domenica 12 febbraio 2012

“Prendere atto della nostra sostanziale incapacità a governare questa città”





Le lettere che seguono circolano fra decine di persone ormai da diversi giorni; ad esse hanno già fatto riferimento (ma, pare, senza averle lette) tutti i giornali locali. Le pubblico integralmente, perché è utile, anzi necessario, che i cittadini di Limbiate siano informati sullo stato attuale della giunta comunale, sul modo in cui funziona, sulla reale natura dei rapporti che il sindaco intrattiene (o che vorrebbe intrattenere) con i “partiti” che lo sostengono, su quanto egli sia al corrente dei problemi che la giunta deve affrontare, sulle sue capacità di coordinare gli assessori, su chi sia realmente l'assessore all'ambiente, sul fascino perverso che su De Luca esercita la burocrazia comunale (della quale ha paura), sul sistema dell'auto-rappresentazione interiore ed esteriore di questo patetico sbruffone, sulla sua esilarante “filosofia politica”, sulla prestigiosa ed altamente etilica scuola di vita che ha frequentato, su... ecc. ecc.

Immancabilmente vi sarà qualcuno che comincerà a blaterare di violazione del segreto epistolare. Prego di prendere visione degli articoli 136 e 137 comma 2 del decreto legislativo 30 giugno 2003 n. 196, e della sentenza della Corte Costituzionale 5 marzo 2009, n. 66.



Cari amici e compagni del centro sinistra, sono ormai otto mesi che ci è stato dato il mandato di amministrare Limbiate; abbiamo preso decisioni importanti, alcune condivise altre meno; e adesso deve essere sostituito un assessore e forse nominato l'assessore all'urbanistica. Penso sia il momento di esaminare con pacatezza, ma con molta chiarezza, l'attuale situazione politico-amministrativa per decidere se abbiamo voglia e se siamo in condizione di continuare questo percorso condiviso o se Limbiate non meriti amministratori più capaci, con un quadro politico chiaro e quindi sia necessario prendere atto della nostra sostanziale incapacità a governare questa città.

Non è un segreto che la mia candidatura sia stata sponsorizzata da Archetti e Sangiovanni. Ricordo ancora la giusta richiesta di eventuali scheletri nell'armadio fattami prima del brindisi nell'incontro con il SEL! Della mia inesperienza politica tutti eravamo consapevoli, ho sempre confidato però sulla mia intelligenza, sulla mia capacità di lavorare ed imparare, ma soprattutto sulla mia assoluta onestà e la fattiva collaborazione con quanti hanno lavorato alla stesura del programma. Sono uno dei 91 limbiatesi con reddito sopra i 100.000 euro, non ho interessi immobiliari o di altro genere, non ho amicizie da favorire o sfruttare ecc. ecc. ecc. e soprattutto non ero e non sono interessato a fare il sindaco COMUNQUE, ritengo pertanto questa essere la mia forza. Certamente sto imparando e vi assicuro che la prima cosa che ho imparato e questa: i partiti del centrosinistra hanno avuto un terzo dei voti al primo turno e abbiamo vinto al secondo turno con il consenso del 53%. I cittadini di Limbiate (con il centrosinistro hanno scelto il loro sindaco che quindi deve rendere conto a tutti quelli che lo hanno eletto. Mi permetto di aggiungere che mi sento di essere il sindaco di quanti hanno votato Picozzi e anche del primo partito di Limbiate: gli astenuti! Essi sono per numero tanti quanto il centrosinistra e dovremmo essere impegnati, con una corretta ed onesta amministrazione, a recuperarli al nostro schieramento. Ho avuto modo di affermare che la mia giunta non sarebbe stata commissariata da nessun comitato né dei genitori, né di ambientalisti, né di altro, (comitati con i quali non ho alcuna difficoltà a confrontarmi) ed ora posso aggiungere che non sarò commissariato dai partiti perché non penso sia quello che vogliono i cittadini di Limbiate. Penso che l'importante ruolo dei partiti debba essere di indirizzo politico, collaborazione e di controllo del lavoro della giunta nelle Commissioni Consiliari. Il ruolo di controllo in Giunta è degli assessori che sono il collegamento tra le istanze dei partiti e viceversa. Purtroppo ho percepito sfiducia da parte di alcuni consiglieri della maggioranza con richieste di comitati e non ricordo cosa altro che per DIGNITÀ', a questo punto, non posso accettare. Se l'Assessorato all'urbanistica riveste un ruolo politico penso che solo al sindaco o ad un rappresentante della sua lista spetti questo assessorato, se i partiti intendono rafforzare la figura tecnica dell'assessorato all'urbanistica, sono disposto a nominare un tecnico solo per la redazione del PGT, condiviso da tutti i partiti della maggioranza. Ogni partito potrà farsi supportare nel passaggio in Commissione Territorio da tutti i tecnici che riterrà necessari. Se qualcuno pensava di usare solo la faccia di Raffaele dovrà ricredersi. Purtroppo Raffaele ragiona, sembra anche intelligente e ha avuto come maestro di vita un certo Giorgio Lotti che, se ben ricordo, e stato fustigatore anche di personaggi di sinistra pescati con le mani nella marmellata! Con le dimissioni della Rosa Sessa si è creata una situazione di disagio, di pressioni, di cose dette e non dette, di sottintesi che vivo come clima da Inquisizione (o forse da Stasi?) che non danno serenità a me e alla mia giunta. Spero che nessuno si senta offeso da mie affermazioni che potrebbero anche essere inesatte o errate (per questo vi chiedo scusa subito), ma tengo a precisare che esigo chiarezza e chiedo a tutti di esplicitare critiche, dubbi, perplessità ovvero qualsiasi situazione che non permette i dovuti chiarimenti; sono convinto che solo nella chiarezza dei comportamenti può nascere la fiducia e quindi la collaborazione utile a governare e a realizzare il programma che ci siamo dati. La matematica viene in nostro aiuto per ricordarci il valore dei numeri! Se alcuni partiti hanno 8 consiglieri e altri ne hanno 2 o 1 è perché i cittadini hanno dato loro un compito di rappresentanza più rilevante con conseguente maggiore responsabilità nell'amministrare. Mi sono impegnato e mi impegno ad accettare sempre le proposte dei partiti e delle liste che appoggiano la Maggioranza, che per chiarezza ricordo: PD, LIMBIATE SOLIDALE, SEL, IDV, CITTA' VIVA. Se nel prosieguo della legislatura le divisioni dei partiti non porteranno a decisioni condivise, le delibere di Giunta saranno approvate o bocciate in Consiglio Comunale dopo essere stata esaminate nelle relative Commissioni.

Città Viva ha ragione nel chiedere quello che era nei patti di legislatura: pari dignità e pari visibilità. Non ricordo di essermi impegnato, però, nella concessione di un assessorato. Ritengo di poter onorare questo impegno durante la legislatura.

Rapporti con IDV. L’incrinatura con la segreteria di questo partito, prima del ballottaggio, è stata causata dalla sfiducia del segretario Pizzi nei miei confronti sia per la conduzione della trattativa con il Centro sia per non aver accettato il metodo di scelta degli assessori (discutibile, ma personale) che ha determinato la nomina della Sessa Rosa come assessore del loro partito (condivisa del resto da una parte del partito stesso e dalla segreteria provinciale). Ritengo una grave perdita per la mia giunta le dimissioni della Rosa (forse ancor di più lo è per l'immagine dell'IDV), purtroppo motivi personali non hanno permesso di evitare le sue dimissioni. Da oltre due mesi chiedo un incontro con IDV tramite il consigliere Arcerito, la stessa Sessa e il segretario provinciale. Ma le condizioni politiche attuali del partito non lo hanno permesso, sembra che la maggioranza delle tessere sia di Pizzi, l'indirizzo politico di non so chi e il segretario provinciale ha avocato a sé ogni scelta prima di condividerla con la base di Limbiate! Ho incontrato il segretario provinciale e il Coordinatore del partito di Limbiate senza poter prendere decisioni che fossero condivise. Mi sono permesso a questo punto di incontrare direttamente l'unico che rappresenti il partito in Limbiate perché eletto dai cittadini, il consigliere Arcerito, proponendo il suo ingresso in giunta con la possibilità per il segretario Pizzi di entrare in consiglio comunale. Pensavo in questo modo di mettere il partito in condizione di riorganizzarsi anche in previsione della campagna elettorale 2013. Penso che la vittoria alle politiche del 2013 debba essere l'interesse e l'obiettivo di tutti quelli che si ritengono realmente di sinistra! Viste le divisioni interne al partito con la difficoltà di avere in questo momento referenti istituzionali con i quali relazionarmi, ho proposto (capisco che può essere un sacrificio!) di posticipare la nomina ad assessore dopo l'approvazione del PGT; questo permetterebbe al consigliere Arcerito di organizzarsi e prepararsi al meglio per il nuovo incarico e permetterebbe la nomina di un assessore per la realizzazione del solo PGT come richiesto da alcuni partiti di maggioranza. Ricordo che la realizzazione del PGT sarà l'atto certamente più importante della nostra Amministrazione. Sono ancora in attesa di una risposta! Certamente sono disponibile a sostituire la Rosa Sessa con una donna proposta dall'IDV, non posso però accettare alcuna altra proposta di questo partito dopo essere stato costretto a fare il primo passo e ad espormi in prima persona. Se questa mia proposta ha rotto equilibri interni ali'IDV mi dispiace, ma non è certamente colpa mia se non ho avuto uno straccio di interlocutore (che non fossero i blog di Campisi!).

