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martedì 21 gennaio 2014

Bacchettare un ragazzino, ovvero quando il bue dice cornuto all’asino







Bacchettare un ragazzino forse nemmeno diciottenne perché sbaglia (ma forse no…) le distanze previste dal regolamento sugli impianti per la radiofrequenza, approvato quando era in prima o seconda elementare, e non si cura di dire che la maggioranza che lo approvò era di centro-destra (area nella quale, credo, il ragazzino si colloca), e nemmeno avverte che della ditta sub-concessionaria di Cap Holding, che ha ottenuto la concessione di un terreno comunale per far installare un’antenna (o più di una, non ho capito bene), è socio l’ex sindaco Romeo (come sostiene uno che, come un personaggio di una canzone di Fabrizio De Andrè, pur di stare sui giornali sarebbe anche disposto a certi scambi commerciali di infimo valore con un nano) e, per sovrammercato, infliggere al poverino anche una lezione di politica, è da maramaldi.

Ora, che la recente installazione sia stata autorizzata sulla base di un regolamento oculatamente approntato ed approvato nel 2002 dal centro-destra, è solo un fatto che rende ancor più negativo il giudizio sul centrosinistra che tanto tranquillamente l’ha approvata. Ed è un giudizio gravemente negativo che per nulla può essere alleviato dal fatto che Romeo sia socio della ditta che ha installato l’antenna. Ma, a parte queste semplici considerazioni, il docente si comporta da maramaldo (con un ragazzino imberbe!) perché soprattutto fa come il bue che dice cornuto all’asino.

Quattro o forse cinque anni fa, quando gli abitanti nei pressi di Via Nullo (fra i quali il sottoscritto) poco dopo l’estate, se non ricordo male, si ritrovarono a poche decine di metri e addirittura a pochissimi metri dai tetti delle loro case un’enorme antenna, tutto il centrosinistra, con in testa i DS (o il PD), dei quali Michelangelo Campisi era uno degli esponenti principali, e Terragni, fecero di tutto affinché dei ragazzini che, anche allora, si agitavano sulla questione (nel modo inevitabilmente maldestro in cui possono agitarsi dei ragazzini sprovvisti di qualsiasi preparazione ed esperienza politica), non stabilissero rapporti con chi (il sottoscritto), sosteneva che stante il regolamento (che era lo stesso di quello odierno) sarebbe risultato inevitabilmente vano il tentativo di far cambiare posizione alla giunta Romeo con discorsi incentrati esclusivamente sulla tutela della salute. Quindi, sostenevo, ben potevano i vari Terragni e Campisi fare interventi in consiglio comunale e presentare mozioni e interpellanze, ma, tenendo sott’occhio le scadenze, sarebbe stato opportuno studiare i documenti per vedere se fosse possibile proseguire la battaglia con un ricorso al TAR; ricorso che, non solo per quanto riguarda i costi, ma soprattutto per la natura dell’autorizzazione che si sarebbe chiesto di annullare, non poteva non essere un ricorso collettivo.

Sostenevo questa posizione perché già solo leggendo il regolamento avevo l’impressione, innanzitutto, che non tutto tornasse a proposito delle distanze dagli edifici pubblici o di uso pubblico (Scuola Media di Via L. da Vinci, Centro sportivo, piscina); ma poi, e soprattutto, avevo notato che la planimetria allegata al regolamento ancora rappresentava la situazione urbanistica che vi era nelle vicinanze di Via Nullo diversi anni prima, mentre ormai la densità abitativa era quasi triplicata (erano stati costruiti tutti i grandi caseggiati di Via Montale e di Via Risorgimento), e inoltre era stata costruita una struttura di uso pubblico, il “centro natatorio”, che si trova certamente ad una distanza inferiore a quella minima ammessa dallo stesso regolamento comunale.

Nessuno dei consiglieri comunali di centrosinistra mi aiutò ad ottenere in tempi brevi i documenti del progetto e delle varie autorizzazioni. Solo quando ormai il termine per un ricorso stava per scadere riuscii ad ottenere alcuni dei documenti. Ebbene, con un esame un po' più approfondito trovai altri elementi che, come mi confermarono alcuni avvocati, potevano essere impugnati con molte probabilità di successo, fino ad ottenere, per quanto riguarda le emissioni elettromagnetiche effettive, le distanze dal “perimetro di proprietà” degli edifici pubblici e la situazione urbanistica del momento in cui l’antenna era stata installata, l’annullamento non solo dell’autorizzazione, ma anche, necessariamente, delle relative parti del regolamento.

Ma non solo il tentativo, l'ipotesi stessa di un ricorso collettivo al TAR fu sabotata! I consiglieri comunali del centrosinistra, fra i quali i Terragni e i Campisi all'epoca non si peritavano di ostentare disprezzo verso qualsiasi ricorso al TAR (Campisi gravemente ammoniva: “non dobbiamo far dipendere la nostra azione politica dalla sentenza di un giudice”), fecero terra bruciata attorno a me, fino al punto di non invitarmi, io che ero direttamente interessato (per la vicinanza della mia abitazione), e forse, anzi sicuramente, proprio per questo, ad una riunione di residenti nei pressi dell’antenna. Ad alcuni giovani fu “consigliato” di stare alla larga da un “soggetto” assai poco raccomandabile come il sottoscritto! In sostanza il centrosinistra non volle nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di un ricorso al TAR. Quel regolamento è ancora vigente, ed ancora alcuni nell'area del centrosinistra fanno appello ad una discrezionalità politica impossibilitata da leggi e regolamenti (come, solo dopo diversi giorni ed una mia riferita sfuriata telefonica, finalmente si ammette) che avrebbe potuto (quale pio desiderio!) non concedere l’autorizzazione per installare l’antenna.

Campisi si vanta con il ragazzino del Ceresolo di non essersi mai fatto scattare foto ricordo insieme al sindaco, però io ricordo l’articolo (non so se nell’archivio ripubblicato degli articoli dei suoi innumerevoli blog cancellati, fra le diverse oculate omissioni vi è anche questa) nel quale raccontava tutto gongolante che De Luca, incontrando sua madre, le aveva detto: “mi dicono che tuo figlio è un cavallo pazzo”; un evento che non poteva non essere annunciato urbi et orbi, e che gli dava l’occasione per scriversi l’ennesima auto-agiografia. E poiché rinfacciare una fotografia “istituzionale”è troppo poco, si mette anche a maramaldeggiare redarguendo il ragazzino perché non sarebbe stato attento ai suoi articoli! E gli insegna anche come dovrebbe fare per ottenere credibilità! 

domenica 28 dicembre 2008

La merda in cattedra

Salvatore Ricciardi




« Quand la merda la monta in scagn
o la spuzza o la fa dann »
[1]




Capita che nella vita ci siano faccende infinitamente più importanti e vitali (per se stessi, per i propri familiari, per le persone con le quali si fa qualcosa per combattere le cavallette che da sette anni devastano Limbiate) delle quali responsabilmente ci si deve occupare prima di trovare non solo il tempo, ma anche la voglia di sopportare il tedio di dover rispondere alle turpitudini di Campisi, la Guida e Grande Timoniere del PD di Limbiate, che ha dichiarato di non voler più rispondermi (e quando mai l’avrebbe fatto?), ma non ha omesso di prodursi nelle sue solite bassezze [v. Ultima risposta a Salvatore Ricciardi]. È necessario, comunque, ancora una volta, mettere le cose a posto. (Beninteso, non è a Campisi che mi rivolgo. Sarebbe tempo sprecato, né ho mai avuto un qualsivoglia interesse per la sua persona. Mi interessa, invece, come sa chiunque abbia avuto la pazienza di leggere ciò che ho scritto su fatti politici, la sua figura, o meglio il ruolo della sua figura pubblica qui a Limbiate).

Tralascio le scusanti patetiche e infantili che egli ha escogitato a proposito degli orari di pubblicazione dei suoi post. Tralascio anche ogni considerazione sulla pretesa di spacciare per “riepilogo” l’estrapolazione dal loro contesto di mie frasi e parole ironiche, satiriche, sardoniche, sarcastiche, ma inserite in un contesto, condivisibile o meno, sempre di tipo argomentativo, che egli considera oltraggi alla sua dignità di vestale della politica locale [v. Epilogo]. Quanto alla precisazione sul ruolo di sua moglie nel Consorzio Nord Milano, che sia insegnante o impiegata, per quello che ho scritto, non cambia nulla. Devo invece rispondere all’ennesima turpitudine con la quale egli ancora una volta tenta di infamarmi. Egli dice, infatti, che sarei stato assunto dal CNM perché gravitavo “attorno al PCI”. Ancora una volta, purtroppo, per rispondere sarò costretto a riferirmi a fatti di trenta-quaranta anni fa, ma chi avrà la pazienza di leggere avrà altri elementi per capire come mai, ogni volta che critico fatti e personaggi pubblici senza adeguarmi all’orrendo costume di parlare male solo dei nemici tacendo le colpe e le connivenze dei (presunti) loro avversari, ciò fa venire l’itterizia a Campisi, che di certi fatti è responsabile e di certi personaggi è diretto ed esemplare erede, mentre di altri fatti e di altri personaggi è rispettivamente corresponsabile e complice politico. E regolarmente perde il lume della ragione e non si nega nessuna bassezza, nessuna viltà.


