera prevedendo obblighi e vincoli che assicurino equi rapporti sociali.

Ma si debbono aggiungere (e approssimando comunque per difetto) l’art. 36, che assicura al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; l’art. 37, che garantisce piena equiparazione fra uomo e donna anche sul lavoro (non senza precisare che il raggiungimento dell’eguaglianza richiede una legislazione di favore per le donne); l’art. 38, che garantisce che siano provveduti i mezzi a chi si trova nell’impossibilità di lavorare per infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria; e certamente l’art. 39, che istituisce il contratto collettivo nazionale come forma principe per la determinazione della “giusta retribuzione”.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso le scelte di politica economica sostenute dalla maggioranza di coloro che del Partito democratico sono stati ispiratori (ossia i superstiti dell’ala cattolico-sociale della Democrazia cristiana e i liquidatori del Partito comunista italiano) è agevole verificare come siano state tutte di segno opposto rispetto al quadro delineato dalla nostra Costituzione. L’adesione acritica – talora perfino ridicola – a tutti i dettami dell’ortodossia economica di ispirazione neoclassica e di segno politico monetarista ha fatto sì che, durante le loro esperienze di governo (incluse quelle immediatamente successive al terremoto politico del 1992), essi hanno provveduto a privatizzare il patrimonio industriale, bancario e produttivo pubblico, depotenziare fino a svilirlo il contratto nazionale di lavoro, comprimere l’area di applicazione della legislazione a tutela del lavoro, abbattere la garanzia pubblica per le pensioni, liberalizzare i prezzi dei mercati immobiliare e mobiliare, imbrigliare entro rigidi paletti quantitativi e “federalisti” le leve collettive della politica fiscale e di bilancio e ridurre consequenzialmente il lavoro pubblico ad un’area di nullafacenti (poco) privilegiati – quasi mai per cattiveria loro, beninteso, ma spesso semplicemente per mancanza di mezzi con cui lavorare. E dall’opposizione, essi hanno contestato i governi in carica solo perché (ed in quanto) non facevano altrettanto.

I risultati di questo lavoro ultradecennale, certificati dalla perdita secca dei salari sul piano distributivo e dal correlativo innalzamento delle quote appropriate dalla rendita (specie finanziaria e immobiliare) e dai profitti, hanno progressivamente eroso il bacino di consenso dell’Ulivo, poi dell’Unione e ora del Partito democratico, fino a ridurlo all’attuale lumicino. Mentre il “bisogno di comunità” indotto dalla feroce dinamica che un mercato concorrenziale assume in una periferia capitalistica, quale indubbiamente è il nostro Paese, ha aperto spazi prima inimmaginabili al voto a destra: un voto pesantemente segnato da Dio, Patria e Famiglia, ma che ai lavoratori, sommersi e non, appare ormai senz’altro preferibile rispetto allo stolido inno alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo concorrenziale, al quale credono ormai soltanto gli ultimi giapponesi de lavoce.info.

E’ comprensibile che dal Popolo delle Libertà si levi commosso l’onore delle armi per il segretario dimissionario: nessuno come il capo dell’attuale classe dirigente del Partito democratico ha fatto così tanto per assicurare all’avversario una vittoria così durevole. Altra questione è se quel partito potrà risollevarsi dopo una bancarotta materiale e ideale così pesante: si tratta al momento di una scommessa così aleatoria che si farebbe fatica a trovare un buon credit default swap.



* Magistrato del lavoro presso il Tribunale di Palermo. Redattore di “900. Per una storia del tempo presente”, da anni collabora con i quotidiani “il manifesto” e “Liberazione” e con la “Rivista italiana di diritto del lavoro”. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Lo Stato dei diritti. Politica economica e rivoluzione passiva in Occidente (Vivarium, Napoli, 2005); Tra due destre. La politica economica del tempo presente (Cattedrale, Ancona, 2008).

** Professore ordinario nell’Università del Sannio dove dirige il Dipartimento di Analisi dei Sistemi Economici e Sociali. È autore di numerosi libri e saggi su temi di teoria monetaria, economia del lavoro, storia dell’analisi economica. Tra questi: Money and Banking (Elgar, Cheltenham, 1998) e, con G. Fontana, The Monetary Theory of Production (Macmillan, London, 2005). Recentemente ha curato, con P. Leon, L’economia della precarietà (Manifestolibri, Roma, 2008).



mercoledì 4 marzo 2009

Riscoprire la differenza della democrazia, la sua estraneità rispetto ai fenomeni di dominio, che tentano di dissimularsi dietro il suo nome

Miguel Abensour*



In un momento storico in cui il nome di democrazia è associato a guerre omicide, alla crociata del bene contro il male, alla tortura, diventa necessario e urgente qualificare nel modo migliore la democrazia per dissociarla da queste iniziative evidentemente antidemocratiche, “cancro della democrazia” per usare i termini di [Pierre] Vidal-Nacquet. Così già da molto tempo — nell’intento di strappare la democrazia alla sua neutralizzazione, di sottrarla alla banalizzazione — alcuni autori hanno scelto aggettivi tali da indurla a riscoprire la sua differenza, la sua estraneità rispetto ai fenomeni di dominio, che tentano di dissimularsi dietro il suo nome. Tra questi aggettivi, merita la nostra attenzione quello di democrazia selvaggia di Claude Lefort, o di democrazia radicale.

In ogni caso, se non si cerca di qualificare la democrazia, essa rischia di perdere ogni volto riconoscibile, e sarebbe trascinata nella zona grigia della banalizzazione universale. Nel linguaggio quotidiano delle nostre società, essa non viene forse continuamente confusa con lo Stato di diritto o con il regime rappresentativo?

Da parte mia, propongo l’espressione “democrazia insorgente”. Ma (…) il problema è che il termine “insorgente” in francese non esiste, se non in forma pronominale. Perché scegliere quest’aggettivo qualificativo, ricorrendo a un participio presente, che sfiora il neologismo? Ho preferito democrazia insorgente a democrazia insurrezionale perché, grazie alla forma verbale, potevo sottolineare due particolarità:

— la democrazia non è un regime politico, ma innanzitutto un’azione, una modalità dell’agire politico, specifica nel senso che l’irruzione del demos, del popolo sulla scena politica, in opposizione a coloro che Machiavelli chiama “i Grandi”, lotta per instaurare uno stato di non-dominio nella città.

— l’azione politica di cui parliamo non avviene in un momento, ma è un’azione continuata che si iscrive nel tempo, sempre pronta a riprendere slancio in ragione degli ostacoli incontrati. Si tratta della nascita di un processo complesso, di una istituzione del sociale orientata verso il non-dominio, che si inventa in permanenza per meglio perseverare nel suo essere e dissolvere i contromovimenti, che minacciano di annientarla e di ritornare a uno stato di dominio. Democrazia insorgente è più efficace di democrazia insurrezionale, perché questa evoca sì un modo di agire del popolo, ma senza prendere in considerazione l’inserimento continuato nel tempo.


Siamo condannati a un’alternativa, i cui termini sarebbero: o un esercizio moderato della democrazia, o l’antidemocraticismo classico? In tal caso, saremmo posti di fronte alla scelta seguente: o la democrazia potrebbe essere accettata e valorizzata a patto di praticarla con moderazione, per esempio riducendola allo statuto di quadro politico insuperabile — oppure non ci sarebbe alcun motivo di scegliere la democrazia ed eventualmente di salvarla in caso di pericolo; perché essa funzionerebbe come un’illusione e rivelerebbe di essere una forma di dominio tanto più perniciosa, quanto più nascosta sotto le apparenze della libertà.