Rapporti con il SEL. Unico assessore non scelto da me è Paride Tatti, che non avevo avuto il piacere di conoscere durante la campagna elettorale, proposto dal partito al posto di Giulio. Se la scelta di non avere segretari di partito all'interno della giunta può aver compromesso equilibri interni ai partiti stessi, da me ignorati, ritengo tuttavia che l'amministrazione di una città sia più importante delle dinamiche interne di un partito. Per chiarezza devo dire a Rosario Traina che il suo nome non mi è mai stato proposto per un assessorato, mentre le mie aspettative ricadevano su Raso e su Fabrizia che hanno rifiutato, mentre avevo già pensato di affidare a lui la delega alla Legalità e alla Memoria. Devo riconoscere con soddisfazione che Paride ha meritato con il suo lavoro e la sua dedizione la carica di Assessore; pregevole la collaborazione con gli altri assessori pur con qualche momento di incomprensione, ormai risolto. Lo considero, come tutti gli altri del resto, uno dei miei collaboratori del quale non potrei fare a meno e sono convinto che se fosse meno pressato dal o dai partiti di riferimento lavorerebbe con più serenità. Le richieste che il SEL avanza, certamente legittime, credo dipendano dal fatto che con due consiglieri e un assessore non sia possibile avere il controllo completo di quanto avviene nell'amministrazione. Capisco le preoccupazioni del partito per le tante irregolarità del passato che emergono e che dobbiamo affrontare e risolvere. Caro Giulio pensi che noi non vogliamo, come te, fare chiarezza, verificare e regolarizzare quanto di dubbio emerge dagli atti della precedente Amministrazione, cambiare l'andazzo dei funzionari del Comune con i quali siamo obbligati a collaborare? Ti assicuro che ho potuto apprezzare in molti di loro, anche in quelli criticati, professionalità e dedizione al lavoro, per questo sono fiducioso in una sempre più fattiva collaborazione per la realizzazione dei nostri sogni. Se non abbiamo fiducia reciproca però è meglio andare a casa. Sul problema del gestore di acqua e fognature ritengo che l'essere stati unici in tutta la provincia Monza Brianza ad astenerci sia stata una stonatura, perché in quell'occasione rappresentavi tutta l'amministrazione e non le posizioni di un solo partito che, ripeto, sono sempre legittime, ma se sono minoritarie bisogna che si adeguino alla maggioranza. Il non decidere ha fatto pagare al Comune più di 100.000 euro di mutui che in questo momento di crisi avremmo potuto usare meglio, con la prospettiva poi di doverci adeguare alle scelte della Provincia (e non abbiamo pulito ancora i sifoni!). Su problemi come IDRA e INFOENERGIA ritengo che la scelta del pubblico sia sempre da privilegiare. Il problema nasce quando il pubblico ha poca esperienza (perché nella provincia Monza Brianza ha fatto ben poco sul fotovoltaico), mentre altre realtà hanno più esperienza avendo già realizzato molto e bene. Perché come con BEA non metterci intorno ad un tavolo e valutare le varie opzioni per realizzare nel migliore dei modi quello che ci siamo impegnati a fare? La cultura del sospetto non mi appartiene, colloquio con tutti e non sono pregiudizialmente contrario a nulla. Sarò sempre e solo contrario al non fare gli interessi di Limbiate perché questo chiedono i cittadini che ci hanno votato.

Rapporti con il PD. Ritengo una nota stonata di questa amministrazione quanto è avvenuto sulla Scuola, anche se alcune considerazioni fatte erano, senza alcun dubbio, di senso e finalizzate ad un miglior funzionamento della scuola a Limbiate. Certo avremmo dovuto rendere partecipe la commissione cultura prima delle decisioni della Giunta, ma si impara dagli errori e stiamo lavorando bene; in futuro non si verificheranno situazioni analoghe! Ritengo un errore non aver affidato la commissione cultura e sport ad un esponente della cultura che, soprattutto per i problemi legati alla scuola di Limbiate, avrebbe potuto suggerire proposte e dare suggerimenti. Invito la commissione a stilare un programma a cui devono far seguito incontri se vuole lavorare con maggior efficienza sia per i problemi dello Sport sia per quelli che riguardano la scuola.

Tanto per sfatare quella che ormai è diventata una leggenda metropolitana vorrei assicurare tutti voi che le scelte fatte sono state prese da me senza "l'influenza" di Simonini, ritenuto, a torto, la longa manus di questa maggioranza. Indubbiamente mi è stato di grande aiuto nel redigere i primi discorsi e nel consigliarmi nei primi atti amministrativi e per questo gli sarò sempre grato, come per tutto il lavoro di comunicazione egregiamente svolto durante la campagna elettorale e dopo. Vi assicuro che la scelta degli assessori ha sconvolto anche lui! Penso che sia stato il primo a capire che me la sarei cavata da solo. Per questo mi ha svezzato subito! Accetto tutti i consigli, le scelte però saranno sempre mie! In merito alle nomine di assessori e funzionari, sono sempre disponibile ad accettare nominativi condivisi da tutti i partiti e liste, l'importante, per me è che i candidati a queste cariche siano professionisti seri e persone oneste, mentre per qualcuno l'importante e che non siano di area PD! Finché non facciamo chiarezza su queste cose saremo sempre nel Limbo della politica. A proposito, quando vanno in pensione le cariatidi della politica del centro sinistra? Gli anziani non devono offendersi, ma ci siamo impegnati a far crescere i giovani per immettere nuove energie nelle future amministrazioni di Limbiate. È per questo motivo che avrei auspicato che la carica di vicepresidente del consiglio Comunale venisse affidata ad un giovane. Invece a distrarre i nostri impiegati ci sono sempre gli stessi soggetti (è una critica di alcuni dipendenti del Comune). Preferisco i consigli e le critiche fattemi di persona piuttosto che riferite! Preferisco giovani messi in condizione di sbagliare per imparare, non giovani referenti dei Soloni della politica.

Ultima riflessione sul PGT. Vogliamo risparmiare territorio, recuperare il centro storico e le aree dismesse ecc. ecc. Spero che le risposte che saranno date ai cittadini non saranno risposte di parte, condizionate dall'area politica di appartenenza. Se questa è la paura che anima qualcuno del centro sinistra verso il centro destra, vi assicuro che la stessa sfiducia di non imparzialità vi è da parte di molti limbiatesi verso le scelte "amiche" che potrebbe fare il centro sinistra. Capite come è assolutamente necessario sciogliere questo nodo scorsoio della politica al quale potremmo restare impiccati? Questo è l'unico motivo che non mi permette di avere un assessore POLITICO diverso da me, il mio ruolo è anche di garanzia di quanti non votano centro-sinistra che pretendono come tutti LEGALITÀ. Ho capito dopo questi primi mesi di governo che potremmo davvero rompere con logiche del passato intrise di compromessi e di calcoli meschini per lavorare serenamente al bene comune. L'opposizione mi sembra poca cosa, ma noi dobbiamo fare il punto della situazione e porci una sola domanda: vogliamo realmente governare Limbiate? Se tra un anno, alle votazioni politiche, i partiti di centro sinistra avranno gli stessi voti con minime percentuali di spostamenti al loro interno potremmo gioirne? Se dovessimo riandare alle elezioni senza Raffaele vinceremmo? Dovremmo essere uniti soprattutto per sconfiggere il centro destra e il suo modo di far politica, invece sembra che a Limbiate, come a livello nazionale, quando si intravvede la possibilità di governare ripartano le dispute ideologiche, le invidie, la corsa alle poltrone, ecc. ecc. ecc. (Prodi e Cattabeni insegnano!).

Chiudo queste mie comunicazioni con una amara considerazione: Limbiate è una città di 35.000 abitanti, con un bilancio di una città di 20.000 abitanti, ultimi per reddito e cultura nella provincia! Dovremmo avere un sussulto di dignità e dare un colpo mortale alla mediocrità in cui ci dibattiamo; dovremmo impegnarci per offrire a questa città una possibilità di riscatto perché ci sono la volontà, le energie e le capacità necessarie per riuscirvi!

Queste considerazioni saranno consegnate a mano ai segretari dei partiti perché vengano discusse in previsione di un incontro con giunta, segreterie dei partiti, capigruppo il più presto possibile, anche giovedì 2 febbraio. Spero che nessuno le dia alla stampa o le metta in internet. Chiedo a tutti stessa chiarezza perché posso e voglio continuare a rappresentare il Centro-Sinistra, ma accelerando per quanto riguarda scuola (istituti comprensivi, via Torino, amianto e fotovoltaico), Pgt, Corberi e Antonini, Gelsia, Città Satellite e, non meno importante, puntuale e onesta gestione ordinaria (disinfestazione, pulizia dei quartieri, gestione del verde, ecc. ecc.).


Raffaele dott. De Luca

30/01/2012


06/02/2012

LETTERA E INCONTRO DI GIOVEDI SERA

Caro Giulio, grazie a te e a tutti i partecipanti all'incontro di giovedì per l'onestà e la chiarezza del confronto. Non possiamo che ripartire con nuove energie per la relizzazione del programma. Ho già avuto modo di chiedere scusa per le inesattezze e gli errori che, nell'iiritazione del momento, ho scritto. Ribadisco le scuse a quanti si sono sentiti offesi da parole come cariatidi e soloni. Sono appunto parole, purtroppo la lettera l'ho scritta senza rivederla con attenzione, che possono aver offeso quanto portano esperienza all'entusiasmo dei giovani. Chiedo scusa soprattutto a te per le mie erronee valutazioni circa:
1) la mancata scelta della società che avrebbe portato alla mancata pulizia dei sifoni ( del resto già delibara con impegno di spesa in giunta).Ribadisco che non vi è tua responsabilità nè di Sinistra per Limbiate che rappresenti. Hai sempre lavorato con Tatti nel tentativo di arrivare ad una soluzione condivisa da tutta la maggioranza in linea con l'esito referendario come da mia precisa richiesta;
2) l'astensione del Comune di Limbiate all'assemblea dei Sindaci dell'Ato di MB rispetto la scelta del gestore del servizio idrico integrato è derivata da una mancata presa di posizione della maggioranza tutta. Erroneamente ho affermato che è stata causa Tua, anche perchè ciò non ha provocato alcun danno economico in quanto le spese per i mutui sono compensate dalle tariffe del servizio.
La lettera conteneva una serie di chiarimenti che volevo fare con voi segretari e questo giustifica le inesattezze contenute. Spero di rivedervi presto per le importanti decisioni che dovremo prendere sul PGT. Raffaele.


06/02/2012

A Giulio Fossati

LETTERA E INCONTRO DI GIOVEDI SERA

Inviala a tutti i segretari. Ciao Raffaele.