Io sono uscito dal PCI sbattendo la porta nell’autunno del 1969 (quello che poi fu chiamato ”caldo” e che per molti, che pure allora erano già adulti, solo dopo divenne un patrimonio mitologico appreso, ma nient’affatto vissuto), quando Campisi non era ancora nato. Da tempo criticavo la linea politica nazionale del partito e il modo in cui questo era diretto qui a Limbiate, e non ero il solo. In quel periodo importantissimo, non solo nella storia delle lotte politico-sociali italiane, ma nella storia italiana del Novecento tout-court, io, come altre migliaia e migliaia di giovani militanti in tutta l’Italia, mi svegliavo presto per andare a fare lavoro politico, spesso in fraterna collaborazione con sindacalisti della CGIL, davanti ad alcune fabbriche locali. Un pomeriggio, in una riunione di partito, constatai per l’ennesima volta quanto fosse effettivamente profonda la preparazione del piccolo notabile locale di allora. Costui, uno spiantato (e, come seppi molti anni dopo, un ex fascista che aveva fatto imprigionare alcuni partigiani, uno dei quali è ancora vivo) che coltivava l’ambizione di sistemarsi facendo il funzionario di partito, rispondeva sempre con sprezzante sufficienza alle mie sollecitazioni a mobilitare il partito per contribuire davvero all’organizzazione delle lotte di quel periodo. Per dimostrare la sua preparazione aveva l’abitudine di copiare quasi integralmente gli articoli di fondo dell’”Unità”, che poi faceva passare per relazioni di suo pugno. Il desolante imbroglio era davvero facile: pochissimi, nel corso della settimana, compravano il “giornale degli operai e dei contadini” fondato da Antonio Gramsci; quasi tutti lo compravano solo con la diffusione domenicale. Nonostante il fastidio deprimente che provavo, intervenni criticando l’indifferenza per le lotte operaie, in quei giorni particolarmente acute anche qui a Limbiate, ma mi fu impedito con la forza di continuare a parlare. La goccia fece traboccare il vaso: rinfacciai al misero notabile il suo “stile di lavoro”, qualificai la risposta violenta al dissenso interno per quello che era: un metodo da squadristi, e me ne andai.

Questa rottura non influì, tuttavia, sui rapporti di amicizia con alcuni militanti di base non “in carriera”, della cui (reciproca) stima continuai e continuo a godere. Ma è ovvio che il mio ininterrotto interesse, anche nell’ambito dei miei studi, per quell’importantissimo fenomeno storico-politico, culturale e umano che era il PCI (continuai a leggere assiduamente “l’Unità”, “Rinascita” e “Critica marxista” fino ai primi anni Novanta), e i rapporti cordiali che conservai con alcuni suoi militanti, non possono essere compresi nei termini giusti da chi ha gli spaventosi limiti spirituali e mentali, l’incultura e l’antropologia gesuitico-stalinistica di un minuscolo notabile di paese come Campisi, che è stato allevato in batteria e con mangimi OGM in un partito che ha cambiato diversi nomi (PCI, PDS, DS, PD), ma i cui dirigenti non hanno mai cambiato la loro prassi corrotta, come hanno dimostrano (ma non ve n’era bisogno) anche i fatti portati alla luce in queste ultime settimane.

Ho cominciato a lavorare nel CFP di Limbiate nel 1978, quando Campisi aveva 6-7 anni, ben prima della fondazione del Consorzio per la Formazione Professionale Nord-Milano, che fu creato diversi anni dopo unificando scuole di diversi comuni, fra le quali quella di Limbiate, ed ereditandone tutto il personale. All’epoca, e per diversi anni ancora, il PCI locale si disinteressava totalmente della formazione professionale. Alla fondazione del CNM, la presidenza… figurativa fu sì assegnata a una tizia del PCI di un altro comune, ma solo per ragioni di proporzionalità lottizzata, che doveva essere rispettata, per l’appunto, almeno figurativamente. Costei, infatti, manifestamente non capiva nulla di formazione professionale e nei fatti, finché vi restò, nel CNM contò sempre meno del due di picche. In ogni modo era, e restò, per me del tutto sconosciuta, anche nell’aspetto (la sede della presidenza del CNM in quegli anni non era a Limbiate).

I miei rapporti con i “dirigenti” locali del PCI nel periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta possono essere illustrati dai fatti seguenti. Era l’epoca delle costruzioni su aree di proprietà pubblica cedute in comodato a cooperative create ad hoc e legate ai “partiti di massa” (PCI, PSI, DC). I finanziamenti erano distribuiti dalla Regione Lombardia, ma non alle cooperative costituite da lavoratori senza casa, bensì, tramite le grandi federazioni di cooperative di abitazione (ognuna legata ad un partito), direttamente alle ditte costruttrici. Nessuna cooperativa, e nemmeno un gruppo di cooperative, avrebbe mai potuto ottenere i finanziamenti pubblici se si fosse collocata al di fuori di questo meccanismo lottizzante e corrotto, che il Comune di Limbiate (allora in mano a PCI e PSI) si guardava bene dal mettere in discussione.

Ora, quali erano le conseguenze di questo meccanismo? Che, per esempio, le casette prefabbricate costruite per una cooperativa locale del PCI costavano ai soci molto (anche tre volte) più di quanto quelle casette, costruite con quei materiali e con quelle modalità, sarebbero costate sul mercato se le cooperative assegnatarie dei terreni e dei finanziamenti avessero potuto contrattare autonomamente con una ditta costruttrice.

Io mi resi conto di questa forma di corruzione inizialmente quasi per caso. Visitando un compagno e amico constatai che, per i materiali usati, per le dimensioni e per la disposizione dei locali, le casette prefabbricate, nonostante qualche tentativo di abbellimento, erano manifestamente brutte e scadenti. I prezzi che mi furono comunicati anche da altri che le avevano acquistate mi sembravano esagerati. Ne parlai con un affermato e onestissimo professionista del PCI, presidente (in un altro comune vicino) di una storica cooperativa edificatrice del PCI che allora ormai da molti anni non costruiva più niente. Questo professionista progettava e realizzava come privato interventi edilizi in autonomia dai partiti, lontano dalla nostra zona ma sempre nell’hinterland di Milano, e quindi aveva, tra l’altro, larga e profonda esperienza del mercato edilizio e dei finanziamenti che si potevano ottenere dalle banche anche senza la copertura dei fondi pubblici. Egli, listino prezzi alla mano, mi mostrò quali fossero sul mercato i prezzi reali, “chiavi in mano”, di quel tipo di casette, e quali fossero i tassi d’interesse che le banche praticavano per i finanziamenti a imprenditori privati che realizzavano lo stesso tipo di intervento. Quei tassi erano notevolmente inferiori a quelli che invece dovevano pagare i soci delle cooperative del PCI obbligati a rivolgersi esclusivamente a determinate ditte che erano scelte dalle grandi federazioni di cooperative di abitazione (nel caso in questione, da quella che in Lombardia era dominata dal PCI). Ecco perché, a conti fatti, in alcuni casi quelle casette costavano agli acquirenti due e anche tre volte più dei reali costi di mercato. Si trattava di uno dei tanti meccanismi approntati e gestiti dai grandi “partiti di massa” per spartirsi la torta dei finanziamenti pubblici per l’edilizia popolare.

Mi capitò di dire queste cose in pubblico, addirittura mentre ero seduto ad un tavolo di una festa dell’”Unità”. Uno dei presenti, assessore del PCI, si alzò stringendo i pugni e spostando il busto in avanti per urlarmi, rosso in viso e letteralmente schiumando bava: “Chi dice queste cose è un democristiano, oppure un fascista, oppure un mafioso!”. Un altro personaggio, assai più pacato, e che per il suo mandato ben conosceva certi procedimenti amministrativi regionali, tentò invece di convincermi che la cosa era la più normale di questo mondo e, anzi, mi spiegò meglio il meccanismo che criticavo!