[…]

Prima ancora di sotto-mettere la democrazia all’esigenza della moderazione o di rifiutarla senza appello, occorre porsi una questione preliminare, e interrogarsi sulla democrazia come è in verità; scoprirne cioè le caratteristiche, che rendono inadeguate sia la soluzione della moderazione, sia quella del rifiuto, senza procedere in modo essenzialista, ma riflettendo sul destino della democrazia nella modernità.


[Da La democrazia contro lo Stato. Marx e il momento machiavelliano, Cronopio, Napoli 2008]



* Miguel Abensour insegna Filosofia politica all’Université Paris VII. Ha curato l’edizione delle Œuvres complètes di Saint-Just (Gallimard 2004), di cui ha ridisegnato la figura in una prefazione destinata a segnare una svolta interpretativa. Tra le ultime pubblicazioni ricordiamo Hannah Arendt contre la philosophie politique? (Sens&Tonka, Paris 2006). In Italia è stato pubblicato un suo saggio in Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo di E. Levìnas (Quodlibet, Macerata 2002).

martedì 3 marzo 2009

Dài, Tecoppa sub-aspromontano, provaci adesso a dire "lo rifarei ancora"!

Un Tecoppa sub-aspromontano, leccatissimo e imbellettato, nel TGR Lombardia e sui giornaletti locali, poco più di un anno fa, sbruffoneggiava all'incirca così:

"sono tanto sicuro di aver agito correttamente [nel licenziamento di due dirigenti] che lo rifarei ancora".

Ecco cosa gli risponde, nei fatti, la Corte di Cassazione:

http://www.alphaice.com/giurisprudenza/?id=7608

“Si riconosca l’illegittimità dei partiti retti autocraticamente dai capi, dai duci, dalle élites o dalla burocrazia dei partiti”

Carlo Esposito (1902-1964)*




Accanto ai limiti derivanti dall’oggetto della attività dei partiti e dall’ambito della loro azione (…) stanno i limiti derivanti dalla finalità dei partiti (di consentire ai singoli cittadini di concorrere alla determinazione della politica stessa).

Deriva da tale finalità, innanzi tutto, che la struttura dei partiti deve essere interiormente democratica. Per la verità in assemblea costituente fu esplicitamente rigettata la proposta di imporre ai partiti una interiore struttura democratica. Tuttavia la solenne dichiarazione che i singoli possono associarsi in partiti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (se ha un significato e non consta di parole in libertà) implica innanzi tutto che i partiti siano organizzati in modo che i singoli cittadini associati determinino essi l’indirizzo dei partiti, attraverso cui dovrebbero concorrere in seconda istanza a determinare l’indirizzo politico dello Stato. L’interpretazione razionale della disposizione [Cost. It., art. 49; ndr] vuole dunque che si riconosca l’illegittimità dei partiti retti autocraticarnente dai capi, dai duci, dalle élites o dalla burocrazia dei partiti, anche se in assemblea costituente si rigetta la proposta di farne esplicita dichiarazione.

Non varrebbe ricordare in contrario che, secondo note dottrine, malgrado ogni esterna organizzazione democratica, i partiti, come gli Stati, non sarebbero mai guidati dalla maggioranza dei partecipi e degli iscritti o dalle masse, ma sempre da una piccola élite o minoranza che, con salvezza delle forme democratiche, eserciterebbe la sostanza del potere. Si vogliono ritenere esatte queste dottrine? E allora, poichè il diritto potrebbe imporre solo una formale partecipazione della massa degli iscritti alla determinazione delle direttive di partito, esso anche nel caso in esame, malgrado le ulteriori velleità, avrà solo imposto ai partiti una esteriore forma democratica.

Si vuole ritenere invece in senso opposto che quando esiste una organizzazione democratica si raggiunge (nei partiti come nello Stato) una sostanziale partecipazione dei cittadini alla vita degli enti? Ma allora la regola che i cittadini debbono attraverso i partiti avere la possibilità di influire sulla vita politica dello Stato, significa che i .partiti debbono avere una struttura democratica. Le opposte concezioni coincidono insomma nel risultato che la regola costituzionale, che andiamo esaminando, impone ai partiti una organizzazione democratica. Tale coincidenza nei risultati pratici esclude che si sosti ulteriormente nell’esame della fondatezza delle premesse divergenti.

[Da I partiti nella Costituzione italiana, in La Costituzione italiana. Saggi, CEDAM, Padova (1954) 1979, pp. 234-236]


* Carlo Esposito è stato uno dei più grandi costituzionalisti italiani. Altri suoi importanti saggi si trovano, oltre che nella raccolta citata in calce all’estratto, in Diritto costituzionale vivente. Capo dello Stato ed altri saggi, a cura di Damiano Nocilla, Giuffrè, Milano 1992, con ampia Presentazione (pp. VII-LII) e Nota bio-bibliografica (pp. LIII-LXIII) del curatore. Per un primo approccio al suo pensiero a partire da un tema centrale anche in altri due grandi costituzionalisti, v. Giuseppe Ugo Rescigno, Sovranità del popolo e fonti del diritto nel pensiero di Carlo Esposito, Vezio Crisafulli e Livio Paladin, in AA. VV., La sovranità popolare nel pensiero di Esposito, Crisafulli, Paladin, a cura di Lorenza Carlassare, CEDAM, Padova 2004.


domenica 1 marzo 2009

KlavierKonzert N. 21 in C-Dur (K 467) - Zweiten Satz: andante

Wolfgang Amadeus Mozart



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sabato 28 febbraio 2009

Mondscheinsonate

Ludwig van Beethoven

Piano Sonata No. 14 in C-sharp minor "Quasi una fantasia", Op. 27, No. 2 (ersten Satz)

Wilhelm Kempff, piano



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venerdì 27 febbraio 2009

Adagio

Tomaso Albinoni (1671- 1751)



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giovedì 15 gennaio 2009

Ennesimo falso del PD limbiatese sul P.I.I. di Via Monte Sabotino


Salvatore Ricciardi



L’uomo tende ad Icaro / ma la merda non vola

Jaroslav Hašek
[1]







Da un mucchio di carte e cartacce buttate là in attesa di trovare il tempo e la voglia di darvi uno sguardo, emerge casualmente un foglio del PD limbiatese, intitolato “Notizie”, distribuito forse da più di un mese. In realtà non di notizie è riempito il giornaletto, bensì di mediocrissima propaganda. Le ultime righe della quarta e ultima paginetta si riferiscono all’udienza del 4 dicembre 2008 del Tribunale Amministrativo Regionale di Milano, nella quale è stato discusso il ricorso presentato da alcuni cittadini avverso il P.I.I. di Via Monte Sabotino:

“Il ricorso in questione fa parte di un pacchetto di azioni che è stato finanziato anche dai consiglieri del PD con una quota simbolica ma significativa di 600 euro”.
È FALSO!