07/o2/2012

LETTERA E INCONTRO DI GIOVEDI SERA

AI SEGRETARI DEI PARTITI DI MAGGIORANZA E DELL'AREA DI CENTRO

Su richiesta e in accordo con il Sindaco, vi inoltro la mail che lo stesso ha redatto in seguito alla riunione di maggioranza di giovedì sera.
Inutile evidenziare l'importanza che riveste per me e tutta la lista che rappresento (insieme a Rosario Traina) tale comunicazione.
Mi auguro possiate far leggere questa mail a quanti sono venuti a conoscenza della lettera scritta dal Sindaco in precedenza.
Vi porgo i miei saluti.

Giulio Fossati.
Sinistra per Limbiate.

venerdì 10 febbraio 2012

Claudio Pavone: non servono memorie condivise

Intervista di Antonio Carioti, Corriere della sera, 26/11/2010


La denuncia dell’autore di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza: trascurato lo studio dei crimini di guerra italiani dal 1940 al 1943

«Sminuire le ragioni della lotta tra fascisti e partigiani significa banalizzare la storia»

«Per riscattare la causa di Salò non basta la buona fede dei combattenti»


«Oggi viene spesso criticata la decisione di esigere la resa incondizionata del nemico, assunta dagli Alleati alla conferenza di Casablanca nel 1943. Si dice che prolungò la guerra. Ma io non sono d’accordo. Credo sia stata una scelta giusta, che consentì in Germania una ricostruzione democratica radicale, con un'epurazione seria che non ha lasciato spazio alle scorie del nazismo». Alla vigilia dei novant’anni, che compie il 30 novembre, lo storico Claudio Pavone conserva intatta la capacità di spiazzare i suoi interlocutori. Come quando nel 1991 intitolò Una guerra civile (Bollati Boringhieri) il suo fondamentale libro sulla lotta partigiana, legittimando l'uso di un'espressione fino allora ritenuta sconveniente per definire la Resistenza.

In questo caso invece Pavone si ricollega ai suoi studi sulla continuità dello Stato dal fascismo alla Repubblica (http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833909332): «In Italia, rispetto alla Germania, ci siamo portati dietro un’eredità del passato regime molto più consistente. E abbiamo rischiato che, dopo l’armistizio del 1943, quasi tutto rimanesse come prima, con lo Statuto albertino, la monarchia e la corte, la vecchia legge elettorale prefascista. Quando il generale Eisenhower, a Malta, chiese a Pietro Badoglio se non avesse pensato di lasciare a un civile la guida del governo italiano, l’altro rispose facendo il nome di Dino Grandi, l’ex ministro degli Esteri che con il suo ordine del giorno aveva provocato la caduta del Duce. Eisenhower ribatté: "I nostri ragazzi non sono morti per sostituire Mussolini con un altro fascista"».

Il merito maggiore della Resistenza, secondo Pavone, è aver evitato soluzioni del genere: «Grazie alla lotta partigiana abbiamo avuto la Costituzione, frutto di una grande assunzione di responsabilità da parte di forze politiche che erano divise su tante questioni importanti, ma riuscirono a realizzare un compromesso di alto livello tra le culture cattolica, liberale e marxista. E infatti per molti anni le sinistre e i moderati hanno sempre considerato la Resistenza un evento positivo, anche se le attribuivano, polemizzando tra loro, significati diversi».

Oggi invece si tende a svalutarla, si dice che a sconfiggere il Terzo Reich furono gli Alleati, non certo i partigiani: «È un’ovvietà. Del resto nell’autunno 1943 i tedeschi erano ormai sulla difensiva e si poteva anche pensare di limitarsi ad attendere l’avanzata angloamericana, senza fare nulla. Ma proprio questo aumenta il valore etico della scelta resistenziale: i partigiani presero le armi e rischiarono la vita, anche se non era strettamente necessario dal punto di vista militare, perché non vollero essere liberati dagli eserciti stranieri, senza contribuire alla lotta contro il nazismo. Del resto, se nessuno si fosse mosso, credo che gli attuali critici della Resistenza sarebbero i primi a dire: vedete, mentre tutti i popoli d’Europa insorgevano contro Hitler, solo in Italia non succedeva nulla».

Pavone inoltre considera ingiusto il termine «vulgata resistenziale», usato per liquidare l’opera degli Istituti per la storia del movimento di Liberazione: «In realtà hanno compiuto un lavoro enorme, raccogliendo una documentazione fondamentale per tutti gli studiosi. E sono anche usciti dalla visione oleografica ed eroica della lotta partigiana. In quest’ambito vanno ricordate le ricerche sulla resistenza civile e sulla presenza delle donne realizzate da Anna Bravo, a partire dal saggio di Jacques Sémelin Senz’armi di fronte a Hitler. Oppure ai precoci studi di Guido Crainz sulle uccisioni di fascisti dopo la Liberazione, ben più serie e attendibili delle polemiche attuali sul "sangue dei vinti". La stessa visione sessantottina, riassumibile nello slogan "La Resistenza è rossa, non democristiana", ha avuto una sua utilità: ha aiutato a superare la ritualità ufficiale e la retorica unitaria del Pci, per analizzare il movimento partigiano nelle sue diverse componenti, anche se poi i contestatori ne valorizzavano solo una, quella classista, e trascuravano le altre».

Dunque la storiografia ha fatto la sua parte? «C’è ancora tantissimo da studiare. Ad esempio serve una visione più complessiva del ruolo svolto dall’Italia nella Seconda guerra mondiale, che non si concentri solo sul periodo 1943-45, ma indaghi a fondo i tre anni precedenti, compresi i delitti commessi dai nostri militari soprattutto nei Balcani, per i quali non c’è stata alcuna punizione (*). Sarà un caso, ma i due giovani studiosi che si sono occupati maggiormente dell’argomento, Davide Rodogno e Lidia Santarelli, non hanno trovato posto nell’università italiana e lavorano all’estero. Ma ci sono anche le atrocità commesse dai vincitori, che sono state rimosse fino a poco tempo fa: dai bombardamenti indiscriminati sulle città tedesche, privi di reale utilità bellica, all’espulsione violenta di intere popolazioni dalle zone orientali della Germania».

Tuttavia Pavone non apprezza i richiami alla «memoria comune», né alla buona fede dei ragazzi di Salò: «La sincerità di un combattente - osserva - non può riscattare una causa sbagliata. Del resto Hitler fu sempre in buona fede: fin dall’inizio non nascose le sue intenzioni e le mise in pratica con assoluta coerenza. Quanto alla memoria comune, è un concetto privo di senso. Non c’è niente di più soggettivo della memoria: un ex partigiano e un reduce della Rsi non potranno mai avere la stessa visione del passato. Erano italiani entrambi, ma volevano due Italie diverse, inconciliabili. Mettere una pietra sopra alle ragioni del conflitto non è un progresso né civile né storiografico. Tra l’altro così si finisce per banalizzare il fascismo che invece fu un fenomeno storico molto serio».

D’altronde, sostiene Pavone, l’auspicio della memoria comune è presto scaduto nel tentativo di mettere le due parti sullo stesso piano e di squalificare la lotta partigiana: «La destra italiana ha bisogno di un nemico: i comunisti, la sinistra e anche la Resistenza. Di recente il ministro Gelmini ha dichiarato che la sua riforma serve a superare l’egemonia comunista nella scuola. Ma vorrei che mi elencasse i ministri della Pubblica istruzione che ha avuto il Pci dal 1945 in poi».

Eppure Silvio Berlusconi, lo scorso 25 aprile, ha celebrato la Resistenza in Abruzzo, con un fazzoletto partigiano al collo: «Non mi ha convinto affatto - replica Pavone - perché il berlusconismo esalta proprio il sottofondo peggiore della nostra cultura nazionale: il conformismo, la mancanza di senso dello Stato, il primato assoluto dell’interesse privato. Per giunta consente alla Lega di diffondere il veleno della divisione tra Nord e Sud. No, Berlusconi può mettersi al collo tutti i fazzoletti che vuole, ma nei fatti rappresenta l’anti-Resistenza».

Insomma, Pavone è molto preoccupato: «Sì, anche se ricordo quello che mi diceva Vittorio Foa: nel carcere fascista, perfino quando Hitler sembrava avere la vittoria in pugno, non aveva mai perso la fiducia. Anche di fronte alle tante sconfitte della sinistra, ripeteva che c’è sempre una via d’uscita e non bisogna smettere di cercarla. Era il segreto della sua vivacità intellettuale, che gli permetteva di dialogare con i giovani in età molto avanzata. Da Foa ho imparato che non bisogna disperare mai».


* Vedi il documentario La guerra sporca di Mussolini:

1 - http://www.youtube.com/watch?v=4-UXFlbiE-g&feature=related (8:09)
2 - http://www.youtube.com/watch?v=5SEntR1L0yA&feature=related (6:54)
3 - http://www.youtube.com/watch?v=gJfZsSpmKt0&feature=related (8:36)
4 - http://www.youtube.com/watch?v=eQimOSqRuuk&feature=related (9:29)
5 - http://www.youtube.com/watch?v=-GDAQnAa91Q&feature=related (10:25)
6 - http://www.youtube.com/watch?v=yEv1p4O53XA&feature=related (7:42)


giovedì 9 febbraio 2012

Giù le mani dalle foibe

di Enzo Collotti*

da il manifesto, 11/02/2007



I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.

Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce - come fa il discorso del presidente Napolitano - a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.

La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.

Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?

I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?

Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.

Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.

I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, Roma 2005 (http://www.donzelli.it/libro/1183/il-dolore-e-lesilio) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento - di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari - centinaia di migliaia - che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione? La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.