Pochi anni dopo, scoppiarono varie vicende che provocarono molte denunce incrociate alla magistratura, che coinvolsero molti dirigenti delle cooperative locali legate al PCI (e almeno un assessore). Ancora qualche altro anno dopo, le vicende venute alla luce con l’inchiesta “Mani pulite”, dimostrarono quanto certe pratiche fossero diffuse anche nel PCI, il quale avrebbe dovuto (ma ancora ne avrebbero l’obbligo i suoi eredi) fare un monumento a quel Primo Greganti che, unico, non parlò di fronte ai giudici e quindi non avviò quell’”effetto domino” che fece crollare altri partiti. Adesso Campisi, che della storia del suo partito conosce solo qualche brandello della vulgata agiografica e propagandistica, pretende di invocare lo spirito di “Enrico”… [v. Questione morale] “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe il Principe Antonio De Curtis).

Certo, Campisi preferirebbe che le responsabilità sue e del suo partito non fossero ricordate, né quelle vecchie, i cui responsabili sono ancora in campo, né quelle più recenti, delle quali è responsabile anche lui, e che si prendessero in considerazione solo le fanfaluche che egli produce con le sue recite da leader che “porta la responsabilità di un grande partito”…, ma questi sono solo pii desideri di un politicante da strapazzo. Egli si vanta di fare politica (quella che per lui è la politica) “ormai da quindici anni”, ma non ha ancora imparato (ma cosa si può imparare se si fa “politica” solo stando rinserrato nella sala del consiglio comunale?) che solo i fatti veri sono “la politica”, e non le fanfaluche, non le autorappresentazioni vanagloriose.

Costui, che sarà cattolicissimo ma nient’affatto cristiano, dopo avermi psichiatrizzato a distanza nel cuore della notte, decretando che denoterei “un evidente comportamento isterico compulsivo”, ora vorrebbe farmi da precettore spirituale per insegnarmi “a stare al mondo”. A me pare, invece, che la citazione che riporto in nota gli si attagli perfettamente.




[i] "« Quand la merda la monta in scagn » dice la versione piacentina di un vecchio proverbio « o la spuzza o la fa dann ». Il riferimento originario era alle classi basse che cominciavano a emergere, occupando posizioni prima riservate alla nobiltà e alla borghesia: da che ho memoria, l’ho però sempre sentito usare solo contro la bassezza morale (così come « canaglia », un tempo spregiativo classista). Quando i cialtroni gli incapaci i ladri (« la merda ») montano in cattedra (« scagn », scanno), o puzzano o fanno danno. Dove la congiunzione o non ha propriamente valore disgiuntivo, alternativo. Di fatto, la merda e puzza e fa danno. Io l’intendo così, che i cialtroni ecc. sono nocivi, rovinosi, ma se anche per avventura non lo fossero, sempre puzzano: sono un pessimo spettacolo; un’offesa, quanto meno, per il naso.


Ovvio il succo. Quella che a me pare straordinaria è l’immagine della « merda che monta in cattedra ». Intanto, la riduzione sintetica a merda di diversi disvalori: ignoranza e boria, idiozia e disonestà, incompetenza, villanìa, prepotenza... E poi questa merda - questa che è soltanto, nient’altro che merda - che ascende e s’impanca, e dal posto elevato che ha raggiunto pretende di insegnare e comandare e imporsi come modello...” (Piergiorgio Bellocchio, La merda in cattedra, in “ Diario “, a. VIII, n. 10, giugno 1993, pp. 49-50; ora in Al di sotto della mischia. Satire e saggi, Libri Scheiwiller, Milano 2007, pp. 169-170. La parafrasi del celebre titolo Au-dessus de la mélée di Romain Rolland – autore amatissimo dal giovane Gramsci, è di Norberto Bobbio [ibidem, p. 180]).



[]

domenica 30 novembre 2008

Fancazzista anche di notte, sbarella all’ora del lupo*

Salvatore Ricciardi



Michelangelo, psichiatra

Una trentina d’anni fa, quando l’antipsichiatria era anche una moda culturale (ma, per questo aspetto, già declinante), a Limbiate viveva P. Aveva letto, forse, qualche pagina de L’istituzione negata [1], una raccolta di saggi scritti da psichiatri e studiosi della corrente che aveva come principale esponente Franco Basaglia. Nel libro veniva discussa, tra l’altro, la funzione sociale repressiva dell’istituzione psichiatrica, anche con riferimento all’esperienza della comunità terapeutica dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia. P. non era granché loquace, ma, se parlava, qualunque fosse l’argomento inevitabilmente ne dava un’interpretazione “psichiatrica” e “anti-repressiva”. Un giorno aggiunse, sotto il nome P. posto sulla porta dell’appartamento in cui viveva da solo (ma pare che avesse dimenticato una moglie in qualche angolo del Sud), la scritta “psichiatra”. La lasciò lì per qualche tempo, poi la tolse e si mise a fare il pescivendolo. Dopo qualche anno di commercio, P. vendette l’attività. Ormai da molto tempo non si vede più in giro.

Non si sa se Michelangelo Campisi abbia letto quel libro, che da tempo è una rarità bibliografica [2]. Ma egli con il suo partito ha celebrato i trenta anni della legge 180 e la figura di Franco Basaglia, e forse per questo crede di aver ottenuto l’abilitazione a fare lo psichiatra. Sembra però che del pensiero di Franco Basaglia, che aveva evidenti (e anche dichiarati) risvolti politici eversivi, non abbia colto nemmeno quel poco che ne aveva colto P. Incurante di qualsiasi coerenza con il pensiero e l’opera di chi aveva celebrato di giorno, ha poi optato di notte per la funzione repressiva e di controllo sociale della psichiatria. Poche ore dopo quella celebrazione ha formulato una diagnosi a distanza, con la quale ha certificato che il sottoscritto “denota un evidente comportamento isterico compulsivo” [v. Salvatore salva tutti].

Si noti l’orario di pubblicazione: le 3:48 antimeridiane! Si sarà svegliato all’improvviso con l’impulso di scrivere la diagnosi? Oppure, insonne, l’avrà lungamente elaborata? Chissà. Fatto sta che costui, in piena notte, invece di dormire o di dedicarsi a qualche sollazzevole attività coniugale, sta sveglio per certificare urbi et orbi che il sottoscritto è affetto da un grave disturbo del comportamento! Egli ama le citazioni in latino; come non dedicargli la seguente: De te fabula narratur?

Responsabile dello sfascio di Limbiate

La “diagnosi”serve a Campisi per rispondere agli “insulti” che il sottoscritto, in questo “spazio web”, gli rivolgerebbe “per nutrire il proprio ego smisurato”. Ma è davvero questo ciò che, in piena notte, spinge la Guida e Grande Timoniere del PD locale a mettersi ad ululare al cielo i suoi alti lai? Viene il sospetto che a farlo sbarellare, cioè a fargli perdere (e non è la prima volta) il controllo di ciò che dice, sia piuttosto la rabbia di non avere argomenti per rispondere a chi gli ricorda puntualmente le sue pesanti responsabilità, e quelle delle suo partito, per lo sfascio urbanistico (ma non solo) di Limbiate. Egli, infatti, non risponde per niente alle critiche politiche su questioni precise che gli sono rivolte, ma si mette a parlare della natura diabolica e dei trascorsi privati di chi formula quelle critiche (all’interno delle quali sono inserite, certo, parole feroci), che demistificano lui e i suoi atteggiamenti pubblici.