Il ricorso in questione non fa parte di nessun "pacchetto finanziato anche dai consiglieri del PD", perché quando il sottoscritto prese l’iniziativa di proporre ALTRE azioni legali sui P.I.I. approvati il 20 dicembre 2007 (Via Belluno e Via Sabotino), per il lavoro d’indagine preparatorio (necessario per chiarire quali erano le possibilità effettive di un ricorso) si era sbattuto per non poco tempo dapprima il sottoscritto, impiegando volontariamente il suo tempo, le sue energie e il suo denaro, senza il benché minimo intervento di nessuna natura di nessun politicante del PD; poi, nella fase finale, quand’era ormai accertato che per il ricorso esistevano fondati motivi, intervenne ovviamente uno dei diretti interessati. E si era ormai concluso anche il lavoro del legale che ha presentato il ricorso, che ovviamente si è fatto pagare. Per QUESTO ricorso le spese legali (assai consistenti) sono state sostenute interamente da chi ha firmato il ricorso e da un folto gruppo di altri cittadini del tutto autonomamente dal PD, al quale non è stato chiesto, e dal quale non è stato ricevuto, nessun sostegno.

I consiglieri del PD hanno invece accettato, ma molto malvolentieri (come subito fu chiaro, e successivamente dimostrato da loro stessi) la proposta del sottoscritto di contribuire al finanziamento di ALTRI RICORSI STRAORDINARI AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, sia per il P.I.I. di Via Belluno, sia per quello di Via Sabotino. Questo ultimo ricorso non è stato firmato da coloro che hanno firmato l’altro indirizzzato al T.A.R., bensì da altri cittadini estranei al PD. Per questi altri ricorsi, SOLO TRE CONSIGLIERI DEL PD HANNO MANTENUTO LA PAROLA CHE AVEVANO DATO, ma fra mille manifestazioni di riluttanza. Già al momento del primo modestissimo anticipo concordato, qualcun altro, fra i quali anche il sottoscritto, ha dovuto accollarsi l’esborso delle cifre non versate da chi NON HA MANTENUTO LA PAROLA DATA. Oltre alla misera cifra citata (che rappresenta assai meno del 10% della spesa complessiva per questi ricorsi), dai consiglieri del PD non è venuto alcun altro sostegno, nemmeno morale; anzi, quando a loro è stato chiesto di rispettare fino in fondo gli impegni presi per il saldo della spesa, hanno tentato di giustificare il loro sostanziale diniego in un modo talmente pretestuoso e talmente cafonesco (in ciò si è distinto l’illustre scienziato Archetti), che alla fine, fin troppo garbatamente e non da me, sono stati mandati a quel paese ed è stata rifiutata la miseria che DUE SOLI consiglieri del PD proponevano di versare.

Fin troppo garbatamente: tanto che i fatti furono resi pubblici da me solo quando fui costretto a smascherare l’appropriazione indebita di meriti che il PD può vantare solo in misura infima. Sullo squallore del comportamento dei politicanti del PD sono già stato costretto, infatti, a scrivere più volte [v. Gavroche nella Villa Mella (4 giugno 2008); Chi si batte contro lo scempio del territorio e il malaffare dei Piani Integrati d’Intervento di Via Monte Sabotino e di Via Belluno (4 settembre 2008) ; Cialtronerie "Quattro Stagioni" di un cementificatore fallito e connivente (17 settembre 2008)], ovviamente senza alcuna smentita, anche perché esistono testimonianze orali e scritte che da sole farebbero piazza pulita dei miseri pretesti dei quaquaracquà del PD. Ma più che di mancanza di consistenza umana e di serietà, sarebbe il caso di parlare di schizofrenia politica.

I notabili lillipuziani del PD, offrendo una versione locale e fra le più svaccate di un fenomeno ormai storicamente consolidato nelle società occidentali – ed ampiamente studiato - fanno alla giunta Romeo-Mestrone un’opposizione del tutto fittizia, esclusivamente funzionale al contenimento della costante erosione (più che al mantenimento) del loro elettorato, che Romeo e Mestrone esercitano con successo facendo la stessa politica, ma con una capacità di attuazione assai maggiore, del PDS-DS-PD. Infatti, se i casi di coloro che sono capaci di passare dalle parole ai fatti sono ovviamente rarissimi fra i notabili veri, fra quelli cioè che almeno esprimono discorsi di una qualche (apparente) consistenza, figuriamoci se ciò può accadere nel caso di notabili paesani, come quelli del PD di Limbiate, che non riescono mai ad andare oltre la ripetizione di alcuni poveri e stantii clichés da due soldi al chilo, per esempio in fatto di politica edilizia e di ambientalismo.

Altro che “aspre critiche”, come si dice nelle righe alle quali mi riferisco! Di critiche capitali (e non “aspre”: per queste si può far passare qualsiasi intervento vociante) al modo in cui era congegnato il P.I.I. di Via Monte Sabotino, se ne potevano fare moltissime. In particolare, come ho più volte mostrato, erano (sono) molti i danni erariali, risultanti da violazioni di legge dai risvolti anche penali, che quell’intervento edilizio causerebbe. Solo che per individuarli bisognava provare a leggere i documenti; ma né la Guida e Grande Timoniere del PD Campisi, né Gavroche-Archetti, che recentemente si è cinto il capo con l’alloro dello scienziato, si sono piegati verso tale bassura. Anzi, l’analisi dei documenti, e le proposte di azioni legali contro il malaffare, basate sugli elementi concreti che erano emersi dall’analisi, sono state apertamente svalutate e addirittura disprezzate (con scemenze del tipo: “non è così che si fa politica” [fatti recenti hanno chiarito perché: il PD è pieno di corrotti!]; “meglio fare opinione fra la gente” [ovvero: ripetizione ossessiva di frasette ideologiche, veri esempi di falsa coscienza], ecc.).

La manutenzione del consenso elettorale, tuttavia, per i politicanti è ragione di vita, e allora non c’è nulla che possa frenare la schizofrenia politica: mentre si continua a ripetere che i ricorsi al TAR non servono, si inventano (in campagna elettorale) esposti del PD alla Corte dei Conti (che mai sono stati presentati, e nemmeno scritti) e sostegni finanziari (rimasti infimi) a “pacchetti” di azioni legali (ai quali non si è mai, in alcun modo, collaborato). Particolarmente attivo, (vale a dire schizofrenico), è stato Archetti, che ha anche esibito la sua presenza all’udienza del 4 dicembre, della quale ovviamente non ha capito nulla. E tuttavia il solo ascolto dei discorsi dei legali delle parti, ciascuno durato non più di 15-20 minuti, ed in particolare di quello dell’avvocato del Comune di Limbiate, che ha tentato di convincere i giudici che è giusto costruire sull’area di Via Sabotino perché attualmente sarebbe infestata da ratti e da malavitosi! - discorso esilarante, ma che secondo Archetti avrebbe distrutto qualsiasi argomentazione a sostegno del ricorso - è bastato a questo poveretto perché la sentenza la pronunciasse lui, in anticipo sul collegio dei magistrati: i ricorrenti, è chiaro, hanno perso, e quindi è stato dimostrato che i ricorsi al T.A.R. non servono a niente! È corso quindi a convincere di ciò anche chi, fra gli abitanti presso la Villa Rasini Medolago, ha deciso di difendere il suo diritto di restare nella sua casa anche chiedendo al T.A.R, se fosse necessario, di costringere la Giunta Comunale e Frua De Angeli Holding a rispettare leggi e norme. (È stato il fermo rifiuto di questi cittadini di trattare non solo con la Holding, ma anche con Romeo, che, facendo presagire la minaccia di un ricorso, ha indotto entrambi a ridurre l’area d’intervento, nel tentativo – vano, ovviamente - di mascherare un’operazione truffaldina che il PDS aveva preparato e ora come PD condivide. Altro che “bluff”!).