* Enzo Collotti (Messina 1929) è stato docente nelle Università di Trieste e di Firenze ed è autore, fra le altre, delle seguenti opere:

- L’Italia nell’Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale (con T. Sala e G. Vaccarino), Istituto Nazionale per la storia del Movimento di Liberazione, Milano 1967
- Storia delle due Germanie, Einaudi, Torino 1968; Mondadori, Milano 2011
-
La Germania nazista, Einaudi, Torino 1962, 1995
-
Dalle due Germanie alla Germania unita, Einaudi, Torino 1992
- Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza, Roma-Bari 2000
- Fascismo, fascismi, Sansoni, Firenze 2004
- Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2006

Su Enzo Collotti vedi il profilo che gli ha dedicato un altro grande storico della Resistenza, Claudio Pavone (
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/16/enzo-collotti-impegno-la-storia.html), in occasione dell'uscita dell'autobiografia Impegno civile e passione critica, Viella, Roma 2010 (http://www.viella.it/libro/10)

domenica 15 gennaio 2012

Un decreto a favore dei predatori dei beni pubblici

Articoli da il manifesto, 13 gennaio 2012



Una barbarie giuridica incostituzionale
di Alberto Lucarelli



Nel testo della bozza di decreto legge sulle liberalizzazioni circolato in queste ore suscita particolare sconcerto la disposizione di cui all'art. 20. Tale disposizione, marginalizzando l'ambito di applicazione dell'azienda speciale ex art. 114 del testo unico sugli enti locali, rischia di vanificare di fatto il vittorioso esito dei referendum dello scorso giugno contro la privatizzazione dell'acqua, in attuazione del quale il Comune di Napoli ha (primo in Italia) provveduto a trasformare la natura giuridica del soggetto incaricato di erogare il servizio idrico integrato.

In primo luogo, nella fattispecie, si segnala un abuso dello strumento giuridico del decreto legge, con il quale si procede ad un riforma ex abrupto di interi settori dell'economia nazionale (servizi pubblici locali, commercio, trasporti, professioni), in assenza di adeguata meditazione, nonché dei requisiti previsti dall'articolo 77 Cost. Si realizza, in tal modo, per il tramite di un illegittimo ricorso alla decretazione d'urgenza, un tradimento della volontà popolare espressa a seguito dei referendum.

Il decreto in oggetto, così come già l'art. 4 del decreto di Ferragosto, ripropone la medesima disciplina contenuta nell'art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008, n. 133 e successivamente abrogato tramite lo strumento offerto dall'art. 75 della Cost. La giurisprudenza costituzionale ha avuto più volte modo di affermare l'illegittimità della riproposizione sostanziale di normative abrogate con referendum. Lo stesso art. 18 della bozza di decreto ("Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali"), riaffermando di fatto una disciplina abrogata (e limitandosi semplicemente ad eliminare i riferimenti al servizio idrico), comporta un'indebita restrizione dell'ambito di applicazione del referendum (che ha avuto ad oggetto l'intero art. 23-bis e non certo il solo servizio idrico). Anche volendo ammettere la legittimità delle parti del decreto richiamate, la disciplina dei servizi pubblici locali che ne deriva appare decisamente sbilanciata in favore di modi di gestione privatistici, in assoluta violazione del diritto comunitario.

Infine, del tutto ambigua è la riconducibilità del servizio idrico integrato al novero dei servizi di interesse economico generale, attesa la peculiare natura del bene acqua, strettamente collegato a diritti fondamentali (si pensi al diritto alla salute). È evidente che ci troviamo di fronte ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico e delle garanzie ad esso collegate, concepito ad arte per neutralizzare l'imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni.



Le grandi manovre dei privatizzatori
di Andrea Palladino


Obiettivo del decreto è quello di svuotare il referendum che, nel primo quesito, riguardava tutti i servizi pubblici locali. Gli ecodem: «Non voteremo questo imbroglio. Serve una grande mobilitazione» Sette mesi è durata la manovra che metterà la mani nella vita quotidiana degli italiani. Un tempo in definitiva breve per cambiare nel profondo il paese, con la più grande privatizzazione mai concepita in Europa dopo l'era Thatcher.

Sette mesi, due governi, tre provvedimenti ed un certosino lavoro della più potente lobby economica, quella espressa dai giganti dei servizi pubblici. Sono loro, alla fine, i principali beneficiari del corposo decreto che il governo di Mario Monti sta preparando.

Speravano nel silenzio, cercavano di bloccare le prime indiscrezioni, inviando giovedì sera alle agenzie uno stringato comunicato che cercava di smentire quel testo arrivato nelle redazioni. Un tentativo goffo, che ieri non ha avuto replica, dopo la pubblicazione di ampi stralci del provvedimento.

Le grandi manovre dei privatizzatori hanno una data d'inizio chiara, il 14 giugno scorso. Ovvero il giorno del conteggio dei 27.637.943 voti espressi dagli italiani per abrogare due norme centrali sull'acqua e sulla gestione dei servizi pubblici locali. Un evento storico, ma in fondo facilmente spiegabile: in ballo c'era quello che le multinazionali chiamano «l'essenziale per la vita». Oltre ai servizi idrici quelle norme abrogate riguardavano la gestione dei rifiuti, il trasporto pubblico, gli asili nido, le farmacie comunali. Per questo il successo dei referendum è stato travolgente. Quasi ventotto milioni di persone hanno capito che in ballo c'era molto di più di un acquedotto o di una fontanella pubblica, si trattava in fondo della qualità della vita.

La prima mossa la compie il parlamento, approvando il 21 giugno l'istituzione dell'Agenzia regolatrice dei servizi idrici. Un'autority, ovvero lo strumento principe dei mercati liberalizzati. Già allora spunta la parola chiave, liberalizzazione: «Potete scegliere il servizio migliore», si poteva leggere tra le righe dei commenti usciti dalle bocche e dalle penne dei pasdaran della privatizzazione. «Diminuiranno i prezzi», «Eliminiamo la gestione politica e le poltrone nei Cda» e, immancabile, «Il mercato è in grado di regolare i servizi essenziali».

Dopo il primo passo del parlamento si è aperto un fronte ampio quanto silenzioso, con l'obiettivo dichiarato di svuotare i referendum. Il primo luglio è intervenuta la lobby dei gestori dell'acqua, l'Ania (Associazione nazionale autorità e enti di ambito territoriale). Durante l'assemblea annuale si discute degli «effetti dei referendum». E spiegano: c'è «incertezza sulla normativa applicabile agli affidamenti dei servizi pubblici locali»; e ancora: «ridotta finanziabilità degli investimenti». Una richiesta chiara di interventi per bloccare il cambiamento voluto dagli elettori.

Pochi giorni prima, il 24 giugno, era intervenuto il docente di diritto pubblico Giulio Napolitano - figlio del presidente della Repubblica - che in un documento richiesto dalla romana Acea spiegava come difendere lo status quo: «Il referendum non ha nessun effetto sui rapporti in corso». Acea poteva stare tranquilla, quel voto non avrebbe messo in discussione la grande privatizzazione alla romana, avviata nel 1998 da Francesco Rutelli. E il futuro? Qui entra un punto chiave, che verrà ripreso dall'intervento del governo Monti. Scrive Giulio Napolitano: «L'intera materia dei servizi pubblici (...) rimane disciplinata dal testo unico sugli enti locali». Segnamoci questo passaggio.

Il 3 luglio inizia il ballo dello spread. Sono i conti pubblici il tema quotidiano dei giornali e, rapidamente, il referendum viene archiviato. In un mese e mezzo il governo Berlusconi-Tremonti prepara l'intervento della vigilia di ferragosto, dove appare, all'articolo quattro, la norma Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell'unione europea. In sostanza il ministero dell'Economia riprende l'abrogato 23 bis della legge Ronchi e lo riporta - con un vero copia e incolla - nel pacchetto, escludendo il solo servizio idrico. È un imbroglio, in realtà, perché il primo quesito referendario riguardava tutti i servizi pubblici locali. Si avvia così la privatizzazione forzata dei rifiuti, del trasporto pubblico locale e di altri pezzi di vita quotidiana. Un pacchetto confermato - e rafforzato - dal decreto sviluppo, ultimo atto del governo di Silvio Berlusconi. I professori stavano già scaldando i muscoli.

A fine novembre arriva Mario Monti, curriculum da economista ed esperto di quella parola che da mesi girava attorno ai referendum e ai servizi pubblici locali: la liberalizzazione. Il paese è ingessato, bloccato dalle corporazioni, serve aria nuova, è il leit-motiv che intasa le cronache politiche. Si prepara l'atto finale.

La bozza del decreto Monti uscita giovedì ha tre articoli micidiali sui servizi pubblici: il 18, il 19 e il 20. I primi due rafforzano - e nessuno ne sentiva il bisogno - il ripescaggio del 23 bis della legge Ronchi preparato dal governo Berlusconi. L'articolo 20 va più in profondità, riallacciandosi alla sottile analisi di Giulio Napolitano, che tanto aveva tranquillizzato Acea. Intacca un articolo cardine del testo unico degli enti locali, escludendo dalla gestione pubblica - ovvero dagli enti non economici, come le aziende speciali e i consorzi - i servizi locali, acqua inclusa. Tutte le gestioni, in questa maniera, dovranno essere affidate solo alle società per azioni, possibilmente sorrette dal capitale privato. Non solo. I comuni in difficoltà finanziaria dovranno cedere quote prima di bussar cassa allo stato centrale.

Il cerchio ora è dunque chiuso. Manca il passaggio finale, il voto in parlamento, dove essenziale sarà il partito democratico. Gli ecodem spiegano che questo imbroglio loro non lo voteranno, e lo stesso Roberto Della Seta chiede aiuto anche ai movimenti: «Serve una grande mobilitazione dei comitati referendari», spiega al manifesto. Oggi il quadro è ormai chiaro. La lunga marcia in stile Thatcher sta per arrivare all'ultima tappa.



Norma «tecnica» che azzera la ripubblicizzazione di Napoli
di Corrado Oddi



Il governo ha ignorato tutti gli appelli dei movimenti. Ora fa il colpo di mano per esautorare i comuni.

In molti si sono cimentati nella discussione sulla discontinuità o meno del governo Monti rispetto al precedente governo Berlusconi. Molto ci sarebbe da dire in proposito, ma certamente non si sbaglia ad evidenziare come non sia cambiato il metodo di accreditare ipotesi e regolarsi sulla base delle reazioni che esse suscitano. Non si può pensarla diversamente rispetto al fatto che nella giornata di ieri sono girate varie versioni sul presunto testo del decreto legge sulle liberalizzazioni che il governo dovrebbe varare il prossimo 20 gennaio.