Sono ormai passati sette anni da quando lui e i suoi amici sono stati trombati nelle elezioni, ma ancora noi cittadini di Limbiate subiamo le conseguenze delle scelte sue e della giunta del suo mentore politico Fortunati. E ancora le subiremo per molto tempo. L’ignoranza politica, l’incultura, l’incapacità, il velleitarismo da neofiti del mercato (edilizio, ma non solo), che caratterizzavano i provvedimenti di quella giunta e dei suoi sostenitori, sono diventati ancor più evidenti negli anni successivi, con l’attuazione che ne ha fatto (e continuerà a farne) la giunta attuale. Questa, tra l’altro, non deve più mistificare la sua natura antisociale, come invece ancora era costretta a fare quella, e spesso, limitandosi ad attuare nient’altro che quanto era stato a suo tempo preparato da quel gruppo di inetti, che ha fatto tornare Limbiate indietro di trent’anni – spesso questa giunta porta quelle scelte alle conseguenze estreme senza doversi sforzare più di tanto. A quel tempo Campisi era capogruppo del PDS (poi DS e adesso PD). Lo sfascio politico, morale e culturale, oltre che sociale, in generale l’arretratezza (sotto ogni aspetto) di Limbiate non trova paragone in nessun angolo degradato delle altre metropoli europee. Questo sfascio, se non è stato avviato dalla giunta Fortunati, da questa però è stato precipitato lungo una china ripidissima. Quali sono i cambiamenti sostanziali fatti dalle giunte Romeo? Nessuno. Tutto ciò che è stato attuato in questi ultimi sette anni è stato collocato, come i pezzi di un puzzle, nel quadro preparato dalla giunta Fortunati. Solo, sono stati caricati i colori. Il P.I.I. sull’area di Via Monte Sabotino, per esempio, non sarebbe possibile se la giunta Fortunati avesse realizzato il verde pubblico attrezzato che doveva realizzarvi. Idem per il P.L. di Via A. da Giussano-Montale (qui la destinazione d’uso era già stata cambiata dalla giunta Fortunati!). Il “Piano di Recupero della Villa Rasini-Medolago”, sarà attuato facendo sloggiare una dozzina di famiglie (altro che “apertura al pubblico!), grazie alle varianti della giunta Fortunati, la cui politica in questo è stata davvero “lungimirante”! In generale le aree, già vincolate a verde dal PRG, che allora furono dichiarate edificabili, e che più recentemente sono state coperte di cemento, non si contano. E resterà, ad imperitura vergogna di quei cialtroni, il mostro edilizio di Piazza della Repubblica. Non parliamo, poi, della dismissione, nient’affatto obbligatoria, dei servizi pubblici in attivo. Eccetera.

Disprezzo per l’autonomia popolare

La maturazione della coscienza degli storici errori di quella giunta comincia finalmente a manifestarsi, insieme alla consapevolezza che i cittadini devono e possono fare da soli, senza i partiti. Ovvio che questi processi molecolari provochino all’unico partito (uso la parola del tutto convenzionalmente) che a Limbiate conserva una consistenza, seppure solo larvale, cioè al PD, attacchi di panico più grandi di quelli che la vista di trecce d’aglio e paletti di frassino appuntiti provocherebbe ad un vampiro. Soprattutto se questi processi sono favoriti e manifestati da una pratica sociale che sfugge a ogni controllo partitico; soprattutto se questa pratica ha successo e comincia a svilupparsi la presa di coscienza della funzione castrante, ed espropriatrice della sovranità popolare, dei partiti; soprattutto, ancora, se questa pratica fa emergere, per contrasto, l’inconsistenza dei “dirigenti” dei partiti, la loro incapacità di rappresentare alcunché mascherata con una grande verbosità, la loro indisponibilità (antropologica, si potrebbe dire) a lavorare per la ri-aggregazione sociale (che non si ottiene certo con le vetrine periodiche di qualche “banchetto” domenicale).

Questi personaggi, nel deserto piatto della politica limbiatese godono da tempo di una rendita di posizione ottenuta esclusivamente esercitando una loquela da quattro soldi. Ma, come capita a tutti i notabili inconsistenti, costoro vivono attanagliati dall’insicurezza, dalla sensazione di precarietà. Dopo essere stati trombati alle amministrative del 2001, Campisi e il PD hanno già subito molte altre sonore batoste, e vivono nel terrore di doverne subire ancora altre. Non riescono nemmeno ad immaginare come modificare la situazione politica locale. Aspettano qualche manna che scenda dal cielo. Da tempo hanno gettato alle ortiche anche il più vago riferimento ai valori di eguaglianza e giustizia sociale. Ma, della storia dalla quale provengono (e non mi riferisco a ciò che si chiamava movimento operaio, o sinistra, bensì alla storia delle macchine-partito di massa che, incarnando fisicamente quei valori, assorbivano totalmente qualsiasi istanza sociale) – della storia di quei partiti essi conservano solo l’intolleranza per qualsiasi autonomia di pensiero e di posizione politica, che spesso li caratterizzava negativamente. (Una volta, costoro apostrofavano brutalmente chi praticava forme autonome di intervento sociale con la domanda: “Chi ti paga?”). Nella casta sociale dei “politici”, che, anche quando non traggono sostentamento direttamente dalla politica, dei politici professionali hanno tutti i tratti peggiori, qualsiasi forma di pratica sociale autonoma non può che suscitare rabbia furente.

“La calunnia è un venticello…”

Non c’è quindi molto da stupirsi se Campisi, omettendo di rispondere alle critiche che ho rivolto ai suoi comportamenti pubblici, dimostra la sua bassezza morale tentando di diffamarmi riferendosi alla mia vita privata. Costui, infatti, per invalidare le argomentazioni dei miei discorsi non tenta affatto di dimostrarne, per esempio, la (eventuale) contraddittorietà; si mette invece a diffamarmi scrivendo qualcosa di più delle allusioni e delle insinuazioni su fatti dei quali egli non ha alcuna conoscenza diretta, ma a proposito dei quali, evidentemente, ha sentito il venticello della calunnia e lo vuole alimentare. Sono fatti che riguardano l’ambito privato e riservato della mia vita, nel quale sono compresi i miei rapporti di lavoro. Mi costringe quindi a dire qualcosa di me, come ho fatto finora solo nella scheda personale di questo blog ed esclusivamente per quanto riguarda le mie attività sociali.

Innanzitutto, Campisi, siccome a Limbiate riesce a dare a bere a molti, che si fanno ingannare dalla sua incontinente loquela, che egli è una persona “colta e preparata”, cerca di dimostrare l’inconsistenza della mia preparazione culturale. Ma non lo fa mostrando l’incongruità o l’erroneità dei riferimenti che qualche volta mi capita di indicare, o che traspaiono da ciò che scrivo. No. La mia preparazione sarebbe scarsa perché ho insegnato “in una scuoletta comunale di formazione professionale”. Pertanto io non sono, anche se vorrei sembrarlo, “un luminare”, né “uno scienziato”, né “un professore di Harvard”.

Intanto, la località di Harvard non esiste. Esiste l’Università Harvard, dal nome di un benefattore, che ha sede in quel di Cambridge, Massachusetts (USA). Ma lì certamente io non avrei mai potuto (ma nemmeno voluto) studiare. La mia numerosa famiglia non solo non appartiene, infatti, a nessun establishment, ma mio padre era un manovale edile (un magutt) che era stato carbonaio, e mia madre è stata una donna di servizio a ore e una casalinga, e prima ancora una raccoglitrice di olive. Ma, soprattutto, sin dall’adolescenza io sono un comunista trinariciuto, come, con tono da orripilata nobildonna reazionaria e oscurantista, ricorda Campisi. E sono comunista trinariciuto anche perché (ma non solo), pur senza fare esperienze alla Rosso Malpelo (a Limbiate non sono mai esistite miniere), ho cominciato a lavorare all’età di otto anni. E dunque: come non dire, a chi, come Campisi, per denigrarmi pretende di dipingermi come un figlio di papà vissuto nella bambagia, che egli è un “individuo spregevole, volgare negli atti e nelle parole”, ovverosia un cialtrone?

Io non mi vergogno affatto di essere stato insegnante “in una scuoletta comunale di formazione professionale”, e non vedo come da ciò si potrebbe misurare la pochezza della mia preparazione culturale che, secondo l’insinuazione di Campisi, maschererei con “l’abuso delle citazioni” e con la “scrittura pomposa e altisonante” che mi attribuisce. Che dire? C’è chi si è procurato e si procura dei riferimenti culturali e li usa, sforzandosi non di esibirli, bensì di servirsene appropriatamente anche nei discorsi politici, e chi non sa andare oltre le favolette di Fedro. La “scuoletta” dove ho insegnato per oltre un ventennio, che era ed è gestita da un consorzio di comuni, tuttavia non era affatto disprezzata, e continua ad essere ambitissima (per ragioni “alimentari”), dal PCI-PDS-DS-PD, che ne occupa la poltrona di presidente da circa trent’anni, sistemandovi (come in una staffetta, solo che il testimone è un lauto stipendio) ora questo ora quel suo funzionario disoccupato. Dello stesso partito, o della sua area, erano e sono i dirigenti propriamente scolastici e molti insegnanti, fra i quali si trovano diversi parenti più o meno stretti di esponenti del PD. Mi dicono che vi insegna anche la moglie di Campisi. E inoltre parenti di personaggi-chiave (in ambito istituzionale) della speculazione edilizia limbiatese... Quelle funzioni presidenziali , occupate stabilmente dagli amici di partito di Campisi, sono sempre state solo ed esclusivamente funzioni meramente politiche, e il consorzio non è mai stato tanto grande da richiedere un impegno a tempo pieno (e non è l'unico caso). Campisi ha mai rivolto a costoro il suo farisaico discorsetto sulla politica che dovrebbe essere fatta gratis? Come mai egli, che si vanta di aver rinunciato alle poche centinaia di euro dei gettoni di presenza spettanti ai consiglieri comunali, sta nello stesso partito di gente che grazie al partito si è sistemata vita natural durante?