La schizofrenia politica, tuttavia, può essere spiegata, anche da chi non ha la preparazione psichiatrica di Campisi, che è in grado di fare diagnosi a distanza, e di notte. Dunque: per un partito, come il PD, pieno di corrotti di ogni risma, parlare di ricorsi alla magistratura, anche se contro gli atti della giunta di Romeo-Mestrone, è peggio che parlare di corda in casa dell’impiccato. Purtroppo, però, c’è chi se ne infischia del politicantismo dei piddisti e i ricorsi li fa. Questi ricorsi suscitano consenso. Chi li promuove, e chi li fa, inevitabilmente occupa parte dello spazio politico, sottraendone ad altri (e soprattutto a chi ne occupa abusivamente), poiché, com’è noto, lo spazio politico non è estensibile. Allora, terrorizzati dalla perdita di spazio, i quaquaraquà del PD corrono per ogni dove a dire che i ricorsi non servono, perché di sicuro i ricorrenti perderanno. Ma, in realtà, non ne sono davvero convinti. Chissà, potrebbe darsi che i ricorrenti vincano. Non volevano, i policanti, partecipare ad UNA di queste iniziative, ma alla fine hanno ceduto… dunque è meglio, intanto, cercare di raccogliere un po’ di consensi. Se poi i ricorrenti vinceranno, meglio ancora: a maggior ragione (cioè con maggiore consenso) si potrà, eventualmente, rivendicare un merito. Et voilà, ogni tanto costoro utilizzano un ossicino non per ricostruire lo scheletro di un dinosauro, bensì per dare l’illusione di uno vivente.

Non si potrebbe trovare esemplificazione più chiara di cos’è la politica politicante, nella quale la schizofrenia è norma di vita: da una parte la rivendicazione di meriti presunti per la presentazione di ricorsi legali contro l’unica politica, quella edilizia, che mettono in campo le cavallette che da sette anni devastano Limbiate, e dall’altra l’inciucio sull’uso del risarcimento dei danni ambientali provocati dall’ACNA [v. Un successo del Pd per l’ambiente: “Il Partito Democratico di Limbiate ha presentato all’Amministrazione Comunale, che li ha condivisi e finanziati, 7 progetti per l’ambiente”; la sottolineatura è nel testo, un cumulo di mistificazioni – “scientifiche”, naturalmente! - sul quale tornerò]. Un inciucio del tutto naturale, considerando che a farlo sono le due frazioni dello stesso Partito, quello del Cemento, e preannunciato da molti segnali in questi ultimi mesi; con esso ognuna delle due parti pensa di “finanziarsi” la raccolta di voti nelle prossime elezioni provinciali. Quest’inciucio viene concordato proprio mentre Romeo e Mestrone sono ai ferri corti fra loro e nel loro partito, e mentre, finalmente, insieme con diversi funzionari al loro servizio – che già tremano - potrebbero essere investiti da diverse grane giudiziarie. Una bella ciambella di salvataggio!

Molti anni fa, sia il PCI, sia il PSI (nel quale allora si arrabattava Romeo, transfuga dal PSDI in cambio di un posticino da assessore), sia i consiglieri di Democrazia Proletaria, avversarono fieramente (e derisero) la proposta che sulla questione dell’inquinamento dell’ACNA il Comune presentasse almeno un esposto alla magistratura (infatti il Comune entrò nel procedimento giudiziario avviato dalla Regione solo all’epoca di Cattabeni). Ma quasi nessuno si ricorda più di quei tempi, del movimento di cittadini (mamme di scolari, soprattutto) che costrinse il Comune a prendere qualche provvedimento sanitario, ma non riuscì a far sì che l’allora sindaco Terragni Cuor di Leone prendesse carta e penna per scrivere alla Procura della Repubblica (il diniego fu sostenuto anche da vari Binacchi). E quindi perché mai farsi lo scrupolo di darsi un po’ di decoro, almeno chiamando i cittadini a dibattere su come spendere i soldi di un risarcimento, che fosse stato per loro mai sarebbe arrivato? La partecipazione è qualcosa che si mangia? Ma certo, soprattutto quando si tratta della torta elettorale! (E infatti della parola, usata in modo mistificante, si riempie la cavità orale Archetti, in ambito locale personificazione perfetta (seppure, ovviamente, al livello più basso) dell’ideal-tipo del notabile politico di cui ha scritto Max Weber – sebbene il ragazzotto vociante, fra le tante altre cose, ignori certamente anche il grande sociologo e scienziato - lui sì - della politica).



Note



[1] Per una prima informazione sull’autore de Il bravo soldato Švejk, v. http://www.mandragola.com/librarsi/biografie/hasek.htm. Su Hašek, su Švejk e su molto altro sono bellissime le pagine di Angelo Maria Ribellino in Praga magica, Einaudi, Torino 1973, pp. 279-317.


domenica 11 gennaio 2009

Quando la paura (di un ricorso al T.A.R.) fa novanta… si riduce drasticamente il cosiddetto “Piano di recupero” della Villa Rasini Medolago

Salvatore Ricciardi




Il “Piano di recupero d’iniziativa privata sull’area della Villa Rasini Medolago” (ma, come vedremo, forse sarebbe meglio dire “il cosiddetto Piano ecc.”) è stato approvato dalla Giunta Comunale il 23 dicembre 2008 (Delibera n. 246], ma non è più lo stesso progetto adottato il 29 settembre 2008 (Delibera n. 197), poiché non comprende più quasi due terzi della costruzione prevista sulla “Zona Ba” (attigua a quella della villa, che è “Zona A”) sulla quale era stato progettato di insediare effettivamente la gran parte dell’albergo. Per le dimensioni della parte esclusa, non si può parlare di un semplice “stralcio” dal progetto. Si tratta in realtà di un radicale ridimensionamento della zona d’intervento. Se la volumetria complessiva del progetto a suo tempo adottato (circa 23.000 mc) sia stata ridotta in pari misura, o se la volumetria ora esclusa (circa 9.300 mc) sia stata “recuperata” altrove, per il momento non sono in grado di dirlo, poiché ho visto i documenti del progetto esposti all’albo pretorio del Comune insieme con uno dei proprietari che non intendevano vendere la loro casa, ma troppo rapidamente. I documenti dovranno essere esaminati con cura anche per molti altri aspetti che ci sono sembrati diversi, o del tutto nuovi. L’impressione che ne abbiamo ricavato, tuttavia, è che i funambolismi con i quali nel progetto adottato si inventavano volumetrie “da recuperare” siano stati ancor più accentuati. Ma questi aspetti li vedremo con più calma più avanti.

Questo radicale ridimensionamento è giustificato nella delibera n. 246/2008 con l’accoglimento dell’unica “osservazione” presentata, su esplicita ed insistente sollecitazione di Romeo, da un gruppo di proprietari che in maggioranza non abitano in Limbiate, o che abitano in case che non sono comprese nel cosiddetto “Piano di recupero” (vi sono comprese solo due loro piccole autorimesse). I proprietari non abitanti, in particolare, prima di presentare l’osservazione erano pronti a mettere la mano sul fuoco per dimostrare, con il riferimento sballato ad alcune norme di legge, di essere sicuri che “non c’erano le condizioni giuridiche” per espropriare chi avesse rifiutato di vendere la sua casa (rifiuto che avrebbe impedito l’attuazione del piano). Tuttavia, nonostante tanta sicumera, hanno poi presentato una richiesta “di stralcio”, non senza aver prima tentato di ottenere l’adesione di chi voleva (e vuole) opporsi al piano, ma non con i modi graditi a Romeo e da lui stesso suggeriti!