Non è certamente un bel modo di fare la discussione, ma si rischia di non potersi sottrarre a quest'esercizio poco edificante se il governo sceglie di non confrontarsi con i soggetti che sono portatori delle varie istanze e rappresentanze sociali. Questo vale anche sul tema dei referendum del giugno scorso sull'acqua pubblica: subito all'indomani dell'insediamento del governo Monti il Forum dei movimenti per l'acqua ha chiesto un incontro con il Presidente del Consiglio per poter discutere sull'applicazione e il rispetto dei due referendum che hanno sancito che la gestione del servizio idrico deve essere pubblica e che su di esso non si possono fare profitti.

Questa nostra richiesta è stata del tutto ignorata; in compenso, ieri ci è toccato leggere un testo del presunto prossimo decreto del governo che all'art. 20 contiene una dizione molto tecnica, ma che assesta un colpo molto pesante alla volontà referendaria espressa dalla maggioranza assoluta dei cittadini italiani. Lì si dice che le Aziende speciali, soggetti di diritto pubblico e non società per azioni che operano allo scopo di produrre utili, sono abilitate a gestire solo servizi pubblici «diversi dai servizi di interesse economico generale». Uscendo dal tecnicismo, il governo vuol dire che il servizio idrico, considerato servizio di interesse economico generale - anche se ci sarebbe molto da dire su ciò - potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando il punto più importante dell'esito del primo referendum sull'acqua, quello che ha nuovamente reso possibile una gestione realmente pubblica del servizio idrico stesso. Per dirla in un altro modo, si vuole cancellare l'esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli, trasformando la società per azioni a totale capitale pubblico che gestisce il servizio idrico in Azienda speciale, e che potrebbe interessare in tempi brevi la gran parte del nostro Paese. In più, il presunto testo del decreto rafforza la volontà privatizzatrice in materia di trasporto pubblico locale e ciclo dei rifiuti che era già stata messa in opera con la manovra dell'estate scorsa del governo Berlusconi, che contravveniva platealmente con il risultato referendario. Infine, si continua a non dare applicazione al fatto di togliere la remunerazione del capitale investito dalle tariffe del servizio idrico, non rispettando così quanto dettato dalla stessa Corte Costituzionale sul secondo quesito referendario.

È bene che il governo cambi completamente rotta: cancelli i provvedimenti ipotizzati sulle Aziende speciali, consideri il ruolo fondamentale svolto dai servizi pubblici locali anziché lavorare per la loro privatizzazione, dia applicazione all'eliminazione del profitto sulle tariffe, si confronti con chi rappresenta la volontà di 26 milioni di cittadini. Come è necessario che le forze politiche e sociali si pronuncino in modo chiaro per evitare che sia inferto un grave colpo alla democrazia nel nostro Paese. Si sappia che, comunque, la mobilitazione del popolo dell'acqua è già in corso e si intensificherà nei prossimi giorni, con iniziative in tutto il Paese, con la campagna di obbedienza civile per il ricalcolo delle bollette, con l'azione perché si affermi una gestione realmente pubblica del servizio idrico.


sabato 14 gennaio 2012

Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia!






Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.

Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.

A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.

Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo.

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.

I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.

Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.

Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.

Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.




Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

FIRMA E FAI FIRMARE L'APPELLO CLICCANDO QUI

domenica 18 dicembre 2011

Zõon politikón inverso




(…) vivere ne l’uomo è ragione usare. Dunque, se ’l vivere è l’essere [dei viventi e vivere ne l'uomo è ragione usare, ragione usare è l'essere] de l’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto. E non si parte da l’uso del ragionare chi non ragiona lo fine de la sua vita? e non si parte da l’uso de la ragione chi non ragiona il cammino che fare dee? Certo si parte; e ciò si manifesta massimamente con colui che ha le vestigie innanzi, e non le mira. E però dice Salomone nel quinto capitolo de li Proverbi: «Quelli muore che non ebbe disciplina, e ne la moltitudine de la sua stoltezza sarà ingannato». Ciò è a dire: Colui è morto che non si fè discepolo, che non segue lo maestro; e questo vilissimo è quello. Potrebbe alcuno dicere: Come è morto e va? Rispondo che è morto [uomo] e rimaso bestia. Ché, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, (…) la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva sta sopra la sensitiva. Dunque, (…) levando l’ultima potenza de l’anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè animale bruto.

Dante Alighieri, Convivio, IV vii 11-15



Non si sa se il segretario comunale abbia manifestato la sua ira a qualche membro altolocato del suo apparato, che sicuramente è fra i corresponsabili dell’orrendo pasticcio che domani sera quasi sicuramente farà entrare nel Consiglio Comunale di Limbiate un consigliere non eletto. Cane non mangia cane, soprattutto se è del PD. Ma pare che, letto il mio articolo Fuori una consigliera nominata abusivamente, dentro uno che non è stato eletto! del 13 dicembre, e dopo aver letto anche Qual è il decimo consigliere che il centro-destra di Limbiate vuole del 6 agosto, con i files all’uno e all’altro allegati, abbia decretato che non c’entrava per niente, epperò sia corso ad “interessare il Prefetto”, a chiedergli lumi.

“Chiedere lumi” al, “interessare” il Prefetto in realtà significa solo questo: si vorrebbe che fosse il Prefetto a presentare al tribunale civile di Milano un’impugnativa della deliberazione consiliare sull’eleggibilità di Giuseppe Bova; deliberazione che difficilmente si potrà non adottare, salvo disubbidire all’ordine del TAR. Il Prefetto, cioè, dovrebbe intentare una causa civile (art. 82 D.P.R. 16 maggio 1960, n. 570) con i soldi pubblici! Soldi pubblici per riparare ad un pasticcio causato innanzitutto dall’arroganza totalitaria di alcuni “morti che vanno”, come li avrebbe definiti Dante Alighieri, del PD, e dalla boria di alcuni funzionari e dirigenti del Comune! I delegati del PD, letteralmente esilarati da una vittoria ottenuta per caso, si sono precipitati all’Ufficio elettorale per il ballottaggio per sostenere che a loro spettava un 15° seggio, e lì, probabilmente, nessun funzionario e nessun dirigente è stato in grado di far capire che, in mancanza di una norma specifica su come arrotondare la cifra con parte decimale corrispondente al 60% dei seggi, era meglio fare ricorso, prudenzialmente, al buon senso e alle consuetudini. Si trattava, infatti, di un’interpretazione della legge eccessivamente favorevole a chi, anche con “solo” 14 seggi più il sindaco, già avrebbe avuto la maggioranza assoluta.

Sarebbe augurabile che il Prefetto mandasse tutti a sculacciare le rane. Perché mai si dovrebbero spendere soldi pubblici per fare una causa civile? Chi è convinto di aver sostenuto tesi fondate si assuma l’onere di un ricorso! Oppure paghi, di tasca sua, il sindaco, che ancora ieri su un giornale locale dimostrava che, alla notifica dei ricorsi, non aveva capito che il Comune di Limbiate doveva costituirsi nella causa avanti il TAR per far rispettare la volontà popolare espressa con i voti, e successivamente non ha capito che doveva obbligare l’avvocato Micaela, dipendente comunale assunto anche sulla base del requisito dell’iscrizione all’ordine degli avvocati, ad andare a patrocinare l’interesse dell’Istituzione Comune, cioè dei cittadini di Limbiate, affinché i giudici appurassero che il decimo seggio per la minoranza corrispondeva ad un quoziente del Terzo Polo e non del PDL. E ancora ieri De Luca non aveva capito niente!

Naturalmente, gli autori di una iniziativa che ha travisato i risultati delle elezioni nemmeno dopo che il segretario comunale ha “interessato” la Prefettura si sono decisi ad ammettere non solo quale splendida figura hanno fatto, ma soprattutto che hanno innescato un meccanismo che ha dato ai cittadini di Limbiate un Consiglio Comunale privo di legittimità. Se non si sono costituiti nel giudizio per ignoranza e per troppa sicumera, ora dovrebbero assumersi l’onere, in ogni senso, di presentare immediatamente un’impugnativa al Tribunale Civile, perché di questa situazione aberrante loro sono i primi responsabili. È difficile, infatti, supporre che i giudici del TAR si sono attenuti ad un verbale dell’ufficio centrale elettorale per il turno di ballottaggio che hanno scorso solo rapidamente. Sembra più plausibile supporre che hanno letto il verbale attentamente, ma che da esso non risultava che il 10° quoziente della minoranza era del Terzo Polo, bensì che in qualche modo risultava che era della coalizione guidata dal PDL. Da un verbale compilato correttamente, infatti, sarebbe stato evidente che il secondo quoziente del Terzo Polo era superiore al nono della coalizione guidata dal PDL [click file], poiché per verificare se doveva essere assegnato o no il premio di maggioranza sarebbe stato necessario stabilire, innanzitutto, la classifica decrescente dei quozienti di tutte le liste o dei gruppi di liste ammesse all’assegnazione dei seggi.

Questo verbale, naturalmente, anche se sicuramente è nelle mani di alcuni consiglieri del PD, non viene reso pubblico. Significativamente, perché è compilato in un certo modo? Perché gli autori dell’esposto del PD che, a quanto pare, ha portato alla redazione di un verbale che non rispecchia chiaramente i risultati delle elezioni, non si sono costituiti nel giudizio per difendere, contro i ricorrenti, la giustezza dell’assegnazione del 15° consigliere di maggioranza al loro partito? Perché il Comune, che è nelle mani di diversi che certamente hanno letto il mio primo articolo, ha evitato di presentare una semplice istanza-memoria con l’esposizione completa della lista decrescente dei quozienti, che avrebbe messo i giudici sull’avviso? Sarebbe stato facile far capire ai giudici che di quel verbale, sulla base del quale era stato assegnato abusivamente un seggio in più al PD, se ne stavano servendo pretestuosamente i due ricorrenti, i quali, dopo averlo studiato attentamente (scilicet: i loro avvocati), hanno capito che potevano ritorcere l’abuso contro il PD. Questa sarebbe la spiegazione dell’”anomalia” dei ricorsi presentati un mese dopo la nomina degli eletti, “anomalia” sulla quale molti si sono scervellati a suo tempo.