Bassezza morale

Con il chiaro intento di diffamarmi, Campisi fa un’abietta insinuazione a proposito della conclusione del mio rapporto di lavoro con quella scuola. Egli, rimestando fatti ormai lontani, insinua che si è trattato della conclusione di un’”esperienza da ‘fancazzista con stipendio pubblico'”. Premesso che di aver avuto il coraggio di concludere quel rapporto di lavoro (e proprio in un momento per me dolorosissimo) io mi rallegro ancora dopo circa dieci anni, per quella vicenda io non ho nulla di cui vergognarmi. A comportarsi “ingloriosamente” certo non fui io, poiché riuscii facilmente ad imporre che la conclusione del rapporto di lavoro si verificasse nelle modalità che io avevo scelto, semplicemente servendomi delle leggi e del contratto collettivo nazionale di lavoro che qualcuno, tanto arrogante quanto farneticante, aveva tentato più volte di violare, pretendendo di ficcare il naso in aspetti nient’affatto disonorevoli della mia condizione di lavoratore in malattia, ma assolutamente riservati e garantiti dalla legge. L’interruzione del rapporto di lavoro non avvenne affatto con le forme e per i motivi insinuati da Campisi. Egli e chi lo imbecca pensano di rispondere così a quello che dico sulla loro politica? Ne prendo atto, ma sappiano che : 1) non temo nulla e nessuno; 2) adesso io non sono un loro dipendente; 3) sono molto più attrezzato di allora.

Poiché si tratta di fatti che attengono alla sfera privata e riservata della mia vita, non intendo (ma solo qui e solo per il momento) aggiungere altro. Campisi non è il solo che si permette di stravolgere quei fatti per tentare di squalificarmi, per dipingermi come un pazzo. Da quando ho ricominciato ad intervenire nella politica locale (e dovrebbe essere evidente, ormai, che sia il sostantivo che l’aggettivo hanno per me un significato eminente che non potrà mai essere inteso da personaggi della bassezza morale di Campisi), mi risulta che alcuni/e usano raccontare versioni in vario modo distorte o false di quella vicenda per calunniarmi (e conosco e ho annotato nomi, cognomi e circostanze). Aspettavo da tempo di avere a disposizione delle prove per difendermi nelle sedi opportune. Ecco che il primo fesso che me le offre direttamente è Campisi. Il quale, se per mesi ha offerto in pubblico le prove dell’abitudine di occuparsi, quotidianamente e a lungo, del suo blog durante l’orario di lavoro, dovrebbe semmai lagnarsi solo della sua mancanza d’intelligenza. Per colpire la sua arroganza, tipica della casta dei politicanti, mi ero limitato a rilevare la cosa solo qui, in questo blog, usando un termine colorito. Ma adesso, poiché si deve andare à la guerre comme à la guerre, quelle prove le ho raccolte per poterle usare.

Arretratezza politico-culturale

Campisi mi calunnia anche a proposito della mia attività internazionale, della quale io mi pavoneggerei (tanto che ne dico qualcosa in una pagina che si deve aprire di proposito!), ma della quale egli nulla sa, non avendo mai letto un solo rigo di quanto io ho scritto per i miei committenti. Egli tuttavia ha scritto che sono “pagato con i soldi pubblici dei contribuenti per scrivere certi progetti intellettualistici che non servono a una ‘beata minchia’ alla collettività” [i termini da “coatto” di periferia sono suoi]. Ne ha le prove?

Campisi, sprovveduto notabile paesano che ha avuto come maestri solo certi dittatorelli stalinisti di paese, e come pratica politica solo gli interventi nel consiglio comunale, nulla sa e nulla è in grado di capire della cooperazione internazionale fra enti locali Europa-America Latina, enormemente incrementata all’epoca della presidenza della commissione della UE di Romano Prodi (che ora fa parte del PD). Egli non sa, evidentemente, quanti comuni italiani vi partecipano, e quanto la partecipazione a certi incontri e a certi progetti internazionali sia stata e sia ambita e ricercata da una foltissima schiera di sindaci e assessori del suo partito. Ad essi spetterebbe, semmai, la responsabilità di essersene serviti, in alcuni casi, solo come un fiore all’occhiello. Per quanto mi riguarda, ho rifiutato e anche interrotto rapporti di lavoro quando mi è stato chiesto di progettare attività solo di facciata, o quando sulla partecipazione popolare i “politici” volevano fare solo discorsi mistificatori.

Fustigatore parolaio e inconseguente

A proposito di quanto Campisi dice sulla mia presunta attività di “censore e moralista degli incarichi degli altri”, chiunque lo abbia letto avrà visto che con il Primo esposto sugli incarichi del Comune di Limbiate a collaboratori esterni e consulenti, io, raccogliendo una sollecitazione periodicamente rinnovata dal Procuratore Generale della Corte dei Conti, ho richiamato l’attenzione sull’inosservanza, dichiarata “grave”, di un obbligo stabilito da una legge (la finanziaria 2008) di un governo guidato dal PD, e l’ho fatto perché inadempiente era stato, fra gli altri, proprio il consigliere comunale Campisi, che ne avrebbe avuto l’obbligo. Si trattava, guarda il caso, principalmente della consulenza che è stata “ordinata” dalla giunta comunale per giustificare l’assunzione di una pensionata, una vicenda sulla quale Campisi ha recitato la solita parte del fustigatore (come ama definirsi), ma, come al solito, senza passare ai fatti. Dopo il mio esposto, il Comune ha cominciato a pubblicare almeno uno scarno elenco (ma non i provvedimenti) degli incarichi conferiti nel 2008: fra questi vi sono anche quelli, strapagati, conferiti a un noto esponente del PD milanese per consigliare questa giunta nella sua politica edilizia, caratterizzata anche dalla grande abbondanza di illegitimità formali e procedurali (alle quali naturalmente corrispondono altrettante illegittimità sostanziali).

Reazionario oscurantista e iettatore impenitente

Era tipico del più becero stalinismo di squalificare l’avversario innanzitutto moralmente, anche frugando nella sua vita privata. Inoltre si faceva ricorso agli ospedali psichiatrici, ai lavori forzati, alle pistolettate nella nuca. Sono le pratiche tipiche, in realtà, di ogni totalitarismo. Campisi, come abbiamo visto, ricorre senza molti scrupoli alla prima pratica. Le altre, purtroppo, gli sono precluse, almeno nella loro forma istituzionale, poiché siamo in Italia, l’URSS non c’è più e i tempi sono cambiati. Comunque, alla prima pratica aggiunge la seconda, che svolge come… libero professionista. Ma ancora il suo animo non è del tutto placato. E allora, alle calunnie e alla diagnosi a distanza di “evidente comportamento isterico compulsivo”, alternando i toni del reazionario oscurantista a quelli dello stalinista nostrano di molti decenni fa, aggiunge: a) del sarcasmo sulla mia natura di “vecchio e vero comunista”; b) un decreto sulla scarsa udienza che avrei presso “le masse” (espressione che egli riprende dal più banale e qualunquista dei registi “di sinistra” [3]), che non sarebbero attratte da me, tanto che avrei un solo seguace; c) il vaticinio dei miei futuri insuccessi politici (“partirà da ben due voti”); d) la predizione/augurio che si aggraverà lo stato di dissociazione mentale che mi attribuisce (“sempre che però non si riveli così dissociato da non votarsi allorquando scoprisse di non piacere nemmeno a se stesso”).