Come la paura di un ricorso al T.A.R. ha indotto Romeo-Mestrone e Frua De Angeli Holding a più miti consigli

Questo radicale cambiamento dimostra che era infondato sostenere, come io e qualche diretto interessato avevamo fatto in una riunione degli abitanti della Zona Ba (e io poi avevo scritto qui), che chi non avesse accettato di vendere la sua casa alla Frua De Angeli avrebbe corso il rischio di essere espropriato? Al contrario: significa che Romeo-Mestrone e Frua De Angeli Holding hanno avuto paura di approvare senza modifiche il piano adottato (che avrebbe comportato l’esproprio, pena l’impossibilità di attuare quanto previsto dal P.R.G.), perché ciò lo avrebbe esposto al rischio altissimo di essere annullato totalmente con un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale presentato anche da uno solo dei proprietari che vogliono restare nelle loro case. Meglio, allora, eliminare dal piano tutta la zona nella quale si trovano le case dei “refrattari”, sperando di aver eliminato con ciò anche eventuali intenzioni di costosi ricorsi al T.A.R. Questa è la vera ragione della drastica riduzione dell’area sulla quale era progettata la costruzione dell’albergo.

A proposito del pericolo dell’esproprio, io avevo scritto, per chi sa leggere (le virgolette non le avevo collocate a caso) ed è dotato di un po’ di perspicacia politica [1]:

“le "condizioni giuridiche" in questo specifico caso prevedono proprio L’ESPROPRIO DEI POVERI A FAVORE DEI RICCHI. Se ciò non avverrà, almeno per il momento, sarà perché le procedure amministrative sono state (volutamente) violate, e per la resistenza di alcuni abitanti” [2].

Si è verificato proprio questo: la resistenza di alcuni proprietari ha messo in chiaro, per chi sa e vuole vedere (fra questi sono compresi, ovviamente, Romeo-Mestrone – o, meglio, i consulenti che noi cittadini gli paghiamo – e Frua De Angeli, ma non il consigliere comunale Campisi), che, se si voleva salvare l’operazione (almeno in parte), non era più consigliabile portare avanti, senza aggiustamenti anche onerosi, le procedure amministrative che, essendo state volutamente violate, avrebbero potuto causare l’annullamento di tutto il piano con una sentenza del T.A.R.


Quali procedure sono state violate, e da chi?

Le procedure previste per la presentazione di un “Piano di recupero” sono state violate volutamente da Frua De Angeli Holding, che inizialmente ha presentato, come se si trattasse di chiedere un semplice permesso di costruire, un progetto edilizio e non un piano di recupero, denominazione che solo successivamente è stata attribuita al progetto. È questa la sensazione che si trae dall’esame dei documenti allegati alla delibera di adozione, poiché l’unico riferimento al piano di recupero, oltre che nella Delibera di Giunta n. 197 del 29 settembre 2008, è contenuto nello schema di convenzione, vale a dire in una bozza che reca la data di elaborazione 22 settembre 2008, la quale risulta essere assai più recente non solo della data di elaborazione o di protocollo di tutti gli altri documenti, ma è posteriore all’avvio stesso della pratica, effettuato con istanze 7 marzo 2008 e 18 luglio 2008 (secondo quanto riportato nelle premesse della delibera).

Sembra, quindi, che la questione del piano di recupero sia stata o ignorata o accantonata nelle fasi di elaborazione delle tavole progettuali (le quali sono riferibili, appunto, ad un progetto edilizio, e non invece ad un piano attuativo), e che essa sia emersa in una fase di istruttoria avanzata. Questa anomalia ha determinato varie carenze di quello che è stato poi adottato come “Piano di recupero”.

A sua volta, la giunta comunale ha violato le procedure di sua competenza, poiché ha adottando un progetto che forse solo nelle fasi finali dell’istruttoria aveva assunto il nome di “Piano di recupero”, e pur non avendone rispettato le procedure ha approvato e pubblicato una delibera di adozione di un “Piano di recupero”.

Per quanto riguarda la presentazione del piano attuativo è stato violato l’articolo 12, 4° comma, della Legge Regione Lombardia 11 marzo 2005 n. 12 [3] (è questa la norma da rispettare e non l’articolo 14 bis delle Norme Tecniche di Attuazione [4], poiché la normativa regionale prevale, come fonte di rango primario, sulle norme locali):

“per la presentazione del piano attuativo è sufficiente il concorso dei proprietari degli immobili interessati rappresentanti la maggioranza assoluta del valore di detti immobili in base all’imponibile catastale risultante al momento della presentazione del piano, costituiti in consorzio, ai sensi dell’art. 27, comma 5, della legge 1° agosto 2002 n. 166” [sott. mie, nda].

Tuttavia, fra i documenti allegati alla delibera di adozione, non se ne trova nemmeno uno che dimostri che Frua De Angeli Holding al momento della presentazione del progetto fosse proprietaria di una quota di immobili tale da rappresentare la maggioranza assoluta in base all’imponibile catastale; né vi è menzione di iniziative intraprese per formare un consorzio con altri proprietari eventualmente disponibili ad aderire al piano.

Dunque il piano è stato adottato dalla giunta comunale senza che fossero dimostrati i presupposti richiesti dalla legge, soprattutto considerando che diversi abitanti delle case della Zona Ba, attigua alla Zona A (quella della villa) e compresa nel piano, si sarebbero trovati, qualora non avessero aderito al consorzio, ad essere privati dell’abitazione. Ma ad ogni modo, anche ammesso che Frua De Angeli Holding avesse potuto dimostrare di avere la maggioranza necessaria per sottoporre all’Amministrazione l’approvazione di un piano di recupero, questo non avrebbe potuto essere adottato senza che fosse stata prima attivata la procedura prevista dal già citato art. 12, 4° comma, della l. r. n. 12/05, la quale è finalizzata a coinvolgere, sin dalla fase iniziale, tutti gli altri proprietari.

Ai sensi di tale norma, infatti, quando la proposta sia formulata da chi detiene solo la maggioranza della proprietà determinata sulla base dell’imponibile catastale,

“il sindaco provvede, entro dieci giorni dalla presentazione del piano attuativo, ad attivare le procedure di cui all’articolo 27, comma 5, della legge 166/2002”.

Fino a che non si siano concluse tali procedure, non decorre il termine di novanta giorni (fissato dall’art. 14 della stessa legge 12) entro il quale l’Amministrazione è tenuta a pronunciarsi sulla proposta, poiché il 5° comma dell’art. 27, dispone che

“il sindaco, assegnando un termine di novanta giorni, diffida i proprietari che non abbiano aderito alla formazione del consorzio ad attuare le indicazioni del predetto piano attuativo sottoscrivendo la convenzione presentata. Decorso infruttuosamente il termine assegnato, il consorzio consegue la piena disponibilità degli immobili ed è abilitato a promuovere l’avvio della procedura espropriativa a proprio favore delle aree e delle costruzioni dei proprietari non aderenti” [sott. mia, nda].