Le parole di De Luca al giornale locale, a parte gli sproloquii su ciò “che prevede la legge” e su “Bova (che) metterà la sua esperienza (sic!) al servizio della città”, sembrerebbero voler dire: “Chiudiamola lì, e non andiamo oltre”, ma Ti-che-te-tarchett-i-ball su un altro giornale dichiara, sembrerebbe a nome del PD: “Siamo ancora convinti che la decisione presa dal Prefetto [invece “la decisione” è stata presa dall’Ufficio centrale elettorale per il ballottaggio, dove la sua coalizione aveva più di un delegato; n.d.r.] non era errata, nonostante quanto ora dica il tribunale … mi spiace che a una giovane come Federica Soldati sia tolta la possibilità di essere in consiglio nonostante sia stata votata [ma non tanto da essere eletta; n.d.r.] Stiamo valutando se, come partito naturalmente, fare ricorso o meno [nessuno, dei molti che potevano farlo, si è costituito, e quindi nessuno può più fare ricorso al Consiglio di Stato, a parte Carrara; n.d.r]. Tanti altri comuni erano nella nostra posizione [è falso: click file] e ci preme capire come mai ad oggi a loro non è stato modificato nulla [ovviamente la ragione è che lì nessuno ha commesso alcun abuso; n.d.r.]. Sappiamo però che sono onerose le spese giudiziarie e stiamo valutando se farlo o meno”. Il poveretto comincia ad anticipare la scusante perché sa già che non faranno ricorso, nemmeno in sede civile, perché come partito non gli conviene: sarebbero sconfitti un’altra volta. Infatti, al PD certo non mancherebbero alcune migliaia di euro per pagare un’impugnativa davanti al Tribunale Civile, e se proprio fossero in bolletta, vista l’importanza della questione e vista la sua sicumera, Ti-che-te-tarchett-i-ball, come segretario del maggiore partito di Limbiate, dovrebbe organizzare una raccolta di fondi per pagare l’avvocato per una causa civile. Ma non per riportare nel Consiglio Comunale la signorina Federica Soldati (qualcuno se ne ricorda la figura?), bensì per dimostrare che Bova non è eleggibile, poiché quel seggio spetta ad un’altra lista, anche se è quella dell’UDC. Egli però non è in grado di liberarsi della spocchia che lo stravolge e di riconoscere l’errore madornale del suo partito, che ha gettato il Consiglio Comunale di Limbiate in una situazione aberrante. A Ti-che-te-tarchett-i-ball, infatti, la definizione usata nella Politica dal Filosofo di Dante si attaglierebbe solo a patto di trasformare il sostantivo in aggettivo, e questo nel primo.




venerdì 16 dicembre 2011

Bova non deve entrare nel Consiglio Comunale! I boriosi e gli inetti chiedano scusa ai cittadini di Limbiate!




Non è l’intelligenza che manca agli italiani. Essi ne hanno da esportare. Manca il carattere. (…) A che parlare di civiltà superiore quando questa è incarnata da uomini la cui vita è un dualismo costante fra pensiero ufficiale e pensiero interiore, fra interesse generale e interesse personale, fra l’idea universale e il «proprio individuo», fra l’ideale alato e il successo terrestre? È alla scuola del carattere che dovremo formarci noi tutti che combattiamo per la rivoluzione e per una differente civiltà.

Emilio Lussu, «Quaderni di ”Giustizia e Libertà”», dicembre 1932, p. 41



Possono ben gloriarsi, i delegati boriosi della lista del PD che, al momento della convalida dei risultati elettorali, hanno perorato con un esposto l’assegnazione abusiva al loro partito di un 15° consigliere, caso unico in tutta l’Italia. [click file] Quanto fosse sincera la loro perorazione si può giudicare dal fatto che nessuno dei consiglieri del PD, ai quali il ricorso di Bova e Carrara era stato notificato, si è costituito nel giudizio. Ora non solo si ritrovano con un seggio in meno, che è stato assegnato dal TAR al maggiore partito del centro-destra, il PDL - mentre invece doveva essere assegnato all’UDC - ma, poiché nessuno ha avuto l'intelligenza politica di costituirsi, nessuno può più fare ricorso al Consiglio di Stato per far correggere l’errore del TAR di Milano.

Come mai il TAR ha commesso questo errore, pur rigettando la tesi, sostenuta interessatamente dai delegati del PD ma fatta propria dall’ufficio centrale elettorale per il turno di ballottaggio costituito nel Comune di Limbiate, “che l’attribuzione di soli 14 seggi alla maggioranza (… ) su 24 totali (…) non rispetterebbe previsione e “ratio” dell’art. 73 comma 10 del D.lgs n. 267/2000” ? Si tratta di un errore favorito dal verbale dell’ufficio? Secondo questo verbale (cito da uno dei ricorsi) “è risultato eletto alla carica di sindaco il signor Raffaele De Luca (…) con attribuzione alle liste collegate (…) complessivamente nr. 15 seggi-consiglieri (9 al PD; 3 a Limbiate Solidale; 2 a La Sinistra; 1 a Italia dei Valori). Alle liste collegate al candidato alla carica di sindaco (…) signor Eugenio Picozzi (…) sono stati attribuiti n. 8 seggi. Infine, alle liste collegate alla carica di sindaco (…) Carlo Schieppati 1 seggio (assegnato allo stesso candidato … )”. Ma in questo verbale, pur accettando l’interessata interpretazione abusiva del citato comma 10, perorata dai delegati del PD, l’ufficio avrebbe dovuto registrare innanzitutto la classifica decrescente dei seggi attribuibili alle coalizioni o alle liste di maggioranza e di minoranza, e quindi anche che il 10° quoziente era della coalizione guidata da Schieppati, e non della coalizione di centro-destra. [click file] Se tutto ciò fosse stato riportato, sarebbe dovuto essere evidente, agli occhi dei giudici, che non al PDL doveva essere attribuito un seggio, bensì all’UDC. Nel verbale, invece, c’è un errore che ha mandato fuori strada i giudici del TAR? Chi l’avrebbe commesso? Come mai? E come mai, invece, al Ministero dell’Interno sono stati trasmessi altri dati (corretti)?

Il sindaco sbruffoneggia per ogni dove che lui avrebbe avuto il coraggio di mandar via il segretario Gennaro Cambria. Mi permetto di dubitare che De Luca alberghi nel suo petto un cuore leonino, e che abbia “mandato via” Cambria per qualche grave scorrettezza, secondo l’allusione espressa con grande sprovvedutezza anche in Consiglio Comunale. Sarà più probabile che, nonostante lo squalificante incidente (per questa volta chiamiamolo così) occorsogli con la mancata costituzione di parte civile nei processi contro la ‘Ndrangheta, si sia limitato, entro i termini di legge, a non rinnovargli l’incarico.

Dopo la sbruffonata su Cambria, De Luca aggiunge, su per giù: “Ma da quando c’è il nuovo segretario, tutto funziona bene”. Invece questa vicenda (anche questa vicenda) dimostra il contrario. De Luca continua anche ad ostentare, tra l’untuoso e il gigionesco, frasi penose del tipo: “Non avevo mai partecipato ad un consiglio comunale, ma sto imparando”. Un’altra delle sue frasi patetiche è: “Sentirò i partiti”, ed è evidente che lo fa davvero, sempre. Ma siccome certe cose non si imparano a sessant’anni, prima dell’arrivo del nuovo segretario succede che, pur avendo un dirigente, l’avvocato Micaela, assunto con il requisito di essere iscritto all’ordine degli avvocati, quella “grande persona” (come dicono alcuni) del Sig. Sindaco di Limbiate Dr. Raffaele De Luca non riesce proprio ad infischiarsene dell’arroganza dei capataces del PD, e non riesce ad ordinare, per esempio, nemmeno di presentare istanza per costituire il Comune nel giudizio sui due ricorsi elettorali. L’avvocato Micaela, da cui dipende anche l’Ufficio Elettorale del Comune, per la seconda volta è aspirante alla carica di sindaco di Senago per il PD, della cui assemblea provinciale, dicono i giornali, fa parte. Noi gli paghiamo uno stipendio di 78.000 euro/anno.

Ma anche dopo l’arrivo di un nuovo segretario (primi di settembre) succede che il sindaco, legale rappresentante pro tempore del Comune di Limbiate, nemmeno tenti di presentare, seppure in extremis, prima dell’udienza del 18 e del contraddittorio del 26 ottobre, uno straccio di istanza-memoria per sostenere non questo o quell’aspirante consigliere, bensì che la volontà popolare doveva essere rispettata attenendosi rigorosamente ai risultati delle votazioni, così come erano stati trasmessi al Ministero dell’Interno. È chiaro che il nuovo segretario è soprattutto una specie di commissario politico messo accanto ad una persona che proprio non ha nessuna delle qualità necessarie per fare il sindaco. Non si sa quale stipendio gli dovremo pagare, ma se fosse come quello di Cambria sarebbero 112.500 euro/anno.

Un giudizio altrettanto severo deve essere dato su tutti gli altri che, abilitati dalle procedure formali delle votazioni a prendere decisioni per tutta la città, non si sono minimamente preoccupati di esercitare questa delega intervenendo per salvaguardare la credibilità della forma più importante della democrazia in ambito locale: quell’istituto che si chiama Consiglio Comunale, nel quale dovrebbero essere rappresentati (= resi presenti) i cittadini e al quale accedono solo coloro che per questa rappresentazione sono stati delegati con un voto. Mi vengono in mente tutte le scemenze che circolavano in giugno e luglio sulla “nuova qualità” del Consiglio Comunale, dopo la vittoria del centrosinistra! I ricorsi sono stati notificati oltre che al Comune e alla signorina Federica Soldati, anche a tutti gli altri consiglieri della maggioranza. Ma nessuno ha fatto né detto qualcosa affinché il Comune si costituisse nel giudizio. Nemmeno dopo che io, pur senza immaginare con quanta superficialità avrebbe giudicato il TAR, avevo segnalato sia come stavano veramente le cose, sia, nei fatti, il pericolo di far entrare nel consiglio comunale un candidato non eletto. (Anzi, no: qualcuno ha detto qualcosa, ma solo per tentare di giustificare con il solito manicheismo del PD il diritto ad avere, se non proprio 24, almeno 15 consiglieri!). Il solo pensiero di contestare Ripamonti, Caturelli, Fortunati, Simonini & C. provoca tremolii e fenomeni intestinali.