Un sacco di materia organica, ottima come fertilizzante naturale

Per il punto a): nonostante soffra di qualche tipico acciacco della mia età, uno dei motivi di serenità di questa parte della mia vita è l’auto-constatazione che sono rimasto comunista, anche se cerco costantemente di rinnovarmi. Per il punto b): a causa della politica del partito del cemento limbiatese (PD-PdL), e poiché egli non sa cosa sia la società e cosa siano le persone, Campisi è destinato ad avere amare sorprese (come è capitato, tre giorni prima della “diagnosi” - strana coincidenza -, ai “missi dominici” del suo partito, che avevano tentato di recuperare - le elezioni provinciali del 2009 si avvicinano – quello che sarebbe il mio “unico seguace”, ottenendo, però, solo un secco benservito). Per il punto c): è chiaro che uno come Campisi non può disporre di altre risorse che non siano l’inserimento a forza della mia attività nei suoi miseri schemi mentali di politicante; ma comunque: per il momento ho altri pensieri; e in ogni caso è già intervenuta la mia mamma con i suoi potenti mezzi: la iettatura è già inefficace e tale resterà [v. Asinus asinum fricat]. Per il punto d): come per il punto precedente, è già intervenuta la mia mamma, con il medesimo risultato; e inoltre, siccome il tipo di attività politica che faccio è una mia scelta, e vi credo fermamente, per questo aspetto mi piaccio moltissimo.

Ovviamente sono sempre disposto a discutere della mia attività politica con coloro con i quali agisco, ma non con un sacco di materia organica, ottima come fertilizzante naturale, quale è Campisi.

* V. http://www.lankelot.eu/index.php/2006/11/30/ingmar-bergman-lora-del-lupo/
[1] Einaudi, Torino 1968.
[2] Una riedizione fu pubblicata da Baldini Castoldi Dalai, Milano 1998
[3] Nanni Moretti, un regista che, secondo un noto "non-critico" (Goffredo Fofi), a dispetto dei temi “politici” delle sue opere, fa film per spettatori, ma non per cittadini.

martedì 7 ottobre 2008

Il T.A.R. si pronuncerà sul P.I.I. di Via Monte Sabotino il 4 dicembre 2008

Salvatore Ricciardi

Il Presidente del T.A.R. Lombardia - Sezione di Milano ha fissato per il 4 dicembre 2008 l'udienza pubblica di merito per dibattere il ricorso presentato da alcuni cittadini avverso le delibere:

- del Consiglio Comunale di Limbiate n. 86 del 20 dicembre 2007 (approvazione del Programma Integrato d'Intervento "Sabotino";

- della Giunta Comunale di Limbiate n. 111 del 21 maggio 2008 (modifica del termine per la cessione delle aree private urbanizzate del P.I.I. "Sabotino").

Attendiamo quella data con la serena fiducia che fra circa sessanta giorni la fine della settimana dell'Immacolata e di Sant'Ambrogio per alcuni brutti ceffi (ché tali restano, anche se fanno di tutto per azzimarsi e imbellettarsi) non sarà affatto piacevole.

Intanto, ci stiamo già attrezzando per la battaglia contro un altro folle progetto, il "piano di recupero" di Villa Medolago, che, se attuato, aggraverà ulteriormente il disastro del territorio di Limbiate (anche se viene mistificato con paroline come "restauro", "conservazione" e "ristrutturazione", che messe insieme fanno un triste ossimoro).

Faremo di tutto affinché nessuna delle due frazioni del partito del cemento limbiatese (Fortunati, Campisi, Caturelli, costruttori loro amici - per quella attualmente minoritaria; Romeo, l'assessore ossimorico sempre agghindato come un necroforo, tutte le ditte più o meno occulte e impresentabili che li sostengono - per quella attualmente maggioritaria), che già si stanno accapigliando per spartirsene l'orrido vanto - faremo di tutto affinché non riescano a lasciare alle generazioni future un'altra desolante testimonianza dell'incultura, della dissennatezza politica, della totale mancanza di lungimiranza e di senso della società, del sottilissimo spessore delle loro figure.

(Quando mai sarà ripristinato l'ostracismo?).

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domenica 5 ottobre 2008

[Un esempio per Limbiate] Il Gabibbo e le Torri d'Albenga: per il giudice nessuna diffamazione

Giovanni Ciolina

[Da «Il Secolo XIX» (Genova), 3 ottobre 2008]


"L'esercizio di critica può usare espressioni anche lesive della reputazione altrui, purché siano sempre collegate a manifestare dissenso ragionato dall'opinione presa di mira e non comporti lesioni gratuite". Su questo punto si basa il giudice Alberto Princiotta del tribunale di Albenga per motivare la sentenza con cui ha respinto la richiesta danni (200 mila euro, oltre a 50 mila euro per danno esistenziale) della Progetto Ponente srl, la società composta dall'Arte e dall'imprenditore Nucera, nei confronti di Antonio Ricci e di Mediaset per un servizio andato in onda il 25 aprile 2007 nel corso della trasmissione Striscia la notizia. Un castello difensivo seguito anche dal collegio difensivo di Antonio Ricci (i legali milanesi Salvatore Pino e Bartolo Antoniolli, oltre l'alassino Alberto Sambi).

In parole povere il giudice non ha ritenuto che i metodi e i commenti "talvolta in forme esuberanti" del Gabibbo e della trasmissione satirica di Canale 5 abbiano leso la reputazione dei soci della Progetto Ponente che nell'area dell'ex ospedale Misericordia di Albenga aveva intenzione di realizzare due torri residenziali. La trasmissione di Antonio Ricci aveva addirittura utilizzato un elicottero per evidenziare il presunto impatto ambientale del progetto edilizio sulla città. E nel corso della puntata erano stati inseriti i commenti di Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, il primo dei quali aveva fatto ricorso ad espressioni colorite per evidenziare il suo pensiero. Metodi che i legali della Progetto Ponente (Massimo Zorzoli Volpi e Francesco Ruffino) avevano considerato eccessivi, sbagliati e diffamatori.

Nella sentenza depositata il 22 settembre il giudice Princiotta ha evidenziato come "la critica di Ricci sia stata argomentata in modo razionale e sulla base di effettivi presupposti di fatto, tanto che la stessa società Ponente riteneva ammissibili giudizi fortemente negativi espressi da Sgarbi e Daverio" e dopo aver respinto il ricorso della Ponente le ha imposto il pagamento delle spese processuali. Con l'avvio della causa, è decaduto anche il progetto edilizio e qualche mese fa la Ponente ha messo all'asta l'ex ospedale.


[Si può vedere il video che avevano tentato d’incriminare cliccando sul seguente indirizzo:



[Vale la pena di riportare l’articolo del "Secolo XIX", sia per la sentenza di cui parla: la non perseguibilità dell’uso di espressioni “colorite” (ma semanticamente azzeccatissime, come spesso è proprio del linguaggio popolare, anche scurrile) all’interno di una critica ragionata; sia per gli altri fatti ai quali fa riferimento: fra questi, il progetto dissennato – ma che sarebbe stato copiosamente fruttifero per gli speculatori e i loro compari - di costruire non due, ma quattro torri residenziali nel centro storico di Albenga (come correttamente diceva il servizio di "Striscia la notizia"). Ma è l’altra notizia che deve essere sottolineata: è bastato che del folle progetto si cominciasse a discutere, oltre che nella società, anche in tribunale, seppure solo in riferimento ad una istanza per presunte lesioni alla reputazione di alcune persone, che il progetto fosse ritirato. Evidentemente conteneva aspetti (violazioni di leggi?) tali da far ritenere ai suoi promotori che non era il caso di cominciare a discuterne, nemmeno "di striscio", di fronte ad un giudice (il quale, come dovrebbe esser noto, appresa una notizia di reato ha l’obbligo di procedere).

Limbiate non è Albenga, ma a Fortunati e a Campisi (Piazza della Repubblica, ma non solo) e a Romeo e al suo ossimorico assessore sempre agghindato come un necroforo (Via Sabotino e Via Belluno, ma non solo), probabilmente fischiano le orecchie. Nei progetti edilizi speculativi è prassi costante, e probabilmente condizione necessaria, la violazione delle leggi, anche penali (altro che “scelte politiche” discrezionali, delle quali straparla l’assessore in ogni senso ossimorico - principalmente perché costui tutto è, tranne che “un politico”, e nemmeno "un politico" di statura locale!). Ma la violazione delle leggi negli atti pubblici è un comportamento aberrante, che deve essere perseguito dai cittadini ai sensi di legge, con azioni pubbliche (e quindi eminentemente democratiche e politiche) nei tribunali, nei quali le violazioni delle leggi non si possono gabellare, come si può fare sui fogli locali compiacenti, farfugliando “io difendo le mie scelte politiche”!