Nei documenti allegati alla delibera di adozione non vi è alcuna traccia delle procedure che sarebbero state di competenza del sindaco.


Per quali motivi le procedure sono state violate volutamente?

Le procedure sono state violate, innanzitutto, per porre tutti i proprietari di fronte al fatto compiuto della delibera di adozione, impedendogli così aderire al consorzio per l’attuazione del piano, con assunzione degli oneri solo pro-quota della proprietà di ciascuno, chiedendo il rispetto del vincolo stabilito dall’articolo 14 bis comma 1 delle N.T.A., secondo il quale nelle zone Ba

“le destinazioni d’uso ammesse sono: residenza (principale), terziario (compatibile)”, e solo fra queste ultime quelle “turistico-ricettive” [sott. mie, nda].

Se ciò fosse avvenuto, sarebbe stata evidenziata, già prima della presentazione del piano, l’incongruità e l’illegittimità di accorpare due distinte zone urbanistiche, la villa (che secondo l’art. 14, comma 2, delle N.T.A. è una delle “Zone A: aree interessate da edifici di interesse storico e ambientale”, ma è anche, sempre secondo le N.T.A., una delle “zone per attrezzature ricettive e per il tempo libero”, ed è sottoposta alla specifica disciplina di cui all’art. 23, 3° comma, che riguarda espressamente la trasformazione dell’area della villa in strutture ricettive), e le case di una attigua “Zona Ba: ambiti costruiti a maggior caratterizzazione ambientale”, (N.T.A., art 14 bis, comma 1), in un unico piano che prevede l’estensione della destinazione della prima alla totalità della seconda.

E sarebbe stata evidenziata anche la difformità del “piano di recupero” dal P.R.G., poiché l’art. 14 bis, 7° comma, delle N.T.A. stabilisce che nelle Zone Ba il piano di recupero può essere adottato solo

“previa approvazione di variante ai sensi della L. R. 23 giugno 1997 n. 23 che identifichi l’area di intervento come zona di recupero” [sott. mia, nda].

Invece, è mancata anche l’individuazione della zona di recupero (ai sensi dell’art. 27 della legge 5 agosto 1978 n. 457), che è competenza del Consiglio Comunale e non della Giunta, cosicché da quest’ultima è stata avviata la procedura di approvazione di un piano di recupero in assenza di un indispensabile presupposto che consentisse di individuare l’entità e i confini di un ambito degradato (in realtà alcune delle case della Zona Ba sono già state restaurate dai proprietari rispettando le prescrizioni del Comune), così da rendere ragione dell’estensione dello strumento attuativo.

Se gli abitanti della Zona Ba avessero avuto la possibilità di esplicitare formalmente e per questi motivi il loro eventuale rifiuto di aderire al consorzio, prima a Frua De Angeli Holding e poi in opposizione alla diffida al sindaco, questo formale e motivato rifiuto avrebbe costretto la giunta comunale a respingere il progetto.


Il vero terrorismo psicologico sugli abitanti della zona Ba

Ma, soprattutto, le procedure sono state violate volutamente perché un progetto edilizio presentato per ottenere un semplice permesso di costruire, e come tale denominato, non avrebbe potuto comprendere anche le case di chi non voleva vendere, o delle quali comunque Frua De Angeli Holding non era ancora proprietaria, e quindi non sarebbe stato possibile usare l’atto di adozione formale del progetto come spauracchio, ventilando la conseguenza dell’esproprio per i “refrattari”. Invece, con l’adozione e la pubblicazione di un “Piano di recupero”, vale a dire di un piano attuativo del P.R.G., che comporta eventualmente l’esproprio come garanzia di attuazione (per togliere a chi non vi aderisce la possibilità di non farlo attuare nei fatti), era possibile agitare lo spauracchio dell’esproprio al fine di “convincere” tutti gli altri proprietari a vendere a Frua De Angeli Holding. Se questo spauracchio avesse prodotto i suoi effetti su tutti, non sarebbe stato più necessario ricorrere ad una misura sicuramente impopolare come l’esproprio. E in effetti questa prospettiva/spauracchio nient’affatto campata per aria, e che potrebbe essere scongiurata solo con notevoli oneri economici, su alcuni ha avuto effetto già da prima che io mettessi piede per la prima volta in Via Doria e cominciassi a parlarne.

Questi i termini reali della questione, individuati già con un primo esame di alcuni degli allegati fondamentali della delibera di adozione, della Legge Regione Lombardia n. 12/2005 e di tutte le norme che riguardano specificamente i piani di recupero (a cominciare dalla legge 457/1978), non solo dal sottoscritto ma anche da qualcuno degli abitanti direttamente interessati.

La presentazione e l’adozione del piano senza rispettare le procedure obbligatorie hanno fatto pesare su chi non aveva l’intenzione o la convenienza di andarsene dalla Zona Ba non solo la pressione delle richieste di acquisto della Frua De Angeli, ma anche la pressione assai più forte e spaventevole di un procedimento del potere pubblico la cui impugnazione avanti il T.A.R., notoriamente, per singoli cittadini è costosissima. Anche per poter contare su questo deterrente, né Frua De Angeli Holding, prima della presentazione del piano al Comune, né il sindaco, prima di adottarlo, hanno proposto agli altri proprietari di costituire un consorzio per attuare un piano di recupero (come invece sarebbe stato obbligatorio). Era meglio evitare non solo di suscitare la resistenza a vendere di alcuni, ma anche di correre il rischio di un’opposizione politico-sociale che la Holding non avrebbe mai potuto sconfiggere da sola. Né la probabile opposizione sociale e politica all’operazione (che comunque avrebbe comportato, come vedremo più avanti, l’esproprio a favore della Frua De Angeli) era una prospettiva augurabile da Romeo-Mestrone e dai figuranti che fanno loro compagnia nella giunta, soprattutto in questo periodo in cui temono di dover affrontare diverse brutte “grane” con la magistratura. Meglio usare la pressione istituzionale per “convincere” tutti a vendere: in questo caso non sarebbe più stato necessario ricorrere all’esproprio.

Ma è noto che le ciambelle non sempre riescono col buco. La resistenza di alcuni abitanti, sostenuti da diversi cittadini che, verificata l’ignavia, l’indifferenza, l’incapacità dei partiti cosiddetti di opposizione, hanno deciso di reagire dedicando a questa questione tempo, energie e denaro [5], presto ha reso evidente che era impossibile ottenere il risultato di convincere tutti i proprietari entro la scadenza del termine per l’approvazione definitiva del piano, ma che, anzi, per attuare il piano contro la volontà dei "refrattari" sarebbe stato necessario e obbligatorio ricorrere all'esproprio. Il rispetto di questo obbligo da parte del sindaco avrebbe potuto invocarlo Frua De Angeli, che non ha certo l’esigenza di mantenere il consenso politico che preoccupa invece Romeo-Mestrone.


La forza delle reali “condizioni giuridiche”

Come uscire da questa situazione? Innanzitutto se ne dovevano mascherare i termini reali. Quando Romeo ha affermato (non più di un paio di volte, in realtà) che le “condizioni giuridiche” per l’esproprio mancavano, e che quindi tutti potevano dormire sonni tranquilli, non ha fatto altro che raccontare una delle tante balle che facce di bronzo come la sua e come quella di Mestrone e dei funzionari al loro servizio raccontano (e ovviamente ancora racconteranno) per mistificare un’operazione con la quale, per l’ennesima volta, per assicurare profitti agli speculatori hanno abusato delle loro funzioni, del Comune, delle leggi e delle norme del Comune stesso.