La vicenda torna a disdoro anche del consigliere che esercita la funzione di presidente del consiglio comunale. È una persona che conosco da forse quarant’anni, ma non posso esimermi dal dire che ha perso un’altra occasione per dimostrare autonomia politica ed autorevolezza. Egli, come candidato sindaco della coalizione nella quale era pure candidato quella larva di uomo politico locale che risponde al nome di Tino Grassi, era direttamente interessato ad intervenire nel giudizio, e come presidente del Consiglio Comunale poteva e doveva prendere carta e penna per far presente al segretario comunale (sia a quello vecchio che a quello nuovo), e al sindaco e alla maggioranza che gli hanno dato la sua carica, la necessità, per non correre il rischio di non poter garantire la piena legittimità dell’assemblea legislativa locale, di costituire il Comune nel giudizio. Il fatto è che la coalizione del cosiddetto Terzo Polo nelle recenti elezioni era quella più raccogliticcia, e stava in piedi, come i risultati hanno dimostrato, soprattutto grazie all’UDC. Il ritorno di questo “partito” nell’alveo del centro-destra dopo il primo turno ha reso ancor più evidente il fallimento del cosiddetto Terzo Polo che, improvvisato due settimane prima della presentazione delle liste e partito con l’ambizione di andare addirittura al ballottaggio, non era riuscito ad arrivare nemmeno all’11%. Ridotte obbligatoriamente le proprie ambizioni al posto di presidente del Consiglio Comunale, meglio non rischiare la ritorsione di essere relegato alla visibilità marginale delle sedute consiliari. Per acquisire autonomia politica ed autorevolezza, e soprattutto per essere veramente garante della regolarità del funzionamento del consiglio comunale, l’abito blu, l’inno di Mameli, i sermoni, gli epitaffi non bastano.

Chi potrebbe intervenire per buttare nella pattumiera questo bel pasticcio della cucina politico-istituzionale di Limbiate, dalla quale provengono i suoi ingredienti e nella quale si sono svolte le prime fasi di cottura? L’eleggibilità di Bova può essere contestata con un ricorso da qualsiasi elettore del Comune di Limbiate, nonché dal Prefetto (art. 82 del D.P.R. 16 maggio 1960, n. 570). I tempi del giudizio naturalmente sarebbero abbastanza lunghi. Ma lunedì 19 dicembre, quando Bova dovrebbe entrare nel Consiglio Comunale, tutti i consiglieri della maggioranza avranno uno scatto di orgoglio presentando una mozione per contestarne l’eleggibilità, nonché le loro scuse ai cittadini di Limbiate per non essersi decisi prima a fare davvero i consiglieri comunali? Ne dubito fortissimamente.

martedì 13 dicembre 2011

Fuori una consigliera nominata abusivamente, dentro uno che non è stato eletto!




Se si trattasse solo di dire: “visto che avevo ragione?”, non varrebbe certo la pena di commentare la sentenza della IV Sezione del TAR di Milano su due ricorsi riuniti, presentati da candidati del centro-destra limbiatese non eletti lo scorso maggio. Il mio articolo Qual è il decimo consigliere che il centro-destra di Limbiate vuole è ancora leggibile in questo blog (mentre qualcuno ha cancellato gli sproloqui che a suo tempo aveva pubblicato; ma altri si sono affrettati a pubblicarne ancora sui propri blog). Il fatto è che questa sentenza è un pastrocchio orrendo, che non rimette affatto a posto le cose, ma anzi crea nel Consiglio Comunale di Limbiate una situazione di illegittimità che non può essere tollerata. Il TAR, infatti, dopo aver ordinato l’acquisizione di documenti, dopo aver dedicato alla causa tre sessioni fra udienze e contraddittorii, e dopo una camera di consiglio, ha sentenziato che una consigliera del PD era stata nominata abusivamente, e fin qui tutto va bene; ma poi ha ordinato che il seggio dell’”abusiva” deve essere dato ad un candidato del PDL… che non è stato eletto! Se prima avevamo una maggioranza parzialmente abusiva, d’ora in avanti avremo, se nessuna autorità vi porrà rimedio, un consiglio comunale con un consigliere che non ha ottenuto voti a sufficienza per occupare un seggio. E dunque, poiché la questione della piena legittimità del Consiglio Comunale di Limbiate è questione di enorme importanza, vale la pena che anche i semplici cittadini vi prestino il massimo di attenzione e segnalino che la situazione che si è venuta a creare è ancor più aberrante di quella precedente.

Riprendo le argomentazioni del mio articolo. Seguendo in modo pedissequo i commi 8, 9 e 10 dell’art. 73 del D. lgs n. 267 del 2000, non mi limitavo ad argomentare che “la ratio della legge, che ha lo scopo di attribuire a chi vince le elezioni una maggioranza tale da garantire la governabilità degli enti locali” è “ampiamente rispettata anche se alla maggioranza non sono assegnati 4 decimi di consigliere, che risultano da una norma inapplicabile per palese incongruità con il numero attuale dei componenti il consiglio comunale”; e che “in tutti i comuni con un consiglio comunale di 24 seggi [il TAR stranamente si riferisce ai comuni con meno di 15.000 abitanti], tranne che a Limbiate, alla/e lista/e che non ha/nno conquistato il 60% dei seggi nel primo turno sono stati assegnati 14 consiglieri e non 15” – e appunto con argomenti analoghi il TAR ha sentenziato che alla maggioranza del Consiglio Comunale di Limbiate spettano 14 consiglieri, e 10 alla minoranza. Sostenevo, anche (sempre seguendo in modo pedissequo la legge), che “il TAR dovrebbe stabilire, indipendentemente da quello che sostengono i ricorrenti, a quale lista di minoranza dovrebbe essere assegnato il decimo consigliere, e quindi dovrebbe ricalcolare i quozienti e disporli in una graduatoria decrescente”; lo sostenevo perché solo il calcolo dei quozienti avrebbe potuto dimostrare se ognuno dei ricorrenti aveva titolo per chiedere una sentenza riparatoria. La classifica decrescente, di cui si parla nel comma 8 dell’art. 73 del D. lgs. n. 267 del 2000, dei quozienti ottenuti dividendo “la cifra elettorale di ciascuna lista o gruppo di liste collegate”, dimostrava e dimostra che due quozienti del cosiddetto Terzo Polo si collocavano uno al quinto posto (1.762) e l’altro al decimo (881) [click file]. E poiché un seggio spettava al candidato sindaco non eletto, Carlo Schieppati, l’altro spettava alla lista dell’UDC, precisamente al candidato Grassi, che aveva ottenuto la maggiore cifra elettorale individuale.

Il TAR, invece, dopo aver stabilito il criterio dirimente dell’arrotondamento per difetto quando la parte decimale del 60% dei seggi spettanti alla maggioranza (=14,4) non supera la metà dell’unità di riferimento, non si è più preoccupato di verificare quanto è richiesto dal comma 8 del D. lgs n. 267 del 2000, e si è preoccupato solo di sentenziare che alla maggioranza deve essere tolto il 15° consigliere, mentre alla minoranza se ne deve assegnare uno in più, il decimo. E poiché fra i due ricorrenti Bova ha ottenuto la maggiore cifra elettorale individuale, costui ha visto accolto il proprio ricorso. Secondo il testo della legge e secondo la classifica decrescente dei quozienti elettorali della coalizione guidata dal PDL e di quella del cosiddetto Terzo Polo, è evidente, invece, che alla seconda coalizione spetterebbero due seggi e non uno.

Una riprova? Si clicchi qui: http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=G&dtel=15/05/2011&tpa=I&tpe=C&lev0=0&levsut0=0&lev1=3&levsut1=1&lev2=104&levsut2=2&lev3=270&levsut3=3&ne1=3&ne2=104&ne3=1040270&es0=S&es1=S&es2=S&es3=N&ms=S
Come si vede, per il Servizio elettorale del Ministero dell’Interno, i seggi devono essere assegnati secondo le norme di legge che ho richiamato (su questo sito i dati dei seggi non erano presenti nei primi giorni dell’agosto scorso, quando ho pubblicato il mio articolo; sono stati pubblicati dopo): alla coalizione PDL-Romeo per Picozzi-Lega Nord spettano 8 seggi; al Terzo Polo ne spettano due, di cui uno all’UDC. Ne risulta che se Bova entrasse nel Consiglio Comunale, entrerebbe un candidato che non ha ottenuto voti sufficienti per essere eletto, e sarebbe escluso, invece, un candidato che i voti sufficienti per essere eletto li aveva ottenuti!

Quale legittimità avrebbero le votazioni del Consiglio Comunale alle quali prendesse parte un consigliere… fittizio? Perché se una sentenza del TAR può ristorare un diritto o un interesse legittimo leso da un provvedimento amministrativo errato o abusivo, certamente non può negare la volontà popolare oppure sostituirvisi.

Perché proprio io faccio questo discorso, che torna a favore di un candidato che, facendo l’assessore del centro-destra, lungo dieci anni di supina acquiescenza ad un gruppo di procacciatori d’affari ha attivamente collaborato a trasformare il Comune di Limbiate appunto in una agenzia d’affari, per la speculazione edilizia e non solo? Semplicemente perché sono quasi sicuro che di fronte a questa ennesima aberrazione della politica limbiatese, nella quale gli aspetti distorti e addirittura perversi sono tradizione ultra-consolidata, nessuno se ne accorgerà (infatti sono già state pubblicate scemenze varie e addirittura dei “Bentornato!”); che nessuno si accorgerà che anche questo episodio precipita la politica e le istituzioni limbiatesi a livelli infimi; che nessuno percepirà che con la rinuncia, più o meno interessata, a costituirsi nel giudizio, il Comune stesso, una buona pletora di inetti alla politica e alle istituzioni, e il diretto interessato, hanno fatto sì che questa volta l’aberrazione ci fosse regalata addirittura da un tribunale amministrativo!