L’ultima notizia (ma anche il resto) dovrebbe valere, se egli avesse una seppur piccola capacità di apprendimento, anche per quel minuscolo ma presuntuosissimo mito locale, somaro in democrazia e connivente con gli speculatori, che risponde al nome di Campisi, il quale di recente ha gesuiticamente blaterato di “funzione esemplare”, a proposito delle azioni contro un paio di P.I.I. presso la magistratura (che lui ha tentato invano di sabotare), ma per sminuirne subito dopo il valore, sia cercando d’inventarsi degli autori di comodo (che a Limbiate nella lotta politica qualcuno promuova una prassi di democrazia diretta e partecipativa – nella quale le rendite di posizione o addirittura nominalistiche non solo contano meno del due di picche, ma addirittura vengono investite da una critica esplicita o implicita da sinistra - è molto peggio, per lui, del fumo negli occhi); sia mistificando che la critica (si fa per dire) sua e del suo partito finto “va ben oltre gli aspetti di conformità giuridica ecc. ”: che sapore di rancido, di stantio, di muffa, hanno queste bolle d’aria in purissimo stile mistificatorio vetero-PCI! [v. Il mercato delle vacche]. Tornerò presto su tutta questa “vecchia merda” ideologica (l’espressione è di Karl Marx). Per il momento basti dire che la critica dei vari Campisi NON “VA BEN OLTRE”, BENSÌ RESTA LARGAMENTE AL DI QUA “degli aspetti di conformità giuridica”. Per la seguente banalissima ragione: CAMPISI & C. NON POSSONO FARE DIVERSAMENTE, POICHÉ SONO AL SERVIZIO DI QUELLI AI QUALI NEL PASSATO RECENTE, GOVERNANDO, HANNO GARANTITO AFFARI LUCROSISSIMI CHE OGGI CONTINUANO A PROTEGGERE DALL’OPPOSIZIONE FINTA, IN CAMBIO DELLA QUALE ALCUNI LORO SODALI SONO, O SARANNO, COMPENSATI CON LAUTE PREBENDE E/O FUTURE COMPARTECIPAZIONI.


È noto che i parenti dell’impiccato non amano che si parli di corda nella sua casa, ed è ben comprensibile che, per le stesse ragioni, non voglia parlarne la persona stessa che teme di essere impiccata, ma è ora di scoperchiare certi sepolcri imbiancati (S.R.)].


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mercoledì 17 settembre 2008

Cialtronerie "Quattro Stagioni" di un cementificatore fallito e connivente

Salvatore Ricciardi

Millantato credito politico

È falso che il PD abbia collaborato “senza chiedere nessuna visibilità” al lavoro e alle spese per presentare ricorsi ed esposti sui famigerati “Programmi Integrati d’Intervento” di via Monte Sabotino e via Belluno. Per l’ennesima volta la Guida e Grande Timoniere di questo gruppetto, che si attribuisce il nome di Partito con la stessa disinvoltura con la quale Giacomo Casanova si attribuiva il titolo di “Cavaliere di Seingalt” (le parole non hanno padrone e per il loro uso non si pagano gabelle) - per l’ennesima volta tale Campisi millanta un credito politico che non può rivendicare [v. Idiozie di fine estate sul suo blog].

La visibilità il suo partito finto se l’è presa già alcuni mesi fa, prima delle elezioni politiche, quando ha stampato su un suo foglietto elettorale che il PD aveva presentato un esposto alla Corte dei conti. Era falso. Pura propaganda elettorale. Era esattamente ciò da cui aborrivano ed aborrono.

A quell’epoca, come sempre, questo stratega e la sua squadretta di guerrieri della via Pál, all’occorrenza estraevano dal loro kit di “oppositori” alcune frasette contro la “cementificazione”, ma si disinteressavano totalmente sia del lavoro per approfondire la conoscenza specifica dei PP.II.II. (fondamentale, per chi non si accontenta di frasi fatte, per individuare i punti deboli da attaccare), sia del lavoro per trovare i modi (e le sedi, che non si trovano nella sala consiliare) con i quali è realmente possibile farli saltare, nonché del lavoro per mantenere vivi l’attenzione e il sostegno dei cittadini, e per trovare i finanziamenti necessari - poiché per le spese non sarebbero certo bastati i loro “gettoni”.

I giovanotti erano invece interessati a inventarsi una tribunetta dalla quale chiedere qualche voto in più. A tal punto che la loro Guida e Grande Timoniere, convinto sostenitore anche delle peggiori forme di realpolitik, a chi gli rimproverava la frottola ignobile, rispose con un sorrisetto di compatimento che… suvvia, si sa che in campagna elettorale per raccogliere voti si raccontano balle!

Ho già ricordato [v. il post Chi si batte contro lo scempio del territorio e il malaffare dei Piani Integrati d’Intervento di Via Monte Sabotino e di Via Belluno] di aver scritto queste cose QUASI TRE MESI FA, nel post Gavroche nella Villa Mella]. Senza alcuna smentita.


Notabili paesani

Quindi, se costoro hanno speso migliaia di euro, li hanno spesi solo per coltivare il loro orticello, per tentare di mettere in piedi un partito che come tale è inesistente e funziona solo come comitato elettorale che alcuni notabili paesani, per mantenere la loro visibilità, usano tra un’elezione e l’altra come veicolo di polemiche verbali fittizie. Non è il caso, in questo momento, di dilungarsi sulla natura e la funzione di simili “formazioni politiche”, e quindi rinvio all’estratto di un classico della sociologia politica che ho messo in questo blog qualche tempo fa: [Formazione della volontà politica].

Nel Consiglio Comunale gli appartenenti alla cosa che attualmente si chiama PD si sono distinti solo per sconfortante pressapochismo. Le poche critiche puntuali certo non sono venute da loro. Fuori dal Consiglio in questi mesi si sono dedicati esclusivamente a mettere in moto il loro giocattolino, come del resto lo stesso Grande Timoniere dichiara. Altro che “fare opinione”! Hanno bisogno di un paio d’anni per crescere; dopo ci diranno infine di cosa si interesseranno… in vista delle elezioni. Ad ogni seduta del consiglio comunale naturalmente blaterano all’impronta su tutto lo scibile umano; intanto, chi gli ha affidato un mandato di rappresentanza popolare veda di sbrigarsela da solo.


Come venir meno alla parola data

È falso che i consiglieri del PD abbiano aderito con convinzione all’iniziativa di presentare ricorsi in tutte le sedi possibili contro i PP.II.II.. Campisi mandò tre consiglieri del PD su cinque ad una riunione nella quale, comunque, anche se malvolentieri e dopo tentativi d’insabbiamento, assunsero impegni a nome del loro gruppo. Presentati i ricorsi, Campisi commentò per iscritto: ”Molto bene”. Poi hanno cercato di non rispettare fino in fondo gli impegni, pretendendo che gli altri si mettessero ad aspettare che il loro “partito” raggiunga almeno l’età puberale. Proprio per questa pretesa, oltre che per la malafede e la cafoneria ostentata da uno stagionato giovanotto deprivato di qualsiasi creanza (oltre che di qualsiasi preparazione politica), alla fine sono stati congedati [v. il post Gavroche nella Villa Mella]. Su questa deprimente vicenda potrebbero essere esibite, naturalmente, testimonianze orali e scritte.

Che alcuni di loro abbiano versato in totale poche centinaia di euro è già stato dichiarato, senza alcuna sollecitazione preventiva, dal sottoscritto [v. il post Chi si batte contro lo scempio del territorio e il malaffare dei Piani Integrati d’Intervento di Via Monte Sabotino e di Via Belluno]. Ma, vista l’esperienza passata, era anche necessario mettere subito in chiaro, ancora una volta, per evitare appropriazioni indebite, come realmente si sono svolte le cose (con l’apporto di singoli cittadini ma senza l’intervento di comitati divenuti inconsistenti ormai da molto tempo, checché ne dicano certi giornalacci al servizio di Romeo e, previa consultazione, in sintonia con Campisi).

A questo ragazzotto malcresciuto, che parla sempre con le gorge turgide, va ricordato però che i gettoni di presenza dei consiglieri sono soldi pubblici, usciti dalle tasche dei cittadini (tutti) che gli hanno affidato un mandato di rappresentanza popolare ma non partitica, e non spetterebbero affatto al suo partito finto. Egli, con la mediocre storiella che ha rinunciato ai gettoni di presenza, esibisce solo stolida demagogia, sconfortante ignoranza della storia della democrazia rappresentativa ed estraneità antropologica alla sinistra e ai suoi valori.

(Qualche tempo fa ‘stu muccusedhu, che fa parte di un “partito” che ha cancellato la parola ”sinistra” anche dal suo nome, pretendeva di venire a spiegare a me, che almeno ho accumulato qualche esperienza in più e diversa da quelle accumulate (?) da lui esclusivamente nella sala consiliare, e che non mi sono mai pentito di essere di sinistra, che io farei parte di una generazione (della quale in realtà egli nulla sa) che ha “ridotto la sinistra” ecc. ecc …!).