Infatti, la procedura scorretta seguita per presentare il piano, la sua adozione illegittima da parte della giunta comunale, la dichiarazione illegittima di conformità al P.R.G. che è contenuta nella delibera n. 197 del 29 settembre 2007, con tutto il resto di norme che scorrettamente vi sono richiamate, la sua pubblicazione – tutto ciò, nonostante sia scorretto o illegittimo, comunque costituisce un insieme di “condizioni giuridiche” (non ho usato e non uso le virgolette a casaccio!) scientemente creato affinché fosse formalizzato in una delibera della Giunta Comunale che, se non impugnata avanti il T.A.R. entro sessanta giorni, diventa, se necessario, coercibile con l’assistenza della forza pubblica [6].

Tuttavia il meccanismo fatto di leggi e norme usate in modo distorto era stato congegnato dai consulenti di Romeo-Mestrone (pagati con soldi pubblici) e da quelli di Frua De Angeli Holding con la speranza di non essere costretti a seguirlo fino in fondo. Essi speravano, cioè, che la pressione del piano già adottato dal Comune, da un lato, e il pensiero deterrente degli alti costi economici di un ricorso al T.A.R., dall’altro, avrebbero “convinto” tutti gli abitanti della Zona Ba a vendere le loro case. Purtroppo (per Romeo-Mestrone e Frua De Angeli) la resistenza all’operazione, che comunque si è manifestata, ha creato un’impasse dalla quale era possibile uscire, scartata per ovvie ragioni l’eventualità di ritirare o di non approvare il piano, solo con una delle seguenti soluzioni:

a) approvare il piano adottato, sperando che il deterrente dell’onerosità di un ricorso al TAR facesse abbandonare questa eventuale intenzione da parte di chi lo aveva osteggiato; decorsi 60 giorni, la “condizione giuridica” di una delibera divenuta valida anche perché non impugnata, avrebbe reso obbligatorio, e giustificabile, l’esproprio al fine di dare attuazione ad un piano di recupero d’iniziativa privata rientrante a pieno titolo fra gli strumenti attuativi del P.R.G;

b) approvare il piano apportandovi modifiche tali da togliere agli abitanti che lo avevano osteggiato la possibilità di sostenere di avere un interesse legittimo per fare ricorso al T.A.R.

Tentare di uscire dall’impasse con la soluzione a) era evidentemente rischiosissimo, poiché un ricorso al T.A.R. da parte di chi non solo si è rifiutato di vendere, ma anche di farsi coinvolgere nel procedimento presentando delle osservazioni, potrebbe ottenere l’annullamento (quasi certo, tenendo conto delle violazioni evidenti delle procedure di presentazione e di adozione) della delibera di approvazione, e quindi l’annullamento di tutto il piano.

Poiché l’importante era salvare l’approvazione del piano, era dunque preferibile la soluzione b), e per essa è stato inventato l’escamotage dell’osservazione sollecitata da parte di Romeo con la promessa di pronto accoglimento. Era necessario, infatti, mascherare l’impossibilità di portare fino in fondo un’operazione per la quale tutte le norme e tutte le procedure erano state manipolate e/o distorte, e per questo è stata accettata una richiesta formulata senza motivazioni, nonostante fosse possibile formularne molte riferendosi alle irregolarità segnalate. Questo ha comportato il radicale ridimensionamento della Zona Ba compresa nel piano (ma in realtà il ridimensionamento è stato congegnato in modo che in futuro il piano possa essere attuato interamente come era stato pensato).

Le mistificazioni di un sindaco pieno di paura, ma dalla faccia di bronzo
Che improvvisamente l’obiettivo fosse diventato quello di salvare l’approvazione del piano anche a costo di un ridimensionamento, era chiaro a chiunque avesse un po’ di perspicacia politica: dopo aver registrato, prima della scadenza del termine per le osservazioni (il 29 ottobre 2008), che l’opposizione preannunciata su questo blog [7] si stava concretizzando, Romeo era immediatamente corso al riparo cercando (ma maldestramente) di infinocchiare tutti, ed in particolare gli abitanti di Via Doria, con la panzana velleitariamente sibillina delle “condizioni giuridiche” mancanti, ma significativamente mai specificate. Questo, tuttavia non è stato chiaro alla raffinata intelligenza politica del consigliere comunale Campisi (ma in realtà egli, soprattutto in questo caso, ha tutto l’interesse non solo a farsi infinocchiare, ma ad infinocchiare a sua volta la sua claque). [8] Infatti, il giorno dopo una riunione degli abitanti della Zona Ba, alla quale ero stato invitato, e nella quale i suoi amici erano venuti a sostenere, riferimenti normativi sballati alla mano e interrompendo chiunque, che non c’era alcun pericolo di esproprio, Romeo, ufficialmente chiamato dai suoi amici proprietari ma non abitanti in Via A. Doria, si era precipitato a ripetere a sua volta che per l’esproprio “mancavano le condizioni giuridiche”, mistificando, come avevano fatto i suoi amici, su ciò che può essere dichiarato “di pubblica utilità”, e sollecitando, anzi, la presentazione di domande di “stralcio”, ché lui le avrebbe prontamente accolte! Quale faccia di bronzo! Il sindaco dichiarava che non poteva espropriare a favore di un privato, ma era proprio lui che aveva avviato una procedura con la quale era già stato adottato un progetto che per costruire un albergo prevedeva la demolizione di tutte le case, anche di quelle che non erano proprietà di Frua De Angeli e i cui proprietari non volevano vendere – una procedura che, se rispettata rigorosamente, prevedeva come atto finale proprio l’esproprio di chi non voleva aderire al progetto e non voleva vendere. Il sindaco giurava e spergiurava che non avrebbe mai fatto un esproprio perché “mancavano le condizioni giuridiche”, ma poi si metteva a sollecitare le richieste di stralci di chi non voleva vendere e quindi – come sarebbe disceso dalle sue parole – nulla avrebbe avuto da temere dall’approvazione del piano!
Il fatto è che Romeo sapeva bene quali fossero le “condizioni giuridiche” mancanti. O, meglio, egli sapeva bene quanto in realtà fossero deboli e/o illegittime le “condizioni giuridiche” create con l’adozione del “Piano di recupero”, poiché egli sapeva bene che il piano era stato presentato ed adottato violando diverse norme. La paura sua e di Frua De Angeli era (ed è) che un ricorso al T.A.R. mettesse in luce questa reale mancanza delle “condizioni giuridiche” per approvare il piano.
La soluzione adottata è stata escogitata con la speranza di togliere a chi volesse ricorrere al T.A.R. la possibilità di sostenere di avere un interesse da difendere. Vedremo se questa speranza è fondata. Per intanto va sottolineato che, ovviamente, l’approvazione di un piano di recupero presentato ed adottato con una procedura illegittima è anch’essa illegittima; anzi, questo escamotage ha aggravato l’illegittimità del piano, poiché la riduzione della sua estensione, che già non copriva interamente la Zona Ba, viola l’art. 14 bis delle N.T.A. comma 10:

“i Piani di Recupero devono … prevedere: a) un’estensione territoriale non inferiore all’ambito minimo…”,

il quale, come evidenzia la scheda 8 allegata alle N.T.A., nel caso in questione comprende tutta la parte della Zona Ba ora esclusa dal “piano di recupero”.

Permangono, quindi, anzi sono più forti, tutte le ragioni per opporsi a quest’altra speculazione edilizia, eventualmente anche con il ricorso al T.A.R.


Note
[1] Qualità che non caratterizzano, nemmeno in misura minima, il consigliere comunale Campisi, Guida e Grande Timoniere del PD locale, il quale, a proposito di questo piano di recupero ha prodotto una stentata pantomima di un’argomentazione scintillante e stringente per dimostrare che io (e non Romeo-Mestrone in combutta con Frua De Angeli Holding!) avrei fatto del “terrorismo psicologico”, che mi sarei atteggiato a “Salvatore del mondo” e che avrei fatto “sparate catastrofiste (che) alimentano le paure della gente senza spiegare come stanno effettivamente le cose”. (v. Comprensibili preoccupazioni e “terrorismo” psicologico). La decisione di non rispondere in quel momento alla ridicola pantomima, che aveva in realtà lo scopo di dimostrare a Romeo la disponibilità del PD limbiatese a convalidare le sue mistificazioni, e di rispondere, semmai, dopo la scadenza del termine per l’approvazione del piano (per ragioni di opportunità, ovvie per chi sia dotato di minima intelligenza politica), è stata concordata con tutti coloro che, in autonomia dalla finta e mistificante sapienzialità alla Campisi, avevano deciso di opporsi a questa ennesima porcata a danno dei cittadini, della quale Campisi è corresponsabile. Parlerò in un altro articolo della funzione politica della pantomima di Campisi, che significativamente non diceva nulla sui contenuti del progetto, né sul modo in cui è stato presentato ed adottato. Per il momento mi limito a dire che non basta scandire alcuni “Assolutamente no” per simulare la progressione di un discorso dalla logica stringente. Come dirò più avanti, già il punto di partenza normativo della pantomima di Campisi è sbagliato.

[2] V. Tutto scorre, tutto cambia. Tranne i notabili paesani, i fancazzisti, i somari, gli imbecilli e i disonesti

[3] Modificato dall’art. 1 della legge regionale 14 marzo 2008 n. 4.

[4] Campisi comincia la sua mistificante pantomima con l’articolo 14 bis delle N.T.A.:
“I progetti di piano di recupero (nelle zone Ba) devono essere sottoscritti da almeno il 75% delle proprietà calcolato in base all’imponibile catastale; nel caso di non integrale sottoscrizione del progetto da parte delle proprietà ed esso sia ritenuto meritevole di accoglimento dall’Amministrazione Comunale, il P.R. è approvato ai sensi dell’art. 28 Legge 5 agosto 1978, n. 457″ e, senza capirne (o ignorandone volutamente) la portata nel caso specifico, dà subito per scontata la correttezza dell’operato di Frua De Angeli e del sindaco!
[5] La Guida e Grande Timoniere del PD locale, con il suo infantile spirito di patata, che vorrebbe spacciare per ironia, sui “Salvatori”, non riesce a celare il suo dispetto per quest’altra manifestazione di autonomia dai politicanti come lui, tuttavia fa benissimo ad usare il plurale, perché stiamo diventando molti…
[6] La delibera di approvazione di un “Piano di recupero”, successiva a quella di adozione (l’una e l’altra sarebbero di competenza del Consiglio Comunale e non della Giunta), se non impugnata avanti il T.A.R. entro sessanta giorni, poiché comunque darebbe attuazione a quanto previsto dal P.R.G., creerebbe la condizione prevista dall’art. 12 comma 1 del D.P.R. 327/2001:

“1. Se l'opera e' conforme alle previsioni dello strumento urbanistico, ad una sua variante o ad uno degli atti indicati all'articolo 10, comma 1, la dichiarazione di pubblica utilità si intende disposta: a) quando è approvato il progetto definitivo dell’opera pubblica o di pubblica utilità, ovvero quando sono approvati il piano particolareggiato, il piano di lottizzazione, il piano di recupero, il piano di ricostruzione, il piano delle aree da destinare ad insediamenti produttivi, ovvero quando è approvato il piano di zona”; b) in ogni caso, quando in base alla normativa vigente equivale a dichiarazione di pubblica utilità l'approvazione di uno strumento urbanistico, anche di settore o attuativo, ovvero il rilascio di una concessione, di una autorizzazione o di un atto avente effetti equivalenti [sott. mie, nda],

Campisi, finto loico sottile ma reale consigliere comunale somaro e/o disonesto, riporta l’art. 12 con sue interpolazioni, ma omettendone la premessa e il punto b) del comma 1, senza (o facendo finta di non) accorgersi che la progressione logica dei testi di legge non sempre corrisponde alla progressione numerica dei loro articoli.

Infatti, la dichiarazione di pubblica utilità, disposta con l’approvazione non impugnata del piano di recupero, creerebbe la condizione “ante” per apporre il vincolo preordinato all'esproprio previsto dall’ art. 9, comma 1 dello stesso decreto (la cui mancanza, ritenuta immodificabile e perpetua, è stato l’unico pseudo-argomento della mistificazione di Romeo, dei suoi amici e di Campisi a proposito della “mancanza delle condizioni giuridiche per l’esproprio”):

“Un bene e' sottoposto al vincolo preordinato all'esproprio quando diventa efficace l'atto di approvazione del piano urbanistico generale, ovvero una sua variante, che prevede la realizzazione di un'opera pubblica o di pubblica utilità”.

Il vincolo preordinato all’esproprio si potrebbe apporre, comunque, sulla base dell’art. 10:

“1. Se la realizzazione di un'opera pubblica o di pubblica utilità non è prevista dal piano urbanistico generale, il vincolo preordinato all'esproprio può essere disposto, ove espressamente se ne dia atto, su iniziativa dell'amministrazione competente all'approvazione del progetto, mediante una conferenza di servizi, un accordo di programma, una intesa ovvero un altro atto, anche di natura territoriale, che in base alla legislazione vigente comporti la variante al piano urbanistico e l'apposizione su un bene del vincolo preordinato all'esproprio“,

e dunque, in realtà, l’impedimento per l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio sarebbe semmai la mancanza dell’approvazione della variante al P.R.G. (di competenza del Consiglio Comunale): ma anche in questo caso la Giunta ha dimostrato di infischiarsene della correttezza delle procedure, e il consigliere comunale Campisi su ciò non ha nulla da ridire! Pertanto, trascorsi sessanta giorni dalla delibera di approvazione del piano, sarebbe stato possibile far sloggiare i refrattari solo con l’esproprio. Questa minaccia tacita è stata abbandonata solo quando… la paura (del ricorso al T.A.R.) ha indotto Romeo-Mestrone e Frua De Angeli Holding ad una tattica più accorta.
[7] V. Il T.A.R. si pronuncerà sul P.I.I. di Via Monte Sabotino il 4 dicembre 2008.
[8] Campisi come capogruppo del PDS alla fine degli anni novanta ha votato la variante del P.R.G. che adesso consente il “Piano di recupero” esteso anche alla Zona Ba, ma non per restaurare quell’“ambito costruito a maggior caratterizzazione ambientale” con la destinazione urbanistica residenziale come “principale” (cioè che dovrebbe conservare gli insediamenti [= gli abitanti] che la caratterizzano), bensì per demolirla per far posto ad un albergo (forse) di lusso!