Ovviamente, nessuno di coloro che oggi, fuori e dentro il Comune, blaterano, fra l’altro, di legalità, a suo tempo poteva abbassarsi fino a prendere in seria considerazione il mio articolo (che è stato letto da centinaia di persone, fra esse sicuramente tutti i politicanti di Limbiate, istituzionali e non) e fino a capire che era il caso, avendone titolo, di andare ad argomentare davanti al TAR che per ripristinare la regolare composizione del Consiglio Comunale di Limbiate il decimo seggio della minoranza non doveva essere assegnato a nessuno dei due ricorrenti (uno dei quali non è nemmeno il primo dei non eletti della sua lista!), bensì – poiché si tratta di un principio fondante della democrazia - a chi aveva acquisito con il voto popolare il diritto di ottenerlo. Poiché di molti politicanti limbiatesi io, ancora una volta, scrivevo quello che si può leggere nella seconda parte dell’articolo, molti hanno preferito ripetere, come pare si ami ripetere in una frequentatissima cartolavanderia, “Ricciardi è inattendibile!”, “Ricciardi è un pazzo!”.

Certo che sono pazzo. Ma non frequento le cartolavanderie.



venerdì 21 ottobre 2011

Costruire nuove case ma minare la scuola pubblica




In un articolo pubblicato il 7 di questo mese ho definito dissennata e autoritaria, la deliberazione con la quale la giunta De Luca vorrebbe cedere in uso al Comune di Solaro due scuole da annettere all’Istituto Comprensivo di quel comune, ed accorpare in due soli istituti le rimanenti scuole di Limbiate, dalle materne alle medie inferiori. Va sottolineato che, cedute le scuole del Villaggio del Sole, questo accorpamento diventerebbe obbligatorio, visto che la legge 111/2011 prevede che in ogni istituto comprensivo vi sia almeno una scuola media, e a Limbiate ne resterebbero solo due.

La cessione delle scuole è stata concordata con la Giunta Comunale di Solaro (che non ha mai esposto all’albo pretorio elettronico la delibera con la quale l’affare è stato concluso), ma senza consultare, pare, il dirigente dell’I.C. di quel comune. A Limbiate, invece, prima di concludere l’affare con Solaro sono stati consultati solo i dirigenti scolastici; di questi, tre su quattro erano e sono contrari. Solo quando tutto era già stato deciso è stato chiesto alle altre componenti del mondo della scuola di pronunciarsi [click qui, terzultimo paragrafo]: si sono espressi contro due circoli didattici su tre e il consiglio d’istituto della scuola media, tutti all’unanimità; si è invece pronunciato a favore, ma a maggioranza, solo il I circolo didattico, nel quale la spocchiosissima vice-sindachessa Ripamonti, che abita al Villaggio del Sole, fa la dirigente amministrativa. Sulla (contro)riforma dell’organizzazione della scuola di base di Limbiate la giunta comunale non ha organizzato nessuna altra consultazione. E sì che abbiamo anche un assessore addetto a far scrivere pizzini ai cittadini per auscultarne i suggerimenti!

La delibera in questione, che dimostra troppa (e sospetta) frettolosità, è raffazzonata e priva di motivazioni realmente consistenti, eppure è proprio con un atto simile che si prendono decisioni di capitale importanza su un settore della società tanto delicato come quello della scuola! La dissennatezza e l'autoritarismo che questa delibera esprime risultano ancor più evidenti se li si pone a confronto con il buonsenso che altri enti locali dimostrano nell’applicare la legge 111/2011. Si guardi, per esempio, al modo di procedere delle province e della regione piemontesi, sul quale ci informa la rassegna stampa del Governo italiano [URL: rassegna.governo.it/testo.asp?d=70080234; ringrazio la signora S. G. per avermela inviata].

Innanzitutto, la Regione Piemonte, senza aspettare che la Corte Costituzionale si pronunci sui ricorsi presentati da diverse regioni, ha riaffermato nei fatti le prerogative di organizzazione e programmazione del sistema scolastico che spettano alle regioni, e, anche se la legge finanziaria prevede un nuovo assetto già per l’anno scolastico 2011/2012, ha stabilito, d’accordo con le Province, di recepire il cambiamento con un piano triennale che prevede di raggiungere il 20% dell’obbiettivo nel 2012/13, il 60% l’anno seguente, il 100% nel terzo anno.

Inoltre, con una scelta assai apprezzabile in vista di una migliore gestione degli istituti, la Regione Piemonte ha deciso che i Comprensivi non dovranno superare i 1.200 iscritti.

Anche per i plessi, dice l’assessore regionale Cirio (del PdL), «manterremo i vecchi criteri… Dobbiamo rispettare la legge, ma ci siamo esposti affinché il territorio abbia il tempo necessario per affrontare il cambiamento nel migliore dei modi e garantendo efficienza e qualità del sistema scolastico. Inoltre abbiamo proposto l’istituzione di un tavolo con le Province e l’Ufficio Scolastico Regionale per lavorare anche in futuro su posizioni condivise».

La Giunta Regionale (presieduta da R. Cota, della Lega Nord) ha quindi approvato alcune deroghe per il mantenimento dei plessi: per quelli in pianura 20 iscritti almeno per la scuola dell’infanzia; per la primaria almeno una classe di 10 bambini o una pluriclasse con minimo 8 e massimo 18 alunni; per le sezioni staccate di scuola media almeno 20 iscritti; ecc.

Secondo l’assessore all’istruzione della Provincia di Torino (del PD), queste decisioni «sono frutto della battaglia condotta fin qui. Martedi [25 ottobre 2011] porterò in Giunta la proposta che il primo anno si facciano soltanto operazioni “consensuali”, dal momento che l’opera di montaggio e rimontaggio sarà dolorosa».

Dunque: sembra che in Piemonte, terra di “bugia nen” (non muoverti), per darsi il tempo di riorganizzare il sistema scolastico con calma (i prossimi tre anni!), da luglio ad oggi si siano mossi in tanti: le Province, la Regione e, presumibilmente, anche i Comuni, che avranno fatto pressione sui primi due Enti. Risultato: criteri per una applicazione elastica della legge nazionale e, soprattutto, “consensualità”. È da supporre che assessori locali e, soprattutto, sindaci si siano dati molto da fare; che per riuscire a far scrivere in una delibera regionale dei criteri elastici, che consentano di “affrontare il cambiamento nel migliore dei modi” e garantendo l’efficienza e qualità del sistema scolastico, prima di trovare una soluzione soddisfacente abbiano speso giorni e settimane; che, come si dice, abbiano “fatto rete”, ecc.

Qui a Limbiate è avvenuto il contrario. Il nostro sindaco, sostenuto dal centrosinistra, non ha il tempo per fare il sindaco (compito che comporta, tra l’altro, prendere contatto con altri sindaci ed enti per affrontare, di volta in volta, i problemi più disparati) e, insieme ad un’assessora alla scuola che si adatta a fare l'appendice di una vice-sindachessa spocchiosissima e convinta di essere ormai sulla rampa di lancio verso una sfolgorante carriera politica, ha improvvisato maldestramente una deliberazione che è funzionale esclusivamente alla perpetuazione del disordine edilizio-urbanistico e scolastico di Limbiate, in particolare del quartiere Villaggio del Sole-Brollo. Questo è il quartiere che più degli altri ha subito l’assalto della speculazione edilizia, e di ciò si deve rendere grazie innanzitutto al gruppo di arrampicatori politici penatiani capeggiati dal conducator paesano Fortunati, che già molti anni fa trasformò molte aree standard (cioè destinate a servizi) in aree edificabili. Molte di quelle aree sono già state edificate; su altre si sta ancora costruendo, ma nelle convenzioni attuative non è stata prevista la costruzione, a spese dei privati, delle nuove aule che l’aumento della popolazione rende necessarie, e nemmeno è stato previsto l’incasso degli oneri e delle monetizzazioni per le aree destinate ai servizi ma non cedute dai privati. E mentre il Comune di Limbiate nemmeno ha un Piano dei servizi, il Comune di Solaro nel suo PGT prevede di seguire, quanto a cementificazione del Villaggio Brollo, l’esempio di Limbiate (seppure in misura minore, per indisponibilità di aree), ma nel suo Piano dei servizi non prevede la costruzione di nuove aule!

Quando, fra tre-quattro anni al massimo, tutte le nuove abitazioni costruite al Villaggio del Sole-Brollo saranno abitate, la popolazione del quartiere sarà aumentata di circa 600-700 abitanti, dei quali almeno 250 saranno bambini in età scolare. Due terzi saranno residenti nel comune di Limbiate, ma per loro, come per quelli residenti nel comune di Solaro, non vi saranno aule disponibili. Di questo problema, che sarebbe denominato con il termine eufemistico “criticità” da De Luca & C., costoro sembrano non essere consapevoli, eppure esiste già. I De Luca, le Ripamonti, le Sessa, i Ti-che-te-tarchett-i-ball (il cui prossimo lido politico si trova sulle rive del torrente Guisa) dicono di voler garantire la “continuità didattica” ai bambini del Villaggio del Sole-Brollo ma, con tutta la loro sbandieratissima (in campagna elettorale) competenza politico-amministrativa, invece di un piano di costruzione di nuove aule lì dove servono, hanno preparato e approvato un semplice atto amministrativo con il quale vengono eliminate dal sistema scolastico di Limbiate le aule che già ci sono!

Se questa tendenza a non costruire servizi dovesse essere confermata, il fenomeno delle iscrizioni alle scuole private vicine (già evidentissimo a Solaro, lo dimostrano i dati sul rapporto classi di età/iscrizioni [click qui]) in un prossimo futuro diventerebbe rilevante anche nel quartiere Villaggio del Sole, e quindi a garantire la continuità didattica ci penserebbe l’ormai fiorente industria dell’istruzione privata.

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