Estraneità alla democrazia popolare

Più di un secolo fa il movimento operaio, dopo aver determinato in gran parte, in tutta l’Europa, le forme moderne della politica attraverso l’invenzione del partito di massa, a prezzo di lotte durissime riuscì a strappare l’indennità per gli eletti nelle assemblee legislative. Era la condizione per consentire anche ai lavoratori e ai loro partiti di agire nelle istituzioni, nelle quali altrimenti avrebbero potuto agire solo i ricchi, che avevano tempo e denaro a disposizione. (Che questa indennità in alcuni casi sia irrisoria e in altri, invece, abbia raggiunto livelli di rivoltante degenerazione, è altro discorso). Il nostro sprovveduto giovanottello, lasciando nella cassa del Comune la sua indennità, in realtà priva i cittadini di una seppur modestissima possibilità di affrontare, all’occorrenza, le spese per azioni concrete, per esempio, contro questa giunta. Poi, assunto il suo solito tono sapienziale, rilascia ricette come la seguente: “L’Italia ha bisogno di uomini nuovi con una visione “francescana” ed eroica della politica, fatta di povertà, amore per il prossimo e sacrificio” [già da me satireggiata in Farmacia dell’avvenire].

Non posso rimandare alla fonte originaria della “massima” citata perché il galantuomo, qualche tempo fa, per cancellare le porcherie che gli rimproveravo di aver scritto e/o pubblicato su questo e su quella, ha cancellato tutto il suo vecchio blog Limbiate politik [v. Stupidera, Il politico del K, Come Wojtyła, Prodromi di conversione?]. Questa è la vera ragione della chiusura di quel blog. In quello nuovo, a quanto pare, nonostante i dissimulati propositi di ravvedimento, è tornato rapidamente a scrivere scemenze e porcherie.


Sceneggiata napoletana

Campisi crede di essere in una sceneggiata alla Mario Merola, e gorgheggia singhiozzi sulla ristrettezza del suo bilancio familiare, sul pane da togliere dalla bocca della figlia… Che squallore! Quale improntitudine! Questo cialtrone omette che, se dovessimo esprimerci con i suoi stessi termini, allora dovremmo dire che qualcun altro, che ha un bilancio familiare ben più ristretto, ha dovuto “togliersi il pane dalla bocca”, pur di mantenere la parola data fidandosi, tra l’altro, degli impegni preventivamente presi di fronte a molte persone dal gruppo consiliare del PD!


Cementificatore fallito

CAMPISI NON PUÒ (E NEMMENO VUOLE) CONTRASTARE DAVVERO LA POLITICA DELLA GIUNTA ROMEO. Egli, infatti, è solo… un cementificatore fallito. Infatti, dopo aver accettato come dio il mercato, e la conseguente funzione ancillare della politica, egli e i suoi amici, a cominciare dal minuscolo conducator dal quale sono andati a scuola, si sono rivelati impreparati per servire il mercato con almeno qualche (vera) capacità, e sono stati fatti fuori da concorrenti che nel ramo della politica affaristica sono ben più capaci e attrezzati. Fossero stati capaci di mantenere il potere, Fortunati e Campisi avrebbero continuato a fare quello che già avevano cominciato in grande stile.

CAMPISI, INFATTI, È UNO DEI RESPONSABILI DELLA CEMENTIFICAZIONE DI PIAZZA DELLA REPUBBLICA. Un caso unico, a livello mondiale, di dissennatezza politica. Mi è capitato di raccontare la cosa in un seminario del Forum Urbano dell’ONU di Barcellona (settembre 2004). Un'urbanista tedesca fece una battuta scherzosa chiedendomi se in Italia non esistono gli ospedali psichiatrici. Per restare sullo stesso tono risposi accennando, tra l’altro, alla legge Basaglia, all’apertura dei manicomi, due dei quali erano proprio a Limbiate… Mi interruppe un amico, funzionario del Ministério das Cidades brasiliano, che commentò: Então é por isso! [allora la ragione è quella]. (Naturalmente io difendo la cosiddetta legge Basaglia).

CAMPISI È RESPONSABILE ANCHE DI MOLTO ALTRO. Ne riparlerò in un prossimo post. Per il momento mi basta ricordare che alla fine del primo mandato del centrodestra, con i suoi amici egli pretendeva di fare il verginello accusando Romeo e la sua ciurma di aver cementificato Limbiate. Costoro ebbero buon gioco nel ricordargli, con un volantino pieno di cifre, che due terzi almeno degli interventi edilizi da loro realizzati erano stati decisi dalla giunta Fortunati, nella quale Campisi aveva il ruolo di capogruppo finto, ma votante realmente. Campisi dovette (ma solo per un po’, ahimé!) cucirsi la bocca.


Danneggiatore della cassa pubblica

L’obbrobrio di piazza della Repubblica non è tale solo per il cemento. Sicuramente, anche in quel caso l’area è stata ceduta alla cooperativa di area PDS e ora PD a prezzi stracciati, esattamente come è avvenuto con il P.I.I. di Via Monte Sabotino. Campisi ha mai fatto una denuncia, in una forma qualsiasi, di questo sicuramente ingente danno erariale (che si è aggiunto al danno ambientale)? No.

Tempo fa egli ha preteso di raccontare - proprio a me, pensate! – di aver fatto autocritica con due- frasette-due pronunciate con tono salottiero. (Esilarante, se non fosse indecoroso).

CAMPISI VUOLE DIMOSTRARE CHE, INVECE, SI È PENTITO DAVVERO? Bene, abbia allora il coraggio di un atto di “eroismo” francescano (mi si scusi l’ossimoro, ma è la prosopopea del nostro): si cosparga il capo di cenere, si procuri i documenti e, anche se probabilmente ormai è troppo tardi, ne denunci pubblicamente tutte le porcherie che sicuramente vi sono contenute e i loro autori, ANCHE SE FANNO PARTE DELLA SUA PARROCCHIA. E non si preoccupi se, dopo tre lustri come consigliere comunale, ancora non capisce niente di certi documenti (che in realtà, con minimo sforzo, sono alla portata di tutti). Glieli spiego io. Gratis.


Il partito trasversale del cemento

Al centro della speculazione edilizia chiamata P.I.I. di via Monte Sabotino ci sono alcune perizie fatte apposta per dimostrare che i terreni che il comune voleva vendere ai palazzinari (o monetizzare in cambio della mancata cessione per gli standard urbanistici, valevano solo un poco più di niente [v. il post Chi è stato beneficiato da chi con il P.I.I. di Via Monte Sabotino]. Almeno uno dei progettisti del P.I.I. è (o è stato) dirigente e candidato” dei DS/PD. C’è più di un dubbio che il piano finanziario che ha presentato non abbia nessuna veridicità e sia stato steso con l’obbiettivo di favorire gli speculatori. Io ho già portato tutti i documenti alla Corte dei conti e alla Procura della Repubblica. Campisi, sedicente fustigatore dell’immoralità pubblica che i documenti del P.I.I. li ha avuti a disposizione già nell’ottobre del 2007, e che avrebbe potuto leggerli ben prima di me, non lo ha fatto (guarda che caso!), e sicuramente non li ha letti davvero.

Poco più di due anni fa, la cooperativa degli amici di partito di Campisi è stata beneficiata ancora una volta con la cessione per quattro soldi di un terreno comunale valutato da una perizia preparata ad hoc (deliberazione G.C. n. 102 del 25-5-2006). Indovina chi ha fatto la perizia? Gli stessi “consulenti” che hanno "periziato" i terreni di via Monte Sabotino. AVETE CAPITO QUALI SONO LE VERE RAGIONI DEL DISINTERESSE DI CAMPISI PER GLI ESPOSTI ALLA MAGISTRATURA CONTABILE E A QUELLA ORDINARIA?


Opportunità di ravvedimento operoso

Ma non sbarriamo le vie della Divina Provvidenza, che, come si sa, sono infinite. Su quest’altro malaffare io ho già pronto un esposto alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica. CAMPISI SAREBBE DISPOSTO A DIMOSTRARE IL SUO SINCERO E OPEROSO RAVVEDIMENTO FIRMANDOLO CON ME O ANCHE DA SOLO? Se lo facesse potrei astenermi dal satireggiare: a) lui fino a Natale; b) lo statista postelegrafonico fino a San Martino; c) lo strepitante Gavroche fino alla prossima settimana. Giuro.


[V. anche Max Weber, [La comunissima vanità, nemica mortale di ogni concreta dedizione e di ogni distanza nei confronti di se stessi